Centenario del Pci/Una scelta di vita

Lunedì 25 Gennaio 2021 17:47 Paolo Speranza
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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura6_centena_pci.jpgAVELLINO – Qui di seguito la nota di Paolo Speranza, curatore del volume Come diventai comunista edito da ArCCo

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Diverso, controcorrente, libertario, particolare, ma soprattutto eretico.

La quasi totalità delle biografie dei dirigenti del Partito comunista italiano pubblicate negli ultimi decenni dalle maggiori case editrici non esce dai confini di questo ristretto campo semantico, a voler sottolineare (in maniera premeditata e tutt’altro che subliminale) una sostanziale estraneità, o una presenza quasi incidentale, degli esponenti più illuminati e popolari del partito di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer rispetto a una storia collettiva straordinaria, segnata, certo, da errori e ritardi e da una ferrea disciplina interna, ma anche e soprattutto da una militanza appassionata e spesso totalizzante, da una rigorosa elaborazione politica e culturale, da un livello di onestà oggi neanche immaginabile, da coraggiose battaglie di libertà.

Tutt’altro spessore, storiografico ma anche letterario, rivelano invece le più importanti autobiografie di alcuni protagonisti di questa storia insieme tragica e gloriosa, restituita fin dai titoli più felici (Una scelta di vita, Il ragazzo rosso, La ragazza del secolo scorso) alla sua dimensione più consona: quella epica.

Al netto delle inevitabili parzialità ed omissioni da parte dei protagonisti, compensate in larga misura da una sincera disposizione all’autocritica, queste pagine di memorialistica toccano il loro vertice narrativo nella ricostruzione della militanza negli anni giovanili, segnata dalla rivelazione delle ingiustizie sociali (nella realtà di appartenenza e su scala globale) che avrebbe cambiato per sempre il progetto di vita di migliaia di adolescenti, determinati a impegnarsi per un mondo più giusto sotto l’impulso dell’indignazione civile, con le armi dell’entusiasmo e di un’idea di futuro.

Che cosa aveva significato, per quei giovani più sensibili e ribelli, aderire alla sinistra politica e sindacale, diventando un “ragazzo rosso”, un “compagno”, e più specificamente - dopo la scissione al congresso socialista di Livorno - un “comunista”, ancor oggi uno dei termini più adoperati e meno compresi del lessico politico in Italia? In altre parole, che cosa li aveva spinti a diventare “comunisti”, in un momento storico che per questa scelta di vita comportava quasi automaticamente una prospettiva di persecuzione, clandestinità, esilio, prigionia, fino alla condanna a morte?

Il giornale “Vie nuove”, all’epoca il settimanale più diffuso dell’area comunista, ebbe la felice intuizione di rivolgere questo interrogativo a venti dirigenti ed intellettuali di primo piano del Pci, in una rubrica a puntate pubblicata tra il settembre del 1949 e il febbraio dell’anno successivo. Un documento prezioso e dimenticato, che ci è parso utile riproporre, nella sua integrità, con la preziosa collaborazione della Fondazione Chiaromonte, come contributo alle iniziative per il centenario della nascita del Pci. Senza nostalgia, ma con l’obiettivo di ripartire dalla storia e dall’eredità ideale di chi ha lottato e sofferto per un mondo migliore, per riflettere criticamente sulla sinistra italiana che è stata e farne rivivere, in un presente meno lontano e diverso di quanto sembri, quell’idea insopprimibile di libertà ed uguaglianza.