AVELLINO – La storia comincia con una telefonata incomprensibile a colei che narra, una regista, Agnès, molto celebrata, in crisi esistenziale e lavorativa da tre anni, da quando, cioè, è stata abbandonata dall’amatissimo marito Pierre, fascinoso attore con cui ha condiviso la vita e la fama, oltre che una figlia di quindici anni, Ana. Si concluderà seicento pagine dopo, quando i misteri, le rivelazioni e qualche enigma trovano la loro necessaria risoluzione non nella progettata sceneggiatura di un nuovo film ma in un romanzo, quello che abbiamo appena letto e che indugiamo, ancora posseduti, a chiudere sull’ultima riga dell’ultima pagina: “E come si chiama?”. “Tatà”.
Il titolo, con un accento aggiunto all’originario termine francese, fa riferimento alla maniera affettuosa di chiamare la zia, in questo caso la zia Colette, sorella del famoso pianista Jean e cognata dell’altrettanto famosa violinista Hannah, genitori della narratrice Agnès. Colette, apparentemente reclusa nella sua anonima esistenza in un piccolo paese della Borgogna, Gueugnon, ci appare in realtà fin dall’inizio come un personaggio dagli aspetti anomali, strani: fa la calzolaia, avendo appreso il mestiere ed ereditato bottega e clienti dall’algerino Mokhtar (che finirà per adottarla), e non le si conoscono distrazioni se non una viscerale passione per la squadra di calcio dei Forgerons del suo paese.
Nonostante le misere condizioni della famiglia d’origine e l’ostilità di una madre anaffettiva, riesce ad assicurare al geniale fratellino Jean una brillante carriera di musicista. Se non bastasse questo a riconoscerle del talento in vita, sarà la sua seconda morte a confermarlo: già, perché la telefonata da cui si dipana tutto l’intreccio comunica ad Agnès la morte di sua zia, che hanno già seppellito tre anni prima. La trama si complicherà per l’intervento di numerosi personaggi, in un continuo andirivieni della memoria fra il 2010 e i decenni precedenti, in cui la musica, il cinema e la letteratura s’intersecano con la persecuzione della Shoah, con un circo che nasconde troppi misteri, con un assassino che incombe sulle vite di molti innocenti, e con indagini rivelatrici su Dna che sconvolgono quanto era stato fino ad allora creduto vero.
Valérie Perrin torna con questo nuovo romanzo alla sua riconosciuta abilità di narratrice di storie, tanto apparentemente familiari quanto oscure, alla grazia della sua scrittura, ricca di dialoghi, alla creazione di ambienti diversissimi fra loro e tutti credibili.
Il libro è soprattutto un inno all’amicizia, quella che salva con la sua autenticità e persistenza al di là di altri sentimenti più esaltati, come l’amore, che a volte appare nell’esistenza ma più spesso scompare, troppo spesso legato com’è alla violenza.
