I re di Napoli e l’Irpinia/Storia di un territorio tra passato, presente e futuro

Martedì 14 Maggio 2019 20:37 Ermanno Battista
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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura6_redinapoli.jpgAVELLINO – I re di Napoli e l’Irpinia, il volume di Carlo Silvestri, pubblicato dal Terebinto edizioni nello scorso mese di aprile, e presentato nel pomeriggio presso il circolo della stampa di Avellino, è un interessante volume che arricchisce di nuovi aspetti la storia irpina. Ma non per questo – lo si è più volte ribadito nel corso del dibattito – è un volume di storia locale, laddove per storia locale si intende una storia municipalistica, slegata dalla grande narrazione generale della storia.

La storia di Irpinia, come essa ci viene presentata nel libro di Silvestri, non è una storia slegata da quella generale del Regno e il titolo, del resto, ce lo ribadisce. Obiettivo del volume è, secondo le parole dell’editore, Ettore Barra, «quello di collegare la nostra storia, la storia di una regione, con quella della monarchia meridionale». Oggetto del libro è, infatti, il continuo rapporto, lungo 730 anni di storia, «una storia che inizia con Ruggero II e termina con Francesco II», tra i sovrani e la provincia di Avellino; in particolare si analizzano le visite che i diversi regnanti del Regno di Napoli prima e del Regno delle Due Sicilie poi, ebbero con quella periferia del Regno che fu l’Irpinia. Una periferia, però, centrale nell’economia dei commerci del regno napoletano: Avellino, infatti, sorgeva lungo la direttrice che legava Foggia e la Puglia con la capitale Napoli.

«Terra di passaggio, mai di arrivo l’Irpinia»: è la considerazione di Aldo Balestra. Questa caratteristica ha avuto degli effetti fondamentali non solo sul territorio, in quanto – come ha ricordato Armando Montefusco nel suo intervento – «il passaggio dei sovrani modificò sostanzialmente l’urbanistica e il paesaggio irpino», ma anche sulla costruzione stessa di un’identità territoriale e culturale, come ha evidenziato il professor Francesco Barra. L’ordinario di storia moderna all’Università di Salerno ha, infatti, dedicato molti passaggi del suo denso intervento sul problema – antico, ma strettamente attuale – della cosiddetta “identità irpina”. Cosa si intende per questa accezione? Barra ha evidenziato come «l’identità irpina è particolarmente evidente nelle zone più marginali, come l’Alta Irpina. Ancora oggi – ha proseguito – andando ad Ariano o a Sant’Angelo dei Lombardi si nota un senso di appartenenza quasi municipalistico». Tale identità, invece, non si sente nel capoluogo irpino. Questo perché Avellino, l’«Avellino città strada» di cui ha parlato Barra, è da sempre stata terra di passaggio, di emigrazione e in quanto tale ha perso la sua identità.

Se è vero, secondo la lezione del Croce, che «ogni storia è storia contemporanea», anche un volume come quello di Silvestri ci porta, come ha notato Faustino De Palma, «al nostro presente». E il presente dell’Irpinia ha a che fare con la vocazione del suo territorio. Si parla, spesso, di un’Irpinia a vocazione turistica. Una definizione fuorviante secondo Generoso Picone, il quale più volte, nel corso del suo ricco intervento, ha parlato delle aspettative presenti e future di Irpinia.

«Attraverso la storia di un luogo – ha esordito – si definisce il ruolo che questo luogo ha avuto nel passato, che ha nel presente e che potrà avere nel futuro». Ma se la storia di un luogo è anche – soprattutto – la sua geografia, la storia di Irpinia è dettata dalla sua conformazione orografica. La stessa che ha fatto un luogo di battaglie, di incontri, e di calamità naturali, come i terremoti: si può dire, con le parole di Picone, che «l’Irpinia si è sempre ricostruita in seguito a terremoti».

Ancora oggi sono evidenti a tutti i segni che hanno lasciato i terremoti sul nostro territorio, a partire da quello ultimo del 23 novembre 1980. Ma un territorio non è solo una costruzione naturale; «il territorio – ha ribadito l’ex responsabile della redazione di Avellino del “Mattino” – è frutto di quello che l’uomo fa: è, quindi, una costruzione politica». Politica nel suo senso più alto del termine, quale visione del mondo. Dunque, nell’ottica di questa visione del mondo, bisogna chiedersi quale vocazione tocchi al territorio irpino nel suo futuro.

Su questa domanda, che rischia di essere senza risposta, almeno nell’immediato, si è concluso un interessante dibattito – moderato da Salvatore Salvatore, presidente dell’associazione “Vicatim” – intorno ad un volume che, come tutti i veri libri di storia, non è strettamente ancorato ad un passato storico che racconta, ma che apre inevitabilmente al presente ed al futuro. Con la speranza che altre opere, autorevoli ed interessanti come quella di Carlo Silvestri, possano gettare luce sul passato e soprattutto sul futuro, ad oggi alquanto nebbioso, della terra irpina.