AVELLINO – Non è la prima volta che l’oscena storia degli abusi infantili da parte del clero irlandese ha dato vita a un’opera d’arte. Film e romanzi hanno scoperchiato l’abominevole segreto, protetto in alto loco, che, nato nel 1700 con le Case Magdalene in cui venivano rinchiuse e sfruttate le ragazze madri, perdurò fino al Novecento, quando ai misfatti delle suore cattoliche s’erano aggiunti quelli dei preti nei collegi e negli orfanatrofi maschili.
Il romanzo di Sebastian Barry, celebrato scrittore irlandese, tradotto per Einaudi da Anna Rusconi, è una magnifica prova di scrittura dall’andamento classico, attento ai particolari e alle descrizioni dello scabro eppure impressionante paesaggio delle scogliere dublinesi, scrittura emotiva e insieme sorvegliata, come lo sono i caratteri dei personaggi, riservati e premurosi, solitari e benevoli, figure pubbliche (poliziotti) con un privato altruistico o invece ammirati ecclesiastici dai trascorsi inconfessabili.
È difficile la vita nel paese diviso da confessioni religiose in guerra fra loro da secoli, ma è difficile anche la morte, quando si presenta nei modi violenti che toccano alla famiglia del protagonista, Tom Kettle, il poliziotto in pensione che sa piangere, e che, prigioniero di un passato che non passa, finisce per confondere la realtà con i fantasmi della sua mente, e trovare, nel ricordo della felicità d’un tempo, la coscienza di avere vissuto “un tale strano privilegio. Una tale indomita bellezza”.
