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    22/11/2019

Una politica per l’area vasta

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Una veduta panoramica di AvellinoAVELLINO – Sui temi della programmazione politica e delle strategie da portare avanti per lo sviluppo del territorio – alla luce delle passate (Piano territoriale regionale, accordi di reciprocità, area vasta) e recenti (ddl riordino delle Province) decisioni istituzionali – ospitiamo un intervento di Ugo Santinelli.

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L’apparato amministrativo ed istituzionale italiano ha un disperato bisogno di essere riformato. Da un governo di eminenti tecnici ci saremmo aspettati l’ipotesi di una riformulazione complessiva; si è scelto di demolire un pezzo solo, le amministrazioni provinciali, senza che i modi e tempi facciano intravedere come il processo continui. I professori del governo hanno maneggiato in modo maldestro la geografia politica del Paese, incapaci a rimodellare il decentramento Stato-Regioni-enti locali, per ora distorta trasmutazione italiana dei processi di partecipazione alle decisioni che altri Paesi europei praticano da anni. Ed è penoso che il tutto si chiuda nel dilemma Avellino o Benevento.

Il destino di alcune centinaia di impiegati, le loro famiglie, le economie di prossimità generate, pur comprensibili, non possono esaurire la questione del capoluogo né giustificare i botti (non erano proibiti?) sparati durante la prima manifestazione sotto Palazzo Caracciolo. In città, per esercitare la memoria, non ha lasciato tracce l’esperienza della chiusura del centro addestramento reclute, ovvero il cambio di un modello burocratico, dall’esercito di leva a quello professionale. In quel caso, come ora, sono sempre gli altri a toglierci qualcosa. Il destino del capoluogo come centro erogatore di servizi amministrativi è segnato, e non solo ad Avellino, per l’inadeguatezza di un modello burocratico che in altri tempi, da Roosevelt in poi, era stato innovativo nei rapporti tra Stato e cittadini.  Quello di Avellino capoluogo come centro di decisioni politiche non è mai stato in gioco, per manifesta inferiorità tecnica, direbbero gli arbitri di boxe.

Le decisioni non si improvvisano. Mai pervenute le indicazioni strategiche, secondo le classiche domandine “chi siamo “, “dove andiamo”. Nella politica come nello sport, tattiche e strategie si preparano per tempo, nel tentativo di limitare gli spazi all’indecisione, all’imponderabile, per evitare di cadere da attori a soggetti.

Le istituzioni apicali del capoluogo, invero più della città che dell’amministrazione provinciale, hanno da anni disertato i luoghi della programmazione dove le indicazioni cominciano ad essere costruite e a diventare vincoli dell’agire politico. È accaduto dai tempi del Piano territoriale regionale fino agli accordi di reciprocità. Decidere per il futuro, almeno nei documenti di programmazione, somigliava ad un mero esercizio accademico per chi era occupato nelle reti clientelari del quotidiano. Il presente contro il futuro. Al più le discussioni tra tecnici e rappresentanti della società civile diventavano lo strumento per imbellettare la richiesta di fondi pubblici. Roberto Michels, tra i fondatori della politologia, avrebbe ricordato l’eterogenesi dei fini.

Con amarezza oggi si ascolta chi parla di area vasta, immiserita al numero dei residenti da contrapporre ai cittadini di Benevento. Nessuna traccia delle ricche discussioni attorno al tavolo per l’accordo di reciprocità: area vasta come visione d’insieme, come impegno a governare i problemi e le prospettive ambientali, senza intaccare l’autonomia delle singole comunità. Comprensibile che  la conurbazione nella nostra conca suoni come un dato di fatto in bocca ad esponenti del comitato per Avellino capoluogo.

In bocca ad amministratori ed esponenti politici della città, l’argomento dell’area vasta diviene immediata prova di un impegno politico mai preso per la semplice ragione che la somma di Comuni più o meno piccoli non produce – di fatto -  una città, la visione di una città,  il governo di una città dalle dimensioni di almeno due Avellino. Uno studente del primo anno di economia sarebbe in grado di spiegare a Galasso e a De Luca, nel senso di ex sindaco e di senatore in carica, le economie e le diseconomie di scala. E ci fermiamo qui.

Eppure oggi chiediamo a questa classe politica dirigente, sorda e distratta, di marciare su Roma per evitarci la “sciagura” di Benevento capoluogo. Anche se riuscisse negli intenti, salvato per ora il blasone, se pure impiegati e famiglie riacquistassero serenità, resterebbero i problemi. Per noi, per tutti.

 

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