AVELLINO – “È un No ad una cattiva riforma costituzionale che potrebbe avere effetti molto negativi per il Paese come cercherò di spiegare nel mio intervento di questa sera. Ci sono diverse ragioni del No, naturalmente. Mentre il Sì è un’alleanza di governo che va da Verdini al Partito democratico il No è una pluralità di forze, di cittadini. Io intendo dare voce al No della sinistra ed alle ragioni della sinistra per il No. Se vince il No eviteremo di avere una brutta Costituzione, il che è già un discreto passo importante, e poi forse che il presidente del Consiglio sarà un po’ meno arrogante di quanto non è stato fino adesso. Una sola cosa è sicura: che se vince il No non si possono fare le elezioni perché bisogna rifare le leggi elettorali: questo è evidente. Quindi se vince il Sì magari si può pensare di fare le elezioni anticipate, ma se vince il No è sicuro che non ci saranno. Al congresso sosterrò un cambiamento profondo di linea politica perché io ritengo che la linea attuale del Partito democratico non vada bene, quindi mi batterò per cambiare la linea politica e per sostenere un’altra prospettiva, un’altra leadership”: si concede subito ai cronisti con queste dichiarazioni l’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema, giunto questa sera ad Avellino con Massimo Paolucci, prima del suo intervento in una gremita sala blu dell’ex carcere borbonico in occasione dell’incontro promosso dal comitato Scelgo No con in testa l’ex parlamentare Alberta De Simone, Gerardo Adiglietti e il presidente delle Acli Mimmo Sarno.
Nel suo breve ma intenso intervento Paolucci ha ricordato come il governo e i promotori del Sì facciano del referendum costituzionale «una grande occasione. Era una grande occasione anche la Buona scuola. Era una grande occasione anche l’Italicum, la legge elettorale più bella del mondo. Era una grande occasione il Jobs Act. Ora ci dicono che anche il referendum è una grande occasione» in quanto – ha continuato il deputato napoletano – rende più veloce il processo legislativo: una motivazione smentita dai numeri, che vedono il nostro Paese ai vertici della scala europea (e mondiale) sulla produzione legislativa. L’altro punto critico della riforma, ha esposto in conclusione Paolucci, è il combinato disposto con la nuova legge elettorale, il cosiddetto Italicum, «una legge elettorale simile al precedente Porcellum, che cambia la natura del governo e della nostra democrazia».
Lungo queste direttive si è inserita la riflessione di Massimo D’Alema, che ha voluto individuare nell’ampio ed eterogeneo schieramento dei contrari al referendum costituzionale, un movimento «che prende le mosse dalle grandi culture democratiche della storia del Paese. Essi sono gli eredi diretti dei padri costituenti: per questo non fa scomodo che si possano trovare insieme», sullo stesso fronte, quello contrario alla richiesta di modifica della carta costituzionale. Una modifica inaccettabile, perché imposta a colpi di maggioranza: «le regole fondamentali – ha chiosato l’ex leader del centrosinistra – devono essere condivise. Questa è, invece, una riforma di maggioranza». Una riforma che, sulla base delle indicazioni dei “poteri forti”, come ad esempio la società finanziaria JP Morgan, riduce gli spazi della partecipazione. Sono queste – la riforma imposta dalla maggioranza e dai poteri forti – le ragioni di metodo che sorreggono il No.
Passando ad illustrare le ragioni di merito a favore del No al referendum, D’Alema è partito dal tema centrale della proposta Renzi-Boschi: il superamento del bicameralismo perfetto. In realtà «il bicameralismo perfetto non scompare, ma si trasforma in un bicameralismo confuso», nel quale non sono individuabili i compiti della Camera e del Senato e che dà un grande potere al governo: «Con questa riforma il governo si riserva il potere di avocare a sé il potere delle regioni. È l’intero sistema delle autonomie e del principio di sussidiarietà che viene messo in bilico». Tale tendenza accentratrice si rileva nel combinato disposto con l’Italicum: «Avremo una forma di presidenzialismo con la nomina del Parlamento; un sistema di governo che non esiste da nessuna parte», perché trasforma, secondo l’osservazione dell’ex ministro degli Esteri, la nostra Repubblica da una repubblica parlamentare ad una repubblica presidenziale nella quale, però, vengono a mancare i pesi e contrappesi tipici di un sistema di governo presidenziale. Per questo il referendum del 4 dicembre è un referendum che riguarda non solo la riforma costituzionale ma anche la nuova legge elettorale.
Non sono mancate stoccate dirette al gruppo dirigente del Pd e, in particolare, al segretario Renzi, colpevole di aver condotto il partito ad una disfatta elettorale alle scorse elezioni amministrative. Una sconfitta dovuta principalmente alle politiche del governo e che hanno lanciato la volata al populismo grillino. «L’unico modo che ha la sinistra di recuperare il terreno nei confronti del populismo è tornare ad essere se stessa» recuperando quel rapporto che negli ultimi anni si è perso con un’ampia fetta di elettorato di sinistra.
Alle accuse di chi afferma che si è alleato con l’opposizione, da Grillo a Salvini, passando per Berlusconi, nella campagna referendaria, D’Alema risponde con decisione: «Io non ho mai abbandonato i miei principi, che sono e restano quelli scritti nella carta dei valori del Pd». Ricordando, in chiusura di intervento, che con la battaglia referendaria si è creata una nuova frattura nel Paese, «non più una frattura tra destra e sinistra, ma una frattura tra potere e popolo. E sono sicuro che il popolo vincerà questa battaglia».
Il dibattito, aperto dai saluti di Gerardo Adiglietti e di Alberta De Simone, ha visto una grande partecipazione di pubblico. Tra i presenti l’onorevole Giancarlo Giordano, Amalio Santoro, Roberto Montefusco.
