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    10/07/2020

Pensando alla fase 3/Dobbiamo costruire un mondo meno fragile

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Politica-Editoriale_la_statua_di_carlo_ii_dasburgo_e_la_torre_dellorologio.jpgAVELLINO – La tragedia che ha colpito l’umanità ha evidenziato quanto sia fragile la nostra società e quanto poco sia capace di reagire in maniera univoca alle grandi crisi superando egoismi nazionali, di parte ed addirittura locali. Se si vuole sperare che l’umanità, almeno come la intendiamo oggi, abbia un futuro di speranza è importante che questa lezione venga assimilata come patrimonio di esperienza e messa a frutto. Ci sono alcuni punti fermi che la crisi del Covid ha evidenziato in maniera indelebile e da tali punti occorre ripartire.

Cosa ci ha dimostrato la crisi?

1) Il mondo è tutt’altro che infinito, esso è piccolo

2) L’ umanità non riesce a reagire subito in maniera coesa ad una sfida planetaria

3) La globalizzazione è un processo irreversibile che però lasciato a se stesso produce enormi distorsioni e quindi bisogna ripensarlo e governarlo

4) La attuale società con la sua complessità ha generato un sistema estremamente fragile e vulnerabile. Più i sistemi sono complessi e più diventano fragili se non in grado di adattarsi

5) La naturale tendenza alla concentrazione che la nostra società ha prodotto va assolutamente governata come per la globalizzazione

6) Le capacità dell’uomo attuale sono straordinarie ma anche queste vanno adeguatamente gestite e la ricerca assume un ruolo fondamentale

7) La constatazione che non appena l’uomo si è fermato il pianeta ha ripreso a respirare ci deve costringere a cambiare il nostro modello di sviluppo

8) Le fasi di transizione se non adeguatamente governate possono produrre danni ancora più gravi al nostro pianeta: si pensi a cosa potrebbe produrre il distanziamento sociale nel caso dei trasporti con un incremento esponenziale di congestione ed inquinamento.

Il mondo è piccolo: da qualunque punto della terra si può spostare una persona od una merce fino agli antipodi in circa 24 ore, e questa capacità ha consentito al Covid 19 di spostarsi in pochi giorni da un continente all’altro senza che sia stato possibile arginarlo, almeno nella prima fase, e costringendo l’umanità ad un blocco senza precedenti.

E questo anche perché i vari Stati hanno agito in ordine sparso prendendo misure diverse ma dovendo spesso far macchina indietro all’esito dei risultati ottenuti. Tale carenza si è manifestata addirittura all’interno degli stessi Stati tra diverse regioni o comunità come nel caso italiano.

Occorrerebbe definire a priori quali sono le conseguenze che si è disposti a subire in quanto ritenute accettabili. L’immunità di gregge, precipitosamente abbandonata dal Regno Unito di fronte ai lutti conseguenti, è una scelta che potrebbe anche essere valida in una ottica puramente darwiniana di selezione naturale. Non si prende alcuna precauzione per cui la popolazione si ammala in massa,  i più deboli muoiono, i più forti sopravvivono, la popolazione che risulterà alla fine della crisi sarà immune e più forte. Nulla da eccepire se si ritiene che le persone siano numeri e non storie di vita, affetti ed individui unici e se si ritiene di poter accettare un collasso demografico neanche valutabile.

Ed ancora non si è capito che certi processi non avvengono perché qualcuno li progetta e gestisce ma perché rispondendo a delle esigenze universali diventano irreversibili ed in particolare stiamo parlando della globalizzazione.

La capacità di spostamento non ha fatto altro che ampliare una aspirazione atavica dell’uomo che si è sempre spostato anche nella preistoria alla ricerca di ambienti a lui più favorevoli, ma oggi tale  capacità è  assolutamente nuova, come per tutte le altre attività umane, grazie al progresso. Pensare di contrastare o impedire un simile processo è assolutamente irrisorio ed irrazionale e quindi  assurdi sono i tentativi sovranisti e quelli antiglobalizzazione destinati alla fine ad essere spazzati via.

