Area di sosta/In ricordo di Matteotti

Domenica 16 Giugno 2024 08:33 Carla Perugini
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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura7_matteott_i.jpgAVELLINO – La strada appariva vuota e insieme agitata. Di lunedì mattina, vederla chiusa da barriere della polizia, mentre uno strano drappo veniva steso allo sbocco verso il Monumento ai Caduti, sembrava a stento giustificato da un piccolo gruppo di persone che, all’estremità opposta, agitavano bandiere e intonavano qualche canto ben presto smorzato.

Riconoscervi all’interno dei volti noti di sindacalisti e militanti mi diede la chiave per comprendere: questo dieci di giugno non era un lunedì qualsiasi ma l’anniversario dei cento anni dal rapimento e dalla morte di Giacomo Matteotti, e la via scelta per omaggiare il martire antifascista era stata, naturalmente, quella a lui intitolata.

Pochi, oggigiorno, se non hanno superato almeno la quarantina, saranno a conoscenza del perché dedicare a questo nome una strada così centrale di Avellino, ancora abbellita da eleganti palazzi del primo Novecento, in un contesto urbano che non ha subito eccessivi sconvolgimenti edilizi. Né le targhe che lo ricordano all’uno e all’altro capo della strada aiutano a identificarlo, giacché da una parte c’è soltanto il suo nome e dall’altra la neutra qualifica di “politico”. Ma, a distanza di un secolo dal suo assassinio, possiamo ben dire che non di un semplice e qualsiasi politico si trattava, bensì di uno di quei rari e coraggiosi oppositori del regime che resero meno ignobile la generale assuefazione e accettazione della perdita delle libertà in Italia, mentre a un altro aggredito e ucciso in quegli stessi anni, Don Giovanni Minzoni, è dedicata una traversa di Corso Europa, poco lontana.

Questo dieci di giugno poche e resistenti persone hanno ricordato Giacomo Matteotti per strada, mentre una piccola ma significativa mostra veniva aperta per pochi giorni al circolo della stampa. Il drappo sotto al quale hanno parlato vari esponenti di associazioni di sinistra era la gloriosa bandiera della Società dei pellettieri di Solofra, nascosta in montagna durante gli ultimi anni della Seconda guerra mondiale da un gruppetto di socialisti, che si ripromisero di morire piuttosto che di rivelare il nascondiglio di quel sol dell’avvenire oscurato dai misfatti delle dittature europee.

Fra garofani rossi e drappi sventolanti, due corone sono state apposte sulla targa che, in lettere di marmo, resta a testimonianza permanente del nome di colui che, insieme a tanti altri resistenti, ha contribuito a restituire a noi Italiani dignità e libertà.

Facciamone buon uso.