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    16/02/2019

Giornalismo e politica/La lezione di Antonio Di Nunno, una battaglia che sa di antico

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Antonio Di NunnoAVELLINO – “Quando l’Avellino era un miracolo vissuto domenica dopo domenica nelle città del Nord ci capitava spesso di passeggiare per i portici di Bologna, per Piazza delle Erbe o sul liston di Verona o di scrutare dalla funicolare di Bergamo Alta l’ordito della città nuova.

In quelle scarpinate di sportivi appassionati di storia e di urbanistica ci capitava spesso di litigare spesso su un incongruo paragone con la nostra città. E allora Tonino Di Nunno sfoderava tutta la sua passione e non c’era scampo per nessuno: né per l’indimenticato e saggio Gianni Frisetti né per i mugugnanti “gattoni neri”, né per Califano che ci raggiungeva da Brescia o per Gianni Porcelli che viveva a Milano.

Quella passione sembrava destinata a rimanere uno sfogo. Tonino aveva abbandonato la politica per fare solo il giornalista. E così, pensavamo, sarebbero andate perdute quella competenza e quell’amore per l’urbanistica come scienza al servizio della qualità della vita. Sarebbe andata perduta quella voglia severa di dire sempre la verità, tra un sorriso ed una ravviatina al baffo  sornione.

Ed invece eccolo qui, candidato a sindaco. Non ci fa velo l’antica amicizia, non ci condizionano i catini di colla e i manifesti che abbiamo attaccato insieme, magari contro la dittatura franchista o le trame nere, se diciamo che speriamo nella sua elezione e comunque siamo fieri della sua battaglia. Se fosse vivo Gianni sarebbe contento e questo è già un motivo sufficiente per approvare una scelta sofferta. Sarebbe contento di un ritorno alla battaglia che sa d’antico ma è nuova ed entusiasmante.

Carlo, vorrei che tu e Gianni ed io: così potrebbe incominciare il sonetto di un’antica amicizia. Ma non è tempo di sonetti e le rime sono pietrose. La strada è cosparsa di pietre aguzze. Ma Tonino ha buone gambe”.

Così, in questo magistrale corsivo, Peppino Pisano, redattore del Mattino, presentava sul nostro giornale, L’Irpinia del 15 aprile 1995, allora periodico a stampa, la candidatura di Antonio Di Nunno a sindaco di Avellino nelle elezioni amministrative del 23 aprile 1995. “Tonino  aveva abbandonato la politica per fare solo il giornalista”, ricorda Pisano. Oggi, a quattro anni di distanza dalla scomparsa avvenuta il 3 gennaio del 2015, ricordiamo il sindaco-giornalista con un convegno sul tema “Giornalismo e politica. La lezione di Antonio di Nunno” in programma il prossimo 1 febbraio, a partire dalle 16:30, nella sala blu dell’ex carcere borbonico. Il programma dei lavori prevede, dopo i saluti di Ottavio Lucarelli, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Campania, gli interventi di Aldo Balestra, Nunzio Cignarella, Francesco Barra, Nicola Cecere, Gigi Marzullo, Matteo Cosenza e Carlo Verna.

Giornalismo e politica, dunque. Due attività che hanno segnato a fondo e a pieno la vita di Tonino Di Nunno e che saranno illustrati dai colleghi relatori con il racconto di un lungo arco di tempo che va dai tempi di Quaderni Irpini e Radio Irpinia fino a quello, a partire dal luglio del 1979, di redattore della Rai Campania.

Sul piano politico la vicenda amministrativa targata Di Nunno fu stroncata da quella che ormai è tristemente ricordata come operazione canaglia, ispirata, come è noto, dai cosiddetti “padroni del vapore” da sempre contrari nella sostanza, al di là dei reboanti proclami elettoralistici, a qualsiasi rinnovamento dei metodi di fare politica, quindi di formazione e di crescita – nella più autentica e illuminata concezione dorsiana – di una nuova classe dirigente. Significativo, da questo punto di vista, il video – facente parte del fondo Federico Biondi in dotazione al Centro di ricerca Guido Dorso – che riproponiamo sul nostro sito con l’intervista che, sul finire del 1997, l’allora direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli ed il responsabile del Corriere del Mezzogiorno Marco Demarco fecero al sindaco Di Nunno, nell’auditorium di Palazzo Victor Hugo, a proposito della polemica con Ciriaco De Mita all’indomani del rimpasto in giunta e l’ingresso nell’esecutivo di rappresentanti dell’allora Pds (segnatamente del capogruppo Ettore De Socio ndr) non graditi al leader di Nusco.

