AVELLINO – Non stimiamo di peccare di piaggeria, che non fa parte del nostro modo di essere, né di cedere alla retorica, sospinti involontariamente dalla “amistà e conversazione”, se diciamo che il discorso che Antonio Bassolino, ex sindaco di Napoli ed ex presidente della Regione Campania tra il 1993 e il 2010, ha tenuto questa sera presso quella che fu la chiesa del Carmine di Avellino è stata una vera e propria “lectio magistralis” su quella che dev’essere la politica per essere all’altezza del suo compito. C’è, infatti, bisogno di una politica per i tempi nuovi che si annunciano difficili e insieme esaltanti, contribuendo innanzitutto alla nascita e all’affermazione di una nuova classe dirigente che svolga un lavoro di lunga lena per relegare finalmente la questione meridionale nell’archeologia storico-letteraria.
L’occasione di questa sera era davvero ghiotta, e il leader democratico l’ha saputa cogliere e utilizzare appieno. Si trattava di discutere di “Francesco De Sanctis, le classi dirigenti e il Mezzogiorno contemporaneo”, prendendo spunto dal numero monografico della rivista “Studi desanctisiani” dedicato a questo tema nell’approssimarsi delle celebrazioni per il secondo centenario della nascita del grande irpino che venne al mondo a Morra il 28 marzo 1817. Il convegno, che è stato presieduto del giornalista Pierluigi Melillo, ha visto gli interventi dei professori Toni Iermano ed Ernesto Paolozzi, i quali hanno sottolineato entrambi, con dovizia di argomenti, l’attualità di De Sanctis come teorico del nesso etica-politica e della formazione di una nuova classe dirigente per il Sud d’Italia.
Se possiamo dire così, l’articolato e coinvolgente discorso Antonio Bassolino, che ha tratto le conclusioni, si è ispirato, per più versi, a un classico criterio di stampo crociano: chiedersi “quel che è vivo e quel che è morto” nel pensiero di De Sanctis. Lo ha fatto, con studiata naturalezza, che dava luogo a un contrappunto concettual-emozionale nel suo dire, alternando ricordi della sua giovinezza irpina, che risale a quando era segretario provinciale del Partito comunista italiano (1970-75), e una riflessione sul carattere chiaroscurale del presente che viviamo. Sicché a toni e momenti nostalgicamente e pensosamente rievocativi, quasi elegiaci, seguivano, con inavvertito cambio di registro discorsivo, analisi e discussioni sulla nostra crisi attuale e su ciò che bisogna fare, lasciandoci soccorrere anche da De Sanctis, per slargare l’orizzonte di una speranza ben fondata e non mandarla delusa grazie al fatto di accompagnarla con un impegno incisivo e forte, costante e corale.
Bassolino, com’era nel conto, si è innanzitutto professato, sia pure non rinunziando allo spirito critico, seguace di quel grande irpino che inventò la storia e la critica della letteratura italiana, contribuì a far conoscere ed apprezzare Hegel in Italia, fu patriota ardimentoso, geniale ministro della Pubblica istruzione, teorico di una educazione del popolo che fosse strumento della sua elevazione e del suo riscatto non solo spirituale e culturale ma anche materiale e sociale, contribuendo così in modo determinante alla crescita del nostro neonato Stato unitario come paese sempre più democratico. Non a caso, per De Sanctis alla libertà ci si educa con la libertà.
Bassolino ha ricordato che poco più che ventenne fu eletto, lui napoletano, segretario provinciale del Pci irpino. Ebbene, nello svolgere il suo lavoro politico, ovvero nel costruire un partito di massa, posto a servizio della causa della democrazia e della giustizia sociale, un grande aiuto gli venne dal “Viaggio elettorale” di De Sanctis. Si tratta, com’è noto, di una sorta di aureo libretto, che si colloca con eleganza e originalità sullo stretto crinale tra grande letteratura e sociologia politica. Basti dire che è il testo che costituisce l’immediato antecedente delle “Lettere meridionali” con cui Pasquale Villari, suo allievo, diede origine alla letteratura meridionalistica. Manco a dirlo, la lettera bassoliniana di De Sanctis si è collocata nell’alveo ermeneutico che si rifà a Russo e Gramsci.