Occorre gestire tali fenomeni come la globalizzazione e l’aggregazione fra Stati (vedi l’Europa) cercando di minimizzare gli effetti negativi e valorizzando tutte le opportunità in positivo.

Una giusta aggregazione che superi gli egoismi nazionali ci può consentire di intervenire coesi e compatti nel caso di crisi planetarie con maggiori probabilità di successo. Abbiamo pensato che con la globalizzazione si poteva produrre tutto in qualunque parte del mondo, ove fosse più conveniente, salvo ad accorgersi che anche le banali mascherine, non prodotte nel proprio paese, erano indisponibili al momento della necessità e così come tutta la produzione dei beni di consumo. Produzioni che sembravano insignificanti si sono rivelate strategiche.

Una tale interdipendenza con la incapacità di un minimo di autosufficienza rende la struttura dell’ umanità debole dove la rottura di un singolo anello può provocare il collasso della intera catena. Anche la naturale tendenza dell’uomo a spostarsi nei punti della terra più favorevoli e l’ulteriore attrazione dei fenomeni di agglomerazione (si va dove già ci sono in molti) non ha fatto altro che aumentare la fragilità del sistema.

Per l’Italia il divario Nord-Sud ed il divario zone costiere ed interne, da anni fonti di dibattiti sterili, sono un ulteriore motivo di debolezza del sistema-Paese ma che paradossalmente è diventato un punto di forza nel momento della crisi. La crisi ha colpito molto di più il Nord congestionato che il Sud, ha creato difficoltà di gestione della crisi molto più evidenti nelle grandi città che nei paesi fino a far dire a Franco Arminio che il futuro dell’Italia sta nel ritorno nei paesi (cosa che mi vede assolutamente d’accordo a patto che si avvii da subito una politica di riequilibrio territoriale). Occorre finanziare le zone interne ed il Sud perché creino le infrastrutture indispensabili per il lavoro ed i servizi senza i quali non è possibile alcun riequilibrio territoriale.

Mentre nel piccolo paese il distanziamento sociale è stato attuato naturalmente, salvo eccezioni legate a comportamenti scorretti, senza troppi contraccolpi, nelle grandi città si è andati vicino alla incapacità di gestione dei servizi essenziali. Ora si pensi solo a che cosa significa, nella fase 2 , il distanziamento nei trasporti pubblici. Quanti mezzi di trasporto in più saranno necessari, si andrà di più verso il trasporto privato con probabili problemi di congestione incredibili e con la necessità di riscrivere la vita nelle città (orari delle varie strutture, mezzi, inquinamento, ecc.).

La nostra società ha elaborato una capacità di operare inimmaginabile. Anche in questa epidemia la possibilità di salvare le vite umane, la possibilità di avere vaccini e cure prima sconosciute e così via erano cose impensabili non molti anni fa, ma anche questa capacità va gestita indirizzando le forze perché tutto questo sia sempre una opportunità e mai un peso od un rischio.

Possiamo, ad esempio, manipolare i virus e questo ci pone in grado di realizzare i vaccini ma anche di generare noi stessi una pandemia. I sistemi complessi danno grandi opportunità ma sono estremamente fragili e possono dar luogo a catastrofi e generare danni enormi. È necessaria una profonda umiltà culturale e non comportamenti da apprendista stregone. Non è un caso che appena l’uomo si è fermato il pianeta ha ripreso a respirare, ma chiaramente un pianeta fermo non può far sopravvivere miliardi di persone per cui non possiamo essere costretti a scegliere tra muoverci e far morire il pianeta e stare fermi a morire noi come umanità.

Occorre ripensare a come muoversi, occorre procedere in maniera da garantire la sopravvivenza delle persone e del pianeta. Il tutto sia a livello planetario che a livello locale con un’ottica che è tutta da riscrivere. Un’ottica, mi si perdoni l’accostamento che però non è peregrino, di tipo militare. Ci siamo trovati, infatti, all’improvviso a combattere una vera e propria guerra con centinaia di migliaia di morti (sono ricomparse addirittura le fosse comuni), economie distrutte e coprifuoco con l’esercito impiegato anche nel trasporto delle bare.

