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    23/11/2017

Il vescovo Arturo 2: «Sono un manovale, non un teorico»

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Il vescovo Arturo Aiello e mons. Enzo De StefanoAVELLINO – «Sono un manovale, non un teorico». Con eccessiva modestia, monsignor Arturo Aiello, nuovo vescovo di Avellino, si presenta alla città. Dal giorno del suo insediamento, il prelato non ha certo perso tempo per esaudire la sua prima volontà: «Diventare un cittadino di Avellino. Conoscere e farmi conoscere», avrebbe, infatti, confidato a don Enzo De Stefano, reggente della Diocesi, qualche giorno prima di prendere possesso della sede episcopale.

A meno di 24 ore dalla vestizione, incontra i 64 sacerdoti della Diocesi di Avellino con i quali pranza presso il Seminario di via Morelli e Silvati. Poi omaggia le reliquie di Padre Pio arrivate in città nella chiesa di «Santa Maria Assunta in cielo» e il giorno dopo è a Serino per i venti anni dall’istituzione della parrocchia di «San Michele Arcangelo». In entrambe le chiese celebra la funzione religiosa.

A Palazzo vescovile, nella conferenza stampa di questa mattina, esaudisce un altro desiderio, conoscere gli operatori dell’informazione. «Descrivete la Chiesa in modo oggettivo non c’è bisogno di far passare l’immagine sempre positiva», dice il successore di Francesco Marino, rivolto ai cronisti. Quindi esalta l’Irpinia: «Quale posto migliore per un cultore del verde come me. Tuttavia – prosegue –  mi manca un giardino da curare come quello che avevo a Teano (la Diocesi che dal 2006 ha guidato per 11 anni, ndr). Per questo ogni mattina mi reco in villa comunale per recitare il Rosario e, inoltre, ho chiesto al sindaco di poter curare personalmente le piccole aiuole all’ingresso della Curia». Tutti elementi che avvicinano ancora di più il nuovo pastore alla gente.

Acclamato immediatamente dai giovani, ai quali anche l’altro giorno ha teso la mano. «Restate qui, costruiamo insieme il futuro. Per voi ho in mente tanti progetti». Il primo dovrebbe essere quello relativo a una scuola di formazione pre-politica perché, spiega Aiello, «l’attuale classe dirigente si mostra spesso inadeguata. Dunque, la Chiesa deve educare le nuove generazioni. Fino a oggi a loro non sono state trasmesse l’arte e l’amore per la polis. Per questo sarebbe bello avviare un percorso di formazione prepolitico, dal quale possa emergere la classe dirigente di domani». Poi il distinguo: «Un vescovo, diversamente da un politico, non ha programmi da presentare né impegni da assumere. Dunque, come dice un vecchio adagio napoletano, non voglio farmi debiti con la bocca».

Nel suo discorso, incalzato dalle domande dei presenti, monsignor Aiello ricorda le sue origini e il suo percorso ecclesiale. «La mia vita ha avuto due step e adesso inizia il terzo e, probabilmente, ultimo. Ognuno rappresenta un orizzonte geografico e culturale». Il primo, è la penisola sorrentina dove nasco, cresco e mi formo dal punto di vista umano e cristiano. Nel mio stemma c’è una torre, quella di Villa Crawford, un castello di Sant’Agnello a picco sul mare, dove ho ricevuto tanto da una persona: don Onorio Rocca. È lì che sono diventato prete. Dal 1979 al 2006 ho agito come pastore all’interno della parrocchia di Piano di Sorrento». Quindi, il vescovato a Teano-Calvi, «una terra difficile, l’antica Terra di lavoro. Oggi solo terra perché il lavoro è scomparso». Quindi, Avellino. «È la prima volta che mi misuro con un capoluogo di provincia. Con le sue mille incognite le sue potenzialità, le sue piaghe, le sue gioie. Questo primo anno sarò in osservazione: non aspettatevi proclami. Sarebbe come fare la diagnosi senza aver visitato il malato».

Ma la situazione, ad Aiello, sembra già piuttosto chiara. «La Caritas di Avellino svolge tanta azione di supplenza arrivando lì dove lo Stato non arriva. Le istituzioni dovrebbero rispondere in maniera più incisiva alle povertà, vicine e lontane, e all’accoglienza». Proprio sull’accoglienza, il neo vescovo si era soffermato qualche giorno prima nel corso di un’omelia: «Apritevi al messaggio dell’ospite – dice Aiello dall’altare – che non va mai via senza lasciare un dono. Accogliete senza remore». Ma attenzione: «Per essere in grado di accogliere bisogna essere in grado di arretrare, di fare un passo indietro. Facciamolo insieme apritevi all’accoglienza come Gesù ci insegna nel Vangelo».

L’accoglienza è il fulcro nella crescita di ogni persona: «La nostra vita familiare – sostiene il vescovo – è caratterizzata dalle visite: quando qualcuno bussa alla nostra porta ha con sé sempre qualcosa. Noi possiamo aprirgli o negargli l’accesso. Rifiutare l’incontro significa perdere un’occasione di crescita, perché noi tutti siamo le persone che abbiamo incontrato. Siamo il frutto dell’incontro con i nostri genitori, con i nostri maestri, con persone, insomma, che segnano la nostra personalità».

Dibattendo, poi, attorno al concetto di santità, arriva, immancabile la citazione. Questa volta non è un cantautore, ma «un grande convertito del ‘900», il poeta francese Leon Bloy: «Non esiste che una sola grande tristezza quella di non essere santi». Non manca un messaggio al sindaco: «La santità sta nell’amministrare bene una città». E un altro per l’intera città: «Di cosa ha bisogno Avellino?», chiede il vescovo, replicando: «Avellino ha bisogno di un santo. I santi cambiano l’orizzonte di una città. I santi cambiano la storia, è vero, ma cambiano anche la geografia».

 

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