Riteniamo utile riproporre all’attenzione ed al giudizio dei nostri lettori alcuni passaggi di quella lunga intervista. Richiesto da Paolo Mieli di spiegare che cosa lo avesse diviso da De Mita fin dai tempi della Dc, Antonio Di Nunno così risponde:

“Tutto quello che poi ha fatto diventare la Dc il partito da eliminare, perché noi ponevamo il problema del rispetto delle regole, c’èra non soltanto da parte di De Mita ma anche di una certa parte della classe dirigente nazionale della Dc il convincimento di questo impero senza fine, e soprattutto la sensazione di costruire qualcosa, di realizzare un progetto, un progetto che purtroppo, strada facendo, ci accorgemmo che così non era e che c’era un’opinione pubblica attenta che avvertiva, no, qui si sbaglia, bisogna far crescere una classe dirigente anche a livello intermedio”.

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“La Dc aveva tanto consenso che poteva permettersi il lusso di sacrificare qualcosa in omaggio ad un tentativo nuovo di costruire, un modo di raccogliere il consenso in maniera diversa. La Dc già a metà degli anni Settanta poteva prendere a livello nazionale un’altra strada. Io ero un tifoso del buon Zaccagnini, capivo che da solo Zaccagnini non avrebbe potuto risolvere granché e se nel 1976 le lezioni furono un dramma per la Democrazia cristiana vuol dire che queste cose già stavano maturando prima. Però eravamo voci isolate, non contavamo praticamente niente per cui ognuno ha preso la sua strada già da allora”.

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“A me è capitato una mattina di essere chiamato all’improvviso, mi fu detto facciamo questa cosa, tu puoi essere la persona giusta. Io non volevo accettare perché ero personalmente in difficoltà, perché avevo lasciato da tanto tempo certi rapporti, mi accorgevo che mentre io non c’ero c’è stata una devastazione dei rapporti anche sul piano personale, io ho trovato un deserto in quelle che una volta erano le mie conoscenze, le mie amicizie. Io ho fatto di tutto a favore di alcuni amici, questi invece avevano preso tutta un’altra strada. Questo mi ha fatto molto male. Fu una battaglia durissima che De Mita ha combattuto in prima persona. Io ancora oggi incontro fuori Avellino delle personalità che dicono: ah, lei è il sindaco di Avellino, sapesse in quei giorni in noi quanta attesa e quanta ansia per i risultati di Avellino. perché qui si concentrò un tipo di battaglia un po’ particolare”.

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“Ho visto nell’analisi che De Mita ha fatto della mia giunta una reazione così violenta, così aspra, assolutamente immotivata, sproporzionata rispetto ai fatti stessi che erano accaduti. Io sono figlio di un’alleanza che da va da Rifondazione al Partito popolare, questo è l’ambito in cui mi sono mosso sempre, non è che sono uscito fuori da questo steccato. Non possiamo immaginare che, dopo la battaglia che c’è stata qui nel 95, il sindaco cambia maggioranza e si rivolge ad altri. Perciò era fuori di luogo la reazione di De Mita. Non esiste che io abbia fatto un qualcosa contro gli interessi del mio partito, io collaboro con il Pds, è il secondo partito dell’alleanza. La discussione era se dovevano entrare  in giunta dei consiglieri o meno. Io ho valutato ad un certo momento che i capigruppo (Ettore De Socio e Nunzio Cignarella, ndr) dei due maggiori partiti, il mio e quello del Pds, potessero entrare in giunta. L’alleanza è questa, io cammino su questa strada, non ho fatto altre strade”.

 

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