AVELLINO – Domani, domenica 3 gennaio 2021, alle ore 18.00, nella chiesa di Costantinopoli di Corso Umberto I, sarà celebrata dal parroco don Emilio Carbone una messa – nel rispetto delle norme anti Covid – in occasione del sesto anniversario della scomparsa di Antonio Di Nunno, il sindaco-giornalista il cui ricordo è ancora molto vivo nella memoria degli avellinesi.
Di Nunno ha legato il suo nome ad un stagione amministrativa, quella dei sindaci, contrassegnata da una battaglia di civiltà in cui la politica e la cultura, nel segno della lezione tracciata da De Sanctis prima, Dorso poi, potessero svolgere, insieme, un ruolo determinante di impegno sociale e di indirizzo programmatico al servizio della comunità. In altri termini, un’idea della città in grado di esprimere una nuova dimensione civile che fu interrotta ignominiosamente da quell’autentica mascalzonata che fu l’operazione canaglia ispirata e portata avanti dall’establishment allora imperante nella Margherita e nei Ds e che è all’origine, per molti versi, di quella continua instabilità politica che Avellino ha dovuto affrontare nelle successive legislature (cfr. il nostro editoriale La fine di un’anomalia).
Per ora rinviato a data da destinarsi, a causa della pandemia imperante, il convegno che, ogni anno, il nostro giornale e il comitato promotore – di cui fanno parte Michele Candela, Antonio Carrino, Nunzio Cignarella, Antonio Gengaro, Ugo Santinelli, Amalio Santoro e Carlo Silvestri – organizzano in onore di Di Nunno che, proprio su “L’Irpinia”, ha continuato a dare il suo contributo di idee lasciando quello che può essere considerato un vero e proprio testamento spirituale.
In questa ottica riproponiamo ai nostri lettori un suo intervento di illuminata chiaroveggenza in tema di urbanistica e organizzazione del territorio, apparso in data 14 dicembre 2013 su queste colonne, dal titolo L'Irpinia come parco per difendere il territorio.
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C’era bisogno delle piene dell’Ufita, del Miscano, del Cervaro, del Sabato e del Calore nonché delle frane che hanno ostruito tante strade o delle bombe d’acqua che hanno rimesso in moto frane storiche come quella di Montaguto che minaccia di bloccare nuovamente le comunicazioni ferroviarie tra Campania e Puglia per capire (convincersi) che la comunità irpina vive in un contesto montano piuttosto incerto e ballerino? Frane, torrenti in piena, terremoti: ecco cosa accompagna la vita degli abitanti della dorsale appenninica. Un asse che divide l’Italia in zona tirrenica e zona adriatica lungo – includendovi la parte siciliana – ben millecinquecento chilometri.
Una catena che in termini agricoli, zootecnici e forestali dovrebbe costituire una ricchezza per il Paese ed invece ne diventa un problema, e che problema, perché intanto si è spopolato, perché i terremoti sulla dorsale si susseguono, perché la crisi del mondo agricolo e forestale ha provocato crisi di carattere sociale di vaste proporzioni. C’è un’altra non irrilevante componente che proprio perché situata sull’Appennino non viene neppure considerata o quanto meno è sottovalutata: questa componente è il notevole patrimonio artistico, storico ed archeologico che la montagna che spacca l’Italia da Nord a Sud contiene e che alimenta, per scelte nazionali, un turismo di serie B.
Limitiamoci alla nostra provincia, visto che è dell’Irpinia in particolare che parliamo. Contesto naturalmente impareggiabile, il nostro pezzo di Appennino contiene ora centodiciannove Comuni, Comuni fino a mezzo secolo fa ereditati immodificati dalla storia e dai nostri avi. Tanti Comuni, tante piccole realtà urbane intatte: intrecci di stradine e caseggiati con palazzi nobiliari, torri, castelli, cattedrali. Realtà preziose contenenti anche le trasformazioni ed i segni imposti dalle violenze delle guerre nonché da tanti micidiali terremoti. Quei castelli, quei palazzi e quelle torri sono stati “curati” dopo l’ultimo terremoto che ha segnato anche l’avvio di una deflagrazione edilizia che, tranne in pochi casi, ha cambiato irrimediabilmente paesaggi e contesti circondanti i paesi. Da noi il boom edilizio è esploso con ritardo rispetto ad altre aree del Paese più per una nostra condizione di povertà che per scelte meditate.
