Criminalità, istituzioni e politica nell’Irpinia del malaffare e dei misteri

Sabato 23 Aprile 2016 10:56 Faustino De Palma
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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura3_fabrizio.jpgAVELLINO - L’Irpinia, isola felice in una regione devastata dalla criminalità organizzata. A sfatare questo mito è sempre più frequente il grido di allarme proveniente sia dalla magistratura sia dalla cosiddetta “società civile” e dai movimenti ed associazioni ad essa collegati. Quella stessa criminalità organizzata che negli ultimi decenni del Novecento appariva come un corpo estraneo alla realtà irpina e che – benché talvolta vi operasse – mancava di una struttura saldamente radicata sul territorio, negli anni successivi ha acquisito dimensioni tali da far ritenere che non sia più legata alle tradizionali enclaves territoriali (Vallo di Lauro e Valle Caudina, soprattutto), ma diffusa in modo omogeneo e strutturato sull’intero territorio provinciale. La camorra, insomma, non più come fenomeno di “importazione”, ma – piuttosto – come presenza sostanzialmente autoctona.

Il nuovo scenario ha ispirato articoli e reportage giornalistici. E, tuttavia, mancava ancora una vera e propria trasposizione letteraria del fenomeno camorra nella nostra terra. Il vuoto è stato colmato dall’ultimo libro di Crescenzo Fabrizio, “Le divergenze perpendicolari”, edito in proprio e disponibile anche in formato e-book su Amazon. Non a caso, ad attestare l’interesse suscitato dal romanzo, la presentazione del libro ha visto coinvolte autorevoli personalità di quei mondi (giustizia, politica, stampa) in cui ci si imbatte leggendo “Le divergenze perpendicolari”. Per il primo era presente Francesco Soviero, sostituto procuratore presso la Direzione distrettuale Antimafia di Napoli, autore di un intervento di ampio respiro sulle infiltrazioni camorristiche nelle zone interne della Campania. Analogo interesse hanno suscitato gli interventi di Amalio Santoro, già consigliere provinciale del centrosinistra alternativo, e di Gianni Festa, direttore del Quotidiano del Sud. Tutti i partecipanti hanno sottolineato l’originalità del romanzo e la rilevanza del contributo di Fabrizio ad un dibattito (quello sulla criminalità organizzata ed il malaffare in Irpinia), che meriterebbe ben altra attenzione rispetto a quella finora ottenuta dal mondo della politica e dall’opinione pubblica irpina.

Il romanzo, ambientato totalmente in Irpinia (salve alcune brevi incursioni a Napoli), ruota intorno alla figura di un giornalista, Fabio Marsi, suo malgrado coinvolto in dinamiche criminose che investono vari profili patologici della nostra società: malapolitica, camorra, servizi segreti deviati. Sullo sfondo la gestione di risorse economiche e servizi pubblici di rilevanza essenziale ai fini dello sviluppo (e, per certi versi, della sopravvivenza stessa) di piccole comunità, come quelle che compongono il territorio irpino. In questo contesto oscuro ed inquietante si muovono forze che si presentano – di volta in volta – con il volto di rappresentanti ed operatori delle istituzioni, delle forze dell’ordine, del mondo dell’imprenditoria. E l’intreccio tra il bene ed il male diviene così inestricabile da moltiplicare a dismisura l’ampiezza delle zone grigie, quelle in cui è sostanzialmente impossibile distinguere tra le intenzioni virtuose e gli strumenti illeciti.

Anche le indagini di Fabio Marsi, nate da un incontro solo apparentemente casuale con una giovane aspirante giornalista rampante, si aggrovigliano progressivamente in una matassa di collusioni e scontri che coinvolgono personaggi dai volti molteplici e mutevoli. Partendo da una storia molto simile ai modelli proposti da trasmissioni di servizio seguitissime (“Chi l’ha visto”, “Quarto grado”, ecc.), il protagonista del romanzo resta quasi travolto da una serie di scoperte sconcertanti, che sembrano del tutto estranee tra loro. Ma cosa lega un omicidio di camorra a Napoli con la morte di un operaio extracomunitario in un cantiere edilizio in Alta Irpinia? E cosa hanno a che fare le manovre (più o meno occulte e più o meno illecite) per l’affidamento della gestione del servizio idrico con la vicenda del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro? Il rischio concreto in cui l’autore potrebbe incorrere sarebbe quello di farsi trascinare (e di trascinare il lettore) in un vortice di fantasie inverosimili, popolate di improbabili complotti e facili dietrologie. E, invece, Fabrizio propone al lettore – l’una dietro l’altra – una serie di storie (alcune reali, altre verosimili) che trovano riscontri oggettivi e documentali.

Anzi, anche “Le divergenze perpendicolari” si caratterizza, come altri romanzi dell’autore, per essere singolarmente aderente alle vicende della cronaca, fino – in qualche caso – addirittura a precederle. Da questo punto di vista, gli spunti sono molteplici. Nella prima parte del libro i protagonisti della mala politica locale si azzuffano (ma solo apparentemente) a colpi di comunicati-stampa sulle scelte per l’affidamento del servizio idrico. Ancora una volta la gestione del territorio non è governata dalle strategie della politica, ma da quelle della criminalità organizzata. I comitati d’interesse, nella realtà come nel romanzo, si compongono di alleanze trasversali e presenze insospettabili, che garantiscono la tutela di poteri forti spesso nascosti dietro le quinte. Nella seconda parte del romanzo, invece, la morte di un operaio extracomunitario costituisce un importante snodo del racconto, squarciando un velo sul ruolo e sulle attività di gruppi criminosi prepotentemente presenti nelle istituzioni e nel mondo imprenditoriale.

Nel libro, giova ripeterlo, buoni e cattivi spesso si confondono. Nella sua inchiesta Marsi si avvale di due alleati, un ispettore di polizia ed un sacerdote, che lo guidano nei meandri tortuosi delle strutture delle organizzazioni criminose. In certi momenti, anzi, l’ingenuità di Marsi sembra persino disarmante e solo il loro intervento gli permette di intravedere le connessioni e le connivenze che regolano il malaffare diffuso nel territorio. E, tuttavia, ad un certo punto della narrazione anche il ruolo degli “angeli custodi” del giornalista sembra essere un altro, quello, cioè, di chi è impegnato in un’attività di controllo e depistaggio. L’ambiguità investe anche gli affetti del giornalista, che, sempre più frastornato, sembra calato di colpo in un complotto che vede coinvolti tutti quelli che lo circondano.

Potrebbe restare un dubbio sulla natura dell’opera, se, cioè, si tratti o meno di un romanzo “a tesi”. In realtà, dalle pagine de “Le divergenze perpendicolari” emerge chiara la passione di Fabrizio per l’impegno civile. Altrettanto evidente è il suo interesse per l’evoluzione dei processi politici, socio-culturali ed economici. Ciononostante, la cifra del romanzo resta saldamente ancorata alla dimensione psicologica dei personaggi, piuttosto che a quella sociologica del contesto in cui essi si muovono. Prova ne sia che i sentimenti, siano essi univoci o contraddittori, si fanno motori della narrazione, che, a sua volta, è indissolubilmente legata alla evoluzione di affetti, amicizie, rancori, odi. Confermando, infine, la consueta propensione per gli intrecci narrativi complessi, anche in questo caso Fabrizio costruisce un racconto ricco di suspence, che riserva continui colpi di scena, che determinano – di volta in volta – il mutamento degli scenari e dei ruoli dei personaggi.

In definitiva, un romanzo appassionante, ma anche originale ed accurato nella ricostruzione della storia recente dell’Irpinia.