Bassolino, abbandonandosi a una piccola confidenza, ha detto che le pagine del “Viaggio elettorale” erano una specie di breviario che lo accompagnava nei suoi viaggi e nelle sue battaglie elettorali e politiche in Alta Irpinia: da Calabritto a Sant’Angelo dei Lombardi, da Lacedonia a Bisaccia, da Calitri ad Aquilonia e Monteverde. Servivano ad illuminare di pensieri la sua mente e a riaccendere il suo ardore perché la speranza di rinascita delle genti di quei luoghi non restasse irredenta.
Oggi - ha continuato Bassolino - il Mezzogiorno non è più quello di De Sanctis, né sarebbe possibile e menoche mai auspicabile. Ma tanti mali problemi di sottosviluppo o sviluppo mancato sono purtroppo rimasti nodi irrisolti. Per affrontarli e risolverli, possiamo richiamarci al modo in cui De Sanctis intendeva l’eticità della politica come senso dello Stato, del bene pubblico, come dovere di compiere tutte quelle azioni che servono a promuovere progresso socio-economico e libertà. La politica, però, per servire uno scopo così nobile e utile, non può che essere passione, intelligenza, autonomia. Questa trinità concettuale vuole, in primo luogo, che si viva con appassionante e disinteressato impegno la causa che si ritiene giusta. Inoltre richiede capacità di analisi dei problemi con cui bisogna fare i conti e intelligente ricerca delle loro soluzioni, per risolverli in maniera compiuta e organica. L’autonomia - politica, mentale, culturale - è, a sua volta, il prerequisito e il costante compagno di una politica fatta con intelligenza e passione. Una classe dirigente deve avere questi tre qualità se vuole essere tale; e non nasce solo dal rinnovamento generazionale, dalla “rottamazione” et similia, perché essa è un’opera di formazione complessa e articolata che implica esigenti criteri selettivi.
Quello che chiamiamo mondo della politica – ha detto ancora Bassolino – è, essenzialmente, due cose distinte e connesse fra loro. La politica, nel senso forte e alto del termine, è innanzitutto ieri come oggi, conflitto tra partiti, dialettica di posizioni diverse, talvolta contrapposte: essa è il luogo in cui il destino delle comunità e dei popoli si gioca attraverso il confronto e lo scontro di idee, intuizioni, proposte diverse: solo da un siffatto confronto-scontro può nascere la sintesi unificante che dà luogo a maggioranze e governi della cosa pubblica. Il governo è il secondo momento della politica, quello istituzionale. Ma, a differenza dei partiti, le istituzioni, nei rapporti che debbono stabilire fra loro, (amministrazioni di paesi, città, regioni e governo nazionale) devono ispirarsi un’altra logica, che è non più quella del conflitto, ma del dialogo e della collaborazione. Solo la collaborazione e il dialogo sono in grado di dar vita a quelle sinergie di azioni che promuovono da più versanti progresso, giustizia e democrazia.
È questo che purtroppo a tutt’oggi non avviene. Ed è questa, insieme ad altre, una delle cause del permanere dell’arretratezza meridionale. Oggi non esiste più una questione meridionale in senso classico, cioè otto-novecentesco, perché il Sud è un insieme di questioni, di realtà diversificate, un groviglio di tante realtà frammentate fatte di sviluppo e ritardo. Ma ciò non toglie, anzi richiede che, senza piagnonismi e facendo conto innanzitutto sulle sue forze, il Sud abbia bisogno di una politica di organici interventi da parte del governo Renzi. Che, invece, ancora non c’è. Certo, non mancano intereventi al Sud, ma non essendo inseriti in un disegno di stampo strategico, non sono tali da produrre grandi effetti, mentre la pubblica opinione meridionale si sente abbandonata ed è fortemente ostile al governo. La qualcosa può avere ripercussioni sul referendum costituzionale nel senso di spingere buona parte dei meridionali, se non la maggioranze di loro, a votare «no». Invece la riforma, pur con i suoi limiti, segna un passo in avanti sulla via delle riforme e dell’ammodernamento dello Stato per cui è giusto votare «sì».
L’unificazione socio-economica e civile del Paese, la fine delle “due Italie”: è una grande scommessa quel che è ancora davanti alle nuove generazioni meridionali, ha detto in conclusione Bassolino. Mettendo insieme le energie, le esperienze e le intelligenze migliori, è una scommessa che può essere vinta.