Dicevamo in un precedente articolo che la causa di quella che è stata poi una devastazione (che non finisce, anzi!) sta tutta nella mancata riforma urbanistica – la proposta di legge Sullo – dei primi degli anni Sessanta. E parlavamo anche di un moto di reazione a tutto questo. Come fermare il disastro che per effetto di interessi politici, imprenditoriali ed economici non accenna a ridursi a proporzioni passabili? Semplice. Attuando oggi un “progetto” al tempo stesso di carattere territoriale, ambientale e culturale che, pur delineato poco meno di venti anni fa, a mala pena si affacciò sulle cronache locali: la identificazione dell’Irpinia come parco storico-naturalistico. I suoi paesaggi, i suoi tanti centri storici, i suoi cento tra torri e castelli meritano una salvaguardia? Ed i suoi monti che stringono come in una morsa santuari, conventi e chiese isolati nel verde che raccontano della lenta adesione del popolo irpino al cristianesimo? E che dire poi dell’archeologia che ci racconta come Roma ebbe la meglio su quelle tribù che allora controllavano alture, gole e guadi?
La sottovalutazione di questo patrimonio ha portato ad un secondo oblio (in epoca modernissima) di queste testimonianze. Una dimostrazione in proposito ci è venuta l’anno scorso in occasione del lancio di una lodevole iniziativa della società Autostrade per l’Italia quando fu annunciato che presso ogni casello sarebbero stati montati dei tabelloni che avrebbero annunciato agli automobilisti cosa c’era da vedere e da scoprire in quel pezzo di territorio. In sostanza si investiva sul turismo. Ebbene, l’ultimo casello “curato” in area meridionale è stato quello di Teano. Possibile che alla Regione Campania (assessorato al Turismo) nessuno sapesse dell’iniziativa e nessuno abbia pensato a chiedere un “trattamento” analogo per i caselli dell’autostrada Napoli-Bari? Già al casello di Baiano si sarebbe potuto invitare gli automobilisti a tentare una visita nei dintorni per godere del Parco del Partenio, dell’anfiteatro e delle tombe romane di Avella nonché del suo castello e dell’incredibile sovrapposizione di edilizie di varie epoche e del suo centro antico. Certamente proponibile da lì anche una visita al castello Lancillotti ed al centro di Lauro, il paese che ha dato i natali al trasvolatore del Polo Umberto Nobile.
Così come ogni altro casello della Napoli-Bari avrebbe rappresentato uno scrigno da aprire per i viaggiatori. Qualche altro esempio? Oltre la stessa Avellino e la “civita” di Atripalda (l’antica Abellinum) con la cripta di Sant’Ippolisto, il casello di Avellino Ovest vuol dire Mercogliano, Ospedaletto, la salita a Montevergine. E c’è bisogno di ricordare la basilica paleocristiana di Prata Principato Ultra, il castello di San Barbato, quello di Montefredane ed il centro storico di Montefusco? E ad Avellino Est un pensiero a Serino, Solofra e al Terminio sarebbe stato uno sgarbo? E le colline e le valli del vino nei dintorni? Ed al casello di Grottaminarda come non indicare il castello della cittadina ufitana, il castello di Melito, i centri storici che sovrastano la Valle dell’Ufita? E poi, e non certo per ultimo, centro, villa e parco di Ariano, la città delle Assise di Ruggiero II il Normanno? Sarebbe stato infine un sacrilegio indicare al casello di Avellino Est l’imbocco dell’Ofantina per dire di cosa il viaggiatore avrebbe trovato in Alta Irpinia, vale a dire paesi, castelli, cucina (con vini di pregio), una stazione sciistica e montana come il Laceno?
L’Irpinia è tutto questo. Riusciremo a difenderla dagli uomini più che dalla natura? Visto che le forze politiche si ostinano a non dare per l’uso del territorio regole ferme e precise creiamocele da noi queste regole: facciamo dell’Irpinia un parco (che sarebbe un esempio per il Sannio e l’Alto Casertano), dettiamocele noi delle regole ferree. Facciamo quello che neppure i Comuni (soprattutto loro) hanno saputo fare: darsi delle regole a protezione del territorio. Per le abitudini italiche e campane sarebbe, la scelta del parco, un atto più che rivoluzionario.
L’Appennino copre con i suoi nove milioni di ettari un terzo del territorio italiano ma è occupato dal 18% della popolazione. È in questo contesto – se non vogliamo morire di inedia – che dobbiamo far nascere il nostro futuro (e questa proposta). Ed allora tocca a forze politiche vive e sensibili far proprio questo progetto. Si stratta di puntare moltissimo su forestazione, agricoltura e turismo. Soltanto così difenderemo la nostra identità, la nostra storia, il nostro ambiente, la nostra acqua. L’alternativa consiste nel farci convincere – da parte delle forze politiche – che il nostro futuro è fatto di cemento, pale eoliche orrende, di esondazioni, di acqua rubata e di ricerche petrolifere.
Già il petrolio. Ma ce li vedete i pozzi e gli oleodotti in un parco?
Aggiornamento del 2 gennaio 2021, ore 19.19 - Buonasera,consideratemi presente alla cerimonia di domani sera alla chiesa di Costantinopoli. Un caro saluto a tutti. Carlo De Stefano.
