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    19/08/2018

Nacque nella tipografia Pergola il Corriere dell’Irpinia di Guido Dorso

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Guido Dorso e n. 1 del Corriere dell'IrpiniaAVELLINO – «Quando Dorso dirigeva il Corriere dell’Irpinia»: questo il titolo dell’articolo di Giuseppe Pisano, una delle firme più prestigiose del giornalismo irpino della seconda metà del Novecento, responsabile della redazione provinciale del Mattino e nostro collaboratore per oltre tre lustri, apparso su L’Irpinia il 13 dicembre 1986 quando il nostro giornale era giunto al suo quinto anno di vita di periodico a stampa. Riproponiamo ora all’attenzione dei nostri lettori la preziosa testimonianza di Pisano – scomparso il 28 marzo di venti anni – sulla nascita del Corriere dell’Irpinia ad opera di Guido Dorso, il grande intellettuale e pensatore avellinese, autore della Rivoluzione meridionale, di cui ricorre il 70esimo anniversario della morte. La redazione del Corriere dell’Irpinia era la storica tipografia Pergola fondata 130 anni fa, il 10 aprile del 1888.

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A quei tempi Piazza Solimena, via Trinità, via Conservatorio erano il cuore della città. Cardini e decumani s’incrociavano a ridosso del «Largo» e dello «Stretto». Dall’affollato budello di via Nappi sfociava l’umanità variopinta d’una provincia che cresceva. Sullo stupendo scenario di Piazza Libertà occhieggiavano i caffè dalle vetrine appannate. Odore d’anice e di miscele sapienti, cicaleccio di avvocati e di faccendieri, traffici di sensali e anticipazioni d’arringhe.

Il Corriere dell’Irpinia nacque il giorno successivo all’epifania del 1923. Era un inverno freddissimo, come quasi tutti gl’inverni di casa nostra. La redazione era la tipografia dei fratelli Pergola, ma il cuore del giornale era in quei locali densi di fumo. I pezzi venivano sovente vergati con le stilografiche graffianti sui tavoli di marmo più reconditi. Il giudizio era immediato, corale. Prima che il «fondo» venisse composto nei tersi «bodoni» del premiato stabilimento di Armando e Riccardo Pergola se ne sapevano già i contenuti e passaggi significativi. La risposta polemica era talvolta apprestata prim’ancora che nell’edicola venisse sciorinato il foglio odoroso d’inchiostro e di carta buona.

Guido Dorso direttore: a quell’epoca un avvocato brillante, un conservatore accattivante e nulla più. di grande spicco la redazione: nomi da tempo scolpiti sulle targhe toponomastiche della nostra e di altre città. si va dal giurista De Marsico al pittore Volpe, da Alfonso Rubilli all’etnologo D’Amato, da Paolo Anania De Luca a Lorenzo Ferrante, passando per Cannaviello, Di Marzo, Salvatore Pescatore. Raramente una redazione è stata così ricca, così articolata, così ammiccante, in un giornale di provincia. I pergola volevano assommare le energie più vive, cercando un improbabile coagulo tra elementi caratterizzati da emergenti incompatibilità.

Fra tanti ingegni prese il sopravvento quello del giornalista Dorso. Perché Dorso fu grande giornalista, certamente il più grande di questa provincia che pure ha fornito fior di penne forbite alla grande epopea della carta stampata negli anni che vanno dal primo dopoguerra al secondo. Al di là di quelle che sono state le straordinarie intuizioni del politico e dello storico, resta vivo ed attuale il grande insegnamento di Guido Dorso giornalista. Cos’è un giornalista di provincia? Come può vivere ed avere un ruolo? Come può giustificare la sua presenza in una realtà periferica, emarginata, distante dal Palazzo chilometri di separatezza? Come può legare il dibattito sui problemi squisitamente locali ai grandi temi di politica nazionale, al contesto economico e sociale in cui si colloca il quotidiano dimesso d’una provincia povera?

Dorso diede la prima, perentoria ed attualissima risposta, facendo del suo «Corriere» un giornale di provincia in nessun modo provinciale. La pubblicistica del tempo assecondava tendenze corrive: il sottobosco psudo-letterario costantemente aggrappato ai sedimenti della cultura di riporto, il politicantismo municipale a volte becero, a volte sanguigno e sincero, il polemismo dei «paglietta» e dei mestatori. I periodici nascevano intorno ad un notabile e ne assecondavano le smanie ambiziose o annegavano nel grigiore paludoso della rassegna acritica dei mali e delle esigenze spicciole.

Il colpo d’ala col quale Guido Dorso nobilitò la testata facendone un irripetibile ed irripetuto momento di riconsiderazione del ruolo dell’intellettuale in provincia resta, quindi, nella storia del giornalismo meridionale come un momento di autentica rivoluzione. Il «Corriere dell’Irpinia» ebbe subito interlocutori che venivano da esperienze profondamente radicate al dibattito politico nazionale. Immediato ed efficace il contatto con i meridionalisti che tentavano di far sopravvivere i fermenti di ribellione e la capacità di proposta mentre già si profilava l’appiattimento totalitario. Intanto si fissavano i contatti con don Sturzo e Gobetti, principali interlocutori nei primi mesi di vita del settimanale.

