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    18/09/2018

Fede e arte/Grande folla alla festa della Madonna delle Grazie ai Cappuccini

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La chiesa di Santa Maria delle GrazieAVELLINO – Un'immensa  folla di fedeli ha partecipato commossa, alla presenza del vescovo Arturo Aiello, alla festività religiosa della Madonna delle Grazie presso il convento dei Cappuccini di Avellino. Lo straordinario concorso di gente - come ha ben spiegato il parroco padre Gianluca Manganelli -  è dovuto al fatto che gli avellinesi, devoti e fedeli, sono particolarmente legati al culto della Madonna delle Grazie ed avvertono, in momenti come l'attuale di bisogno e di solitudine, la necessità di stare insieme con gli altri e guardare fiduciosi al Cielo, sperando nella grazia della Vergine Madre.

Con l'occasione si sono potute ammirare le bellissime opere d'arte che adornano la chiesa, ritenuta giustamente una vera e propria "galleria d'arte". Nell’altare maggiore, nel ricco dossale in legno della fine del XVI secolo, ci sono tre quadri  attribuiti a Silvestro Buono (in sodalizio con Bernardo Lama). Dello stesso Buono esiste il ben noto dipinto su  tavola (Cfr. Riccardo Sica, I dipinti nella chiesa di Santa Maria delle Grazie ad Avellino, Mephite, Avellino, 2016): la “Pietà” (o “Deposizione”, datata 1551 o, secondo qualche studioso, 1591, e secondo noi 1571, e firmata “Silvester Bonus Neapolitanus“). Il trittico potrebbe essere riconosciuto tra “le opere del Buono che sono alli Cappuccini” segnalate dal De Dominici nelle “Vite dei pittori scultori e architetti napoletani”: è facile presumere che sia la costruzione del convento e della chiesa dei Cappuccini di Avellino e sia la raffigurazione di San Gennaro nel Trittico dell’altare maggiore fossero volute (o comunque incoraggiate) proprio da Crisostoma Carafa a nome della quale il marito Marino I Caracciolo nel maggio 1581 aveva comprato la città di Avellino.

Analogamente, per attestare la devozione, propria e della propria famiglia, ai frati Cappuccini, un altro esponente della stessa casata, il conte Carafa di Cerreto, volle essere presente alla cerimonia della posa della prima pietra per la costruzione della chiesa di Santa Maria delle Grazie in Cerreto Sannita. Accogliendo in sé probabilmente anche alcuni dipinti provenienti dalla chiesa di San Francesco distrutta nel 1939, la chiesa di Santa Maria delle Grazie assunse ed assume il ruolo che quella chiesa di provenienza aveva svolto fino ad allora, il ruolo cioè di “simbolo religioso per eccellenza della città, subito dopo la Cattedrale, ma in una forma assai più popolare e popolareggiante”. Non a caso Carlo Muscetta definiva quella chiesa di San Francesco addirittura “la più elegante e ricca chiesa di Avellino” collocandola in un certo senso in posizione addirittura di supremazia rispetto alla stessa Cattedrale.

Procedendo proprio dall’altare centrale, dove si situa il trittico del Buono con la “Madonna delle Grazie”, “San Gennaro” e “San Francesco” (1584 circa), si passa nel breve presbiterio dove si osservano, incastonati in cornici in stucco polilobate, due dipinti settecenteschi a forma di lunette, attribuibili a Nicola Malinconico (non oltre il 1727) o a Teresa Palomba (tra il 1727 e il 1748), raffiguranti “La Presentazione al tempio”e “La Natività di Maria”; e si giunge dapprima all’arco trionfale ai cui lati s’impongono le superbe figure solimeniane di “San Pietro” e “San Paolo” (1702 c.) e poi alla navata centrale dove si succedono gli ovali con i citati “Misteri” di Palomba: a sinistra la “Presentazione al tempio”, la “Visitazione”ne la “Pentecoste”; a destra l’“Assunzione”, la “Discesa dello Spirito Santo” e l’“Annunciazione” (non oltre il 1748).

Della protagonista assoluta, Maria, viene riproposta negli ovali di Palomba la vita nei suoi momenti particolarmente significativi. Nella navata centrale, inoltre, si distingue il piccolo dipinto della “Madonna che appare a San Felice” (replica di o da Andrea Vaccaro oppure opera di Nicola Vaccaro su committenza della famiglia Muzio Spadafora di cui non a caso nel dipinto sono  raffigurati lo stemma araldico e il ritratto della committente, Antonia Ruffo, moglie di Muzio Spadafora). Nel soffitto, invece, procedendo dall’altare maggiore verso la navata centrale, anch’essi incastonati in apposite cornici in stucco polilobate, s’incontrano i seguenti dipinti esaltanti gli ordini dei frati conventuali: l’“Apparizione della Vergine a San Francesco e San Felice da Cantalice” (di Michele Ricciardi, metà secolo XVIII), l’“Adorazione dei Magi” (di autore ignoto, da Pietro Negroni, forse ridipinta prima del 1886 da Agostino Barchiesi e/o figlio Annibale), l’”Abbraccio fra San Felice e San Filippo Neri” e l’“Abbraccio fra San Domenico e San Francesco”, entrambi di Michele Ricciardi (prima metà XVIII secolo). Ma la “perla” della rassegna dei dipinti esposti nel soffitto è sicuramente la splendida pala dell’“Apparizione della Vergine a San Felice da Cantalice” di Francesco Guarino (1650 c.). Infine, in una camera interna del convento, è conservata una pregevole “Fuga in Egitto”, da noi riconosciuta a Teresa Palomba (metà XVIII secolo).

 

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