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    23/11/2017

Le scritte contro il parroco di San Ciro: uno schiaffo doloroso alla coscienza di Avellino

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La chiesa di San CiroAVELLINO – Sull’attacco subito da ignoti dal parroco di San Ciro, don Luciano Gubitosa, fatto oggetto di scritte ingiuriose sui muri ed all’ingresso della chiesa, ospitiamo un commento di Gennaro Bellizzi.

*  *  *

Quando, in quella grigia giornata del 20 febbraio del 2009, ci ritrovammo insieme,  davanti al volto sereno, da poco addormentato nella pace di Dio, di don Michele Grella, padre Luciano Gubitosa sapeva benissimo che da quel momento si sarebbe accollato un'eredità “impossibile”. Lo disse chiaramente a chi lo intervistava in quelle ore: “Don Michele è stato un padre e un maestro per tanti sacerdoti come me: io ne prendo il posto e farò quel che potrò anche alla luce dei tempi che cambiano”.

Quelle parole mi trasmisero da un lato un senso di convinta umiltà, dall'altro una sorta di richiesta di aiuto per un compito che egli stesso percepiva improbo. E per alcuni anni (fino a quando la vita non ci ha spinto verso altri luoghi, a vivere il nostro impegno cristiano) io e mia moglie abbiamo cercato di dargli una mano in parrocchia: quella parrocchia di San Ciro in cui siamo cresciuti spiritualmente, in cui don Michele ci aveva guidato da padre, in cui egli aveva benedetto il nostro impegno matrimoniale, battezzato tutti i nostri figli, porto il commiato ai nostri familiari più cari che ci avevano fisicamente lasciati.

Abbiamo vissuto quegli anni, avendo ben chiara fin dall'inizio una cosa precisa: padre Luciano non era e non sarebbe stato il ”nuovo” don Michele;  le sue qualità erano (e sono) diverse, ed egli stesso ha sempre respinto la tentazione di “scimmiottare” il suo predecessore. Proprio questa nostra consapevolezza ce lo ha fatto guardare con occhi e cuore sereni, e ci ha fatto avere nei suoi confronti un atteggiamento, credo di poterlo dire, accogliente. Padre Luciano è certamente un personaggio più schivo e riservato,  meno avvezzo alle lunghe chiacchierate, alle pacche sulle spalle  tipiche dell'agire di don Michele; ritiene, assolutamente in buona fede, che i conti economici vadano tenuti a posto e che qualunque esborso  per il decoro dell'edificio parrocchiale e per le varie attività,  vada condiviso fra tutti, senza fare unicamente riferimento alla Provvidenza; ama redarre annualmente un bilancio dettagliato che espone puntualmente in bacheca perché tutti possano verificare il corretto andamento di entrate ed uscite;  una visione delle  cose peraltro assolutamente legittima, che non può certo marchiare l'attuale parroco di San Ciro come un petulante esattore o ancor peggio, un avido.

La triste notizia di queste ore, le ingiuriose scritte comparse intorno alla parrocchia di San Ciro, mi hanno perciò profondamente addolorato, avendole percepite come un'offesa gratuita e ingiusta, ma più ancora, vile, perché compiuta di nascosto, senza alcun coraggio: sarebbe stato così difficile esprimere in maniera chiara, palese, a viso aperto, un disagio così pesante? “Ma questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre” : è la frase evangelica a cui ho pensato nei momenti successivi. Le tenebre che rappresentano le ore della notte, ma simboleggiano ancor di più il senso del disorientamento nel quale ormai vive gran parte della gente, soprattutto dei giovani, della nostra città. Disorientamento che si esprime anche nella perdita della dimensione sacrale: perché qui non si tratta semplicemente della contestazione a una persona (padre Luciano Gubitosa nella fattispecie), quanto della profanazione di un simbolo, il sagrato della parrocchia, il luogo in cui, per antonomasia, hanno trovato rifugio e ascolto proprio i sofferenti e i bisognosi di aiuto, un luogo nel quale inevitabilmente si dovrebbe pensare al trascendente. Ed è ancora più triste pensare alla stessa profanazione dell'immagine di don Michele che per quella parrocchia, per quella piazza ha speso molta parte del proprio impegno ritenendo proprio la parrocchia stessa quella “Fontana del villaggio” indicata dal Concilio.

Interrogarsi sui motivi di una tale decadenza è esercizio certamente utile: ci servirà probabilmente a scoprire come dalla famiglia, dalla scuola, dalla stessa Chiesa, ci sia stata una fuga dai compiti specifici della sana costruzione delle coscienze, lasciata colpevolmente ai media o peggio ancora ad uno spontaneismo senza regole: qualche anno fa il carissimo vescovo Antonio Forte, probabilmente intuendo quello che andava a realizzarsi, ebbe a dire: “Stiamo perdendo i comandi!”.

Questo gesto,  che non va dunque derubricato a semplice “atto di imbecillità” e che si compie alla vigilia dell'insediamento del nuovo pastore della diocesi, credo debba invitare ad una riflessione approfondita. Questa città, non ricca economicamente, si sta purtroppo fortemente impoverendo anche sul piano morale e tutti, la Chiesa in testa, debbono farsi carico di un progetto di rilancio della evangelizzazione delle coscienze. Monsignor Aiello sarà chiamato al compito molto arduo, ma proprio per questo entusiasmante, di aiutare questa città innanzitutto, a rialzarsi dal baratro mortificante di una profonda decadenza etica: e tutti ci auguriamo che lo voglia e lo possa fare.

 

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