Del movimento sturziano Guido Dorso colse subito i momenti più durevoli: la difesa della libertà, l’esaltazione delle autonomie locali, l’attenzione costante per i problemi del Mezzogiorno. Col Gobetti discute del modo più giusto per riannodare la tradizione liberale ad un progetto rivoluzionario capace di incunearsi fra l’ipotesi d’una dittatura della nazione e quella d’una dittatura di classe. Identità di vedute venivano registrate anche nella condanna storica ed inappellabile dei due fenomeni solo apparentemente distinti: il trasformismo ed il fascismo. Dorso stabiliva contatti sempre più stretti con il gruppo gobettiano mentre incombeva la fine della libertà. dorso non trascurava i problemi più squisitamente locali: le mire espansionistiche beneventane, le ferrovie progettate, l’approvvigionamento idrico.

Intanto, però, incalzavano gli eventi. Il delitto Matteotti divideva il Paese. Dorso prendeva posizione senza tentennamenti. Le idee portanti del movimento fascista erano, secondo Dorso, miseramente crollate nel giorno in cui Mussolini, inchinandosi ai piedi del trono, aveva detto di portare al re l’Italia di Vittorio veneto e persisteva soltanto «nella fantasia di numerosi imbecilli ed avventurieri che si occupano della politica e non della realtà».

Il trentuno gennaio del ’24 Guido Dorso riassumeva la questione meridionale in termini giornalisticamente perentori, quasi una «scaletta» destinata a far da ossatura ad un libro che sta già nascendo e che si chiamerà, com’è noto, «Rivoluzione meridionale», quasi ad agganciarsi, ed in un certo a contrapporsi, a «Rivoluzione liberale» di Piero Gobetti. Il meridionalismo dorsiano, con le sue idee-guida profondamente rivoluzionarie, autonomistiche e neoilluministiche, non poteva che rifugiarsi nelle penombre degli studi e dei caffè. Arrivavano i primi sequestri, i duelli annunciati, le minacce. Infine la chiusura, bruscamente decretata a metà luglio del 1925. Il successore, Alfonso Carpentieri, parlava, nella noticina di prammatica, di «allontanamento spontaneo». Su tutto veniva steso un velo accidioso. Dorso tornava a pensare, a scrivere, ad alimentare la fronda di provincia. Si interrompevano i contatti con i grandi spiriti dell’epoca.

«Se si vuole contribuire alla formazione di una nuova classe politica che, per onestà ed elevatezza di mente, sia pari a quella battuta dal fascismo e per comprensione politica le sia invece superiore, occorre da una parte accentuare il problema critico e dall’altra preordinare la produzione di formazioni politiche intransigenti che inizino la lotta senza quartiere».  Così scriveva Guido Dorso polemizzando con pacatezza e insieme anticipando le indicazioni teoriche fondamentali del nucleo centrale della «Rivoluzione meridionale». Non trovò echi immediati, naturalmente. Non ne trovò nella redazione che già s’era dispersa nei rivoli del nazionalismo e del fascismo ortodosso o erotizzante.

Salvatore Aurigemma, un grande archeologo, collaborò raramente. Vincenzo Cannaviello si rituffò nel suo sdegnoso risorgimentalismo solitario, pur rimanendo antifascista di principio. Antonio D’Amato scavò nelle memorie culturali delle classi subalterne per contrapporre all’imperialismo emergente un disegno di recupero di valori insopprimibili di libertà e di autenticità. Alfonso Rubilli resse all’urto dei tempi nuovi con l’intransigenza d’una coscienza morale altissima. Ferrante, Pescatore, Tedeschi testimoniarono nelle sedi prestigiose della serietà professionale i fondamenti etici della loro educazione civile. De Marsico era stato soltanto un nome di copertina. La sua vicenda umana, la sua dottrina, il suo ruolo nei momenti più drammatici della storia degli anni successivi sono d’una rilevanza eccezionale.

Accantonato Dorso, disperso il nucleo originario, il «Corriere» ebbe vita travagliata. Dorso ebbe altre esperienze di giornalista e di politico quando furono restaurate le libertà costituzionali. Di quell’esperienza irripetibile restano le tracce non effimere accumulate in trenta mesi difficili ma fecondi. Il pensiero dorsiano si cristallizzò nelle pagine di libri sui quali si sono formate due generazioni di meridionalisti e di politici meridionali. In quei «fondi» e in quei «corsivi», in quelle recensioni e in quelle «lettere aperte» c’era, in nuce, tutto il messaggio dorsiano.

Resta, comunque, un miracolo di lucida superbia intellettuale quel volere a tutti i costi fare d’un giornale di Avellino l’interlocutore dei «maîtres à penser» dei primi anni Venti, di voler parlare in grande in una provincia piccola. Come non immaginare il minuto avvocato avellinese, chiuso nel suo studiolo, come un Machiavelli aggrondato nel suo forzato esilio, impegnato a discutere con i grandi del passato? Come non sottolineare l’attualità del messaggio d’un giornalista esemplare, capace di far rivivere da protagonista un foglio modesto, nato nei vicoli della Trinità, mentre lontano s’avvertiva il fragore della storia?

Le antenne potenti di Dorso seppero captare frequenze che ad altri sfuggirono. È, questo, in fondo, il segreto dei grandi.

 

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