E se siamo in guerra non possiamo non adottare una logica militare sia pure particolare. Un motto latino dice “si vis pacem para bellum”, se vuoi la pace preparati alla guerra, e noi dobbiamo prepararci alle prossime guerre. Nessuno Stato può, in tempo di pace, tenere in armi un esercito come in tempo di guerra ma tutti i reparti hanno normalmente le cosiddette scorte di reparto e di mobilitazione con armi ed equipaggiamenti pronti per essere usati in caso di necessità.

Dobbiamo strutturare tutte le nostre attività essenziali alla stessa maniera. Tutte le strutture vitali non possono essere sovradimensionate in attesa di una possibile pandemia o di una catastrofe  per cui risibili sono stati gli alti lai sui posti letto perduti e sui tagli alla sanità.

In tempi normali non si possono avere migliaia di posti per malattie infettive e per la rianimazione quando poi ne servono solo il 10%. Nessuno Stato può permetterselo, ma come per i reparti dell’esercito si possono avere scorte di reparto da mobilitare in tempi brevi alla occorrenza, strutture in quiescenza da attivare, aziende che producano in Italia quanto necessario (mascherine, respiratori, ecc) anche se costa qualcosa in più, considerando tali produzioni strategiche e con cicli produttivi che in caso di emergenza possano triplicare o quintuplicare le produzioni.

Tutte le strutture sanitarie e produttive dovranno avere scorte di Dpi sempre pronte con procedure collaudate di reintegro per evitare che al momento opportuno, come è successo, siano sprovviste dello stretto indispensabile. Nella fase dell’ emergenza è mancato tutto: mascherine, respiratori, reattivi chimici per i tamponi, tutto perché non era prevedibile una simile tragedia ma da oggi bisogna avere scorte di tutto utilizzate e reintegrate come le scorte di reparti militari. Dobbiamo dirci la verità: se non sono state fatte diventare obbligatorie le mascherine era perché non ce ne erano disponibili neanche per i sanitari, che si sono infettati; se non sono stati fatti tamponi a tappeto era perché non c’erano né laboratori a sufficienza né i reattivi chimici (oramai non prodotti più in Italia).

E si può gestire l’ordinario senza avvelenare il mondo? Si può lavorare e sopravvivere senza uccidere il pianeta? Dobbiamo reiventare il nostro modo di vivere anche rinunciando a qualcosa di non indispensabile. Potremmo dire che dobbiamo inventare un Ates System: l’acronimo sta per ambiente, territorio, energia, sicurezza che sono i quattro imperativi su cui puntare per una rinascita economica che non ci porti alla catastrofe ambientale.

Proviamo a fare qualche ragionamento su base italiana. Siamo in un paese sismico, con un territorio degradato, privo di quelle risorse sempre individuate come la base delle società moderne e con un ambiente al collasso. Occorrono investimenti enormi in tutti i settori ma nel contempo potremmo utilizzare questi investimenti per produrre sostenibilità e lavoro con conseguente benessere. Di seguito solo qualche idea che non si ritiene possa essere esaustiva ma solo indicativa della filosofia da perseguire.

La riconversione del patrimonio edilizio in chiave antisismica, la manutenzione delle opere infrastrutturali (ponte di Genova e simili), le attività per il contrasto al dissesto idrogeologico costituiscono un serbatoio di lavoro infinito su cui puntare per un ambiente più sostenibile e per combattere la disoccupazione. Per esperienza diretta, poi, so che nel nostro territorio vi sono centinaia di impianti di depurazione assolutamente indispensabili per la tutela dell’ambiente e della salute umana. Salvo le dovute eccezioni tali impianti, specie nelle realtà più piccole, sono obsoleti, gestiti in maniera approssimativa ed hanno alti costi energetici. Una massiccia campagna di revamping e trasformazione degli impianti assorbirebbe sicuramente molte risorse nella prima fase ma le restituirebbe in un secondo tempo sotto molte altre forme.

