AVELLINO – Siamo alle fasi finali della campagna elettorale: gli ultimi giorni saranno quelli in cui non sarà possibile pubblicare i sondaggi (con l’ipocrisia tipicamente italiana) e ci si rivolgerà ai siti delle cosiddette corse clandestine o delle voci dal conclave per provare a sapere con anticipo come andrà a finire. Andando in giro per l’Italia, per ragioni personali, si percepisce subito come l’interesse concreto per il risultato elettorale riguardi soprattutto gli attori della contesa. Non pervenute ormai le lunghe discussioni, a cui tante volte si poteva assistere nei bar o nelle carrozze ferroviarie, in strada piuttosto che negli stessi luoghi di lavoro. La percezione è quella di un lungo e distaccato avanzare del tempo nell’attesa che la televisione, luogo quasi unico e comunque privilegiato della discussione elettorale, possa riprendere la propria regolare teoria di show musicali, telenovelas, gare di cuochi, senza le apparizioni fastidiose degli aspiranti leader e/o semplici parlamentari.
E del resto come potrebbe essere diversamente, rispetto ad una legge elettorale, il rosatellum, che ha ricalcato il porcellum di infelice memoria e che di fatto propone al cittadino elettore dei vari collegi delle figure, nella gran parte sconosciute ai rispettivi territori, a cui la croce di preferenza apposta sulla scheda elettorale rappresenta una ratifica passiva piuttosto che una scelta convinta? Gli ultimi giorni hanno visto l’esplodere del caso “Rimborsopoli”, coi 5 Stelle, scivolati proprio su uno dei loro cavalli di battaglia, quello dei costi della politica. Una vicenda, onestamente banale, come qualunque persona di buon senso, sostenitrice o meno del movimento di Grillo, sa perfettamente; ovviamente essa ha costituito il pretesto per l’ennesimo scambio di insulti fra le opposte fazioni, alla ricerca di chi possa essere il più onesto del reame, rivelandosi alla fine per quello che veramente è: un distrattore rispetto a problematiche molto più serie, di cui ovviamente non si vede traccia concreta nella discussione.
Al di là di citazioni generiche, proclami improbabili (come lo “smaltimento” di 600.000 extracomunitari, non si sa dove e se in pullman, tram o bicicletta) e di rimandi a programmi ufficiali, spesso pletorici e non intellegibili, nessun cenno concreto a situazioni di stringente attualità: il lavoro che non si trova per i giovani (costretti con frequenza crescente ad abbandonare il Paese) o che si perde per tanti padri di famiglia, una ricchezza sempre meno distribuita, la struttura-famiglia dimenticata (l’ultimo dato Istat denuncia per il 2017 la cifra di sole 450.000 nuove nascite a fronte di oltre 650.000 decessi), la questione migranti che non va oltre semplici enunciati spesso grondanti di razzismo becero (come si è visto nei casi Pamela e Macerata), un Sud che muore tra infrastrutture scarsissime e vetuste e una criminalità che strangola ogni iniziativa, lo stesso Nord produttivo, frenato da una burocrazia soffocante e, essa sì, costosa e improduttiva, una sanità sempre meno fruibile, soprattutto dalla povera gente.
In questo deserto propositivo agli analisti non resta che soffermarsi sul governo che (forse) verrà. Fra un Cavaliere individuato in grande spolvero (malgrado gli 82 anni e l’ineleggibilità causa “birichinate” fiscali), il “sor” Matteo di Rignano sull’Arno detestato un po’ dovunque e impegnato a costruirsi il partito fai da te, “Gigino il chierichetto” (governatore De Luca dixit!) che gira il mondo per mostrarsi nei “luoghi che contano” competente in tutto (pur senza titolo di studio), Salvini che adesso ama il Meridione come nessuno e gli esercitini rimanenti che cercano il quorum nascosto, pare che alla fine difficilmente qualcuno riuscirà ad avere i numeri per governare in proprio. Sarà una Grosse Koalition de noantri? Probabilmente sì, anche perché, fra l’altro, risulta difficilissimo se non impossibile, credere che i nuovi eletti, e soprattutto le matricole, si possano rassegnare ad andare rapidamente a nuove elezioni, col rischio di perdere in pochi mesi le corpose indennità e il diritto al tanto vituperato vitalizio; insomma, alla fine un governo bene o male lo si formerà.
Due parole sulla nostra provincia: svanite (forse) le polemiche sulle candidature, ammirato un Ciriaco De Mita sempre più “in palla” (a proposito, auguri per i novanta anni!) non solo concreto e potente sponsor di suo nipote, ma autentico demiurgo del quadro politico irpino, capace ancora di intervenire efficacemente sia in casa propria che in quella altrui, la curiosità riguarda soprattutto il numero dei candidati nostrani che varcheranno le soglie del Parlamento, vista l’abbondante presenza, nei listini, di extraterritoriali (si passa, nel centrodestra dalla sannita rediviva Sandrina Lonardo in Mastella, al lazialissimo aspirante padrone del football italico Claudio Lotito, reduce dalla trionfale eliminazione della Nazionale dai mondiali, per arrivare nel centrosinistra all’altro beneventano Del Basso De Caro alla ministra Fedeli).
Scontato il ritorno, in casa Forza Italia, di Cosimo Sibilia, ce la faranno, invece, nel Pd Luigi Famiglietti (possibile) e Valentina Paris (più difficile) a riconfermarsi? E quanto peseranno i “five stars” in Irpinia, dove finora non hanno mai brillato, ma che attualmente appaiono in crescita? Lo scopriremo solo vivendo, e ricordando che l’esito di questa tornata elettorale avrà inevitabilmente la sua influenza anche sulle scelte delle candidature e sul risultato conseguente delle immediatamente successive elezioni amministrative (Comune di Avellino in testa): ma per questo, si rimanda alla prossima puntata.
