Tra impressionismo ed espressionismo i ritratti ed i paesaggi di Bellini

Sabato 18 Luglio 2015 10:31 Riccardo Sica
Stampa

Luigi Bellini, autoritratto SANT’ANDREA DI CONZA – Tre anni fa ricorreva il centenario della nascita di Luigi Bellini,  il noto ed amato pittore di Sant’ Andrea di Conza  divenuto famoso nel mondo soprattutto per i suoi ritratti. Morì a Toronto il 15 agosto 1989. Il suo nome s’inserisce nello stretto gotha dei maestri irpini del Novecento, accanto a quelli di Nicola Leone, Giovanni Sica, Antonello Giuseppe Leone, Faustino De Fabrizio, Guido Palumbo, Mario Pascale.

Luigi Bellini  intraprese a Napoli  gli studi  artistici sotto la guida  del pittore Davide Forte. Nel 1926 conseguì il suo primo premio, una medaglia d’argento, in un concorso di disegni ispirati ai nudi di Michelangelo, al Maschio angioino.

L’indomabile brama di avventura lo spinse a compiere continui viaggi per il mondo, tornando spesso nella casa natale, dove ad attenderlo era l’amorosa mamma (che egli ritrasse più volte, fissando nei lineamenti di un volto sempre sofferente e pensoso l’affetto che lo legò a lei).

A Milano si specializzò ad eseguire su commissione corpose composizioni di  “rose”. Costretto per motivi di salute a tornare nella sua terra, decorò chiese (come la volta della “Chiesa del Carmelo” a Monteverde) e case private.

Fondamentale fu, nel Bergamasco, l’incontro con il maestro Luigi Brignoli, del quale  frequentò per un breve periodo lo studio. Assidua fu la sua presenza in importanti manifestazioni artistiche: a Bergamo (1945), ad Avellino (1947-49), a Napoli ( 1950-56), a Foggia (1952), a Bari (1954), a Milano e a Roma ( 1955-57). Riscosse sempre, comunque, entusiastici consensi  di critica e di pubblico.

Nel 1957, su incoraggiamento del console canadese in Italia, Carelli, Bellini si trasferì nel Canada, a Toronto, dove incontrò  la donna che divenne la compagna fedele della sua vita:  Germane Gionas, oriunda francese della Normandia, anch’ella dedita alla pratica della pittura. Eseguì una serie di ritratti, commissionati da personaggi più o meno noti tra cui spiccano il ritratto dell’affascinante Amy Thompson (consorte del sen. Andy Thompson) e quello del sindaco di Toronto, Nathan Philips (che figura nella galleria municipale degli uomini illustri della capitale canadese).

Da Toronto si trasferì a New York, dove svolse la sua intensa attività di pittore con studio proprio. Alla fine, la nostalgia di casa, mai spenta, lo prese e  lo indusse  a tornare in Irpinia, gli furono allestite due  interessanti mostre retrospettive.

Bellini fu uno spirito ribelle, sostanzialmente romantico, un temperamento estroso ed estroverso. Queste caratteristiche furono espresse dalle coraggiose sciabolate gocciolanti di colore che  lo imposero all’attenzione della critica e del pubblico come “pittore di getto”, con una  tecnica  tra l’impressionismo e l’espressionismo e con uno stile compendiario che evitava   di proposito ogni definizione del dettaglio. Un’importanza  particolare acquistano i “paesaggi” e i “ritratti”. Particolarmente apprezzati dalla critica furono “Ritratto di fanciulla con treccia e con fiocco”, “Figura in controluce”, “Ritratto di giovane donna “per la vibrante pennellata che costruisce la forma in un gioco ardito e sapiente di plastiche evidenze cromatiche scoppiettanti di umanità. Indimenticabili sono i numerosi  “Autoritratti” dove  lo sguardo, penetrante, acceso di curiosità, fissa l’osservatore venendogli incontro dalla tela.

Le “Nature morte”, poi, esprimono una lucentezza solare dei colori in un impasto materico spesso sensuale, su di una tastiera tonale molto vivace. Interessanti i “paesaggi” irpini (in veduta panoramica o in scorci interni paesistici), ripresi  nelle diverse ore del giorno e nelle diverse stagioni dell’anno. Romantiche le nordiche “vedute” dell’Arno sulle cui tristi acque  verdastre si getta coraggioso il lungo nastro del “ponte della malinconia”. Suggestive le “impressioni” coloristiche di via Margutta colta in un’ora di punta, popolata di gente in giro turistico. Trepidanti di vita le “vedute” della Galleria Umberto a Napoli, ritratta come salotto degli intellettuali borghesi e ritrovo di artisti e letterati incuranti della curiosità dei passanti negli anni del dopoguerra. Gustose le “nature morte”, scintillanti, come nella già citata “Natura morta con fette di anguria”, di effetti serici nei panneggi sullo sfondo di luci emanate dalla frutta stessa. Rappresentativi i “ritratti ufficiali”, in costume di gala e con gesto di protocollo, con anello di smeraldo al dito e medaglie al valore sul petto.

La vitalità inesauribile di Luigi Bellini, la sua insaziabile sete di curiosità, la prontezza d’intuito sempre presente si riversarono nelle sue opere: descrivendo spesso efficaci “quadretti” di saporoso impasto materico, in apparente stato di abbozzo, come nella “Passeggiata in carrozzella”, nell’ “Angolo di bar di città”, nell’affollarsi della “Gente nel tram”, nelle strade e nelle piazze oggi trasformatesi all’insegna del progresso e percorse dalla corrente elettrica della fretta, nei “Ponti” e nei “Lungosenna”, nelle semplici facciate di case con finestre aperte sui muri scalcinati, negli alberi ora grami, ora lussureggianti di verde, negli angoli sotto la coltre leggera della neve, nei paesaggi cocenti sotto il sole, nei pali di campagna e nei lampioni di città; in quel Corso Emanuele di Avellino, colto d’infilata sulla lunga fuga della strada, tra accenni di tetti e frammenti architettonici; nelle strisce d’asfalto e nei cieli sereni o gravidi di umori plumbei; nei parchi come nei giardini; persino nelle colorate panchine su cui riposano, stanchi, gli anziani.

L’estemporaneità della mano fu la caratteristica distintiva della pittura di Luigi Bellini. Grazie ad essa egli ci ha lasciato pagine pittoriche di un block notes che egli teneva sempre a portata di mano, per catturare all’istante, nell’emozione più intensa dell’attimo fuggente, il segreto mistero della vita. Quelle pagine sono, se vogliamo, i momenti diversi di un’unica, incessante, instancabile, ricerca di se stesso, di una pace  sempre  invocata e, forse, mai trovata.

A ricordarlo sono le sue opere disseminate per il mondo, in collezioni pubbliche e private, dal Canada all’Italia.