Innanzitutto sarebbe possibile riconvertire gli impianti con tecnologie meno energivore con risparmi fino all’ 80% dei consumi attuali, si avrebbe la possibilità di avere acqua ad usi vari, un ambiente salubre e si impiegherebbe una manodopera che oggi non si riesce a far lavorare per gli sprechi di risorse attuali. Si pensi alla possibilità di recuperi in termini di sostanze utili alla agricoltura, alla tutela della salute delle popolazioni ed alle attività collaterali che la disponibilità di acque può dare. Si pensi infine a fenomeni come quelli delle microplastiche che sono dannose su scala planetaria e che una rete di depuratori adeguata potrebbe ampiamente contrastare.

Agli impianti occorre aggiungere gli acquedotti che risanati potrebbero consentire un risparmio della risorse e dell’energia per veicolare l’acqua che può raggiungere anche il 50%. Si pensi, quindi, al recupero del patrimonio edilizio in funzione antisismica e di riequilibrio territoriale con i benefici ad esso legati. È chiaro che il riequilibrio territoriale passa attraverso lo spostamento di popolazione che non si può certo fare per decreto con una deportazione. Ma la gente va dove ci sono lavoro e servizi per cui occorre cominciare a delocalizzare quelli. Si pensi all’area costiera campana dove premono milioni di persone sia stabilmente che come pendolari con tutto quello che ne consegue.

Una delocalizzazione delle strutture accentrate lì comporterebbe uno spostamento di molti con alleggerimento delle zone congestionate ed il recupero delle aree abbandonate. Tale idea avviata dopo il terremoto dell’ 80 non ha purtroppo dato i risultati sperati perché tale processo si è di fatto interrotto. Dire di spostare nelle zone interne strutture pubbliche e private oggi presenti nell’area partenopea sembra essere una bestemmia ma se si opera in tal senso si potranno avere importanti risultati anche in funzione di protezione civile visto che dette aree sono ad alto rischio.

Molti che oggi lavorano in aree congestionate provenendo dalle zone interne, se potessero trovare il giusto livello di servizi ed il lavoro, tornerebbero immediatamente a casa loro dove casomai hanno casa di proprietà e mille altre favorevoli condizioni familiari e sociali mentre oggi vanno ad ingrossare, tra mille difficoltà, le conurbazioni costiere e del Centro Nord. L’energia e la sicurezza sono infine altri due settori di primaria importanza, la produzione di energia sostenibile ed il suo uso razionale sono condizioni indispensabili per la sopravvivenza del pianeta.

La produzione di biomasse, di biometano ed altre attività simili dovranno esser incentivate al massimo per ottenere energia ed occupazione. Le produzioni biotecnologiche e nanotecnologiche potranno essere un importante complemento sempre che l’oscurantismo imperante dei vari fronti del no venga ridimensionato. Bisognerà dire a qualcuno di tenere pronti anche i lanciafiamme. La sicurezza non riguarda poi tanto la sola sicurezza sanitaria (le cure) ma anche tutto ciò che è prevenzione con i citati depuratori, le strutture di analisi  e diagnosi, le strutture per le sanificazione e tutto l’apparato produttivo a supporto.

Dobbiamo infine tornare a ragionare a livello di piccole strutture e di esigenze contenute. Aiutiamo le produzioni locali, privilegiamo il chilometro zero che non brucia carburanti in quantità enormi per portare una arancia dalla Cina e festeggiamo un week end ad Agropoli invece di andare alle Maldive. Guardate che anche se il Covid lo ha messo nel dimenticatoio l’effetto serra sta sempre lì ed è molto più pericoloso della pandemia.

In conclusione non possiamo pensare di contrastare fenomeni di livello planetario ma dobbiamo imparare a governarli. Dobbiamo costruire un mondo meno fragile e soprattutto capace di adattarsi velocemente al mutare delle esigenze, sfruttare i vantaggi della globalizzazione che consentono di avere aiuti da chi sta all’altro capo del mondo ma curiamo il nostro orticello che ci dà il necessario per essere il più possibile autonomi, impariamo a considerare strategiche non solo le grandi strutture della sicurezza ma anche le fabbriche di mascherine e di ipoclorito (la candeggina).

In una parola, parafrasando il motto di Legambiente e del Wwf, dobbiamo pensare globalmente ed agire localmente perché non abbiamo ereditato la terra dai nostri padri ma l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli ed a loro dobbiamo restituirla più bella e non degradata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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