AVELLINO – Il Dizionario Treccani dà per il lemma “abbaglio” due definizioni, di cui la seconda da intendersi come traslato metaforico della prima: 1. Abbagliamento, offuscamento della vista; 2. Errore, svista. Stando così le cose, viene da chiedersi perché il regista Roberto Andò, affrontando nel suo ultimo film la spedizione dei Mille di Garibaldi da Quarto alla Sicilia nel maggio del 1860, abbia scelto proprio questo termine negativo per titolare quella che è generalmente considerata una delle imprese chiave, un monumento eroico del nostro Risorgimento, finalizzato alla riunificazione della penisola sotto un unico governo.
Che questo fosse affidato ai nordici Savoia piuttosto che alla dinastia meridionale dei Borbone ha dato adito a secolari dispute storiografiche e politiche in cui evitiamo di addentrarci. Preferiamo invece parlare del film, che vede riunito lo stesso magnifico cast della pellicola precedente del regista siciliano, La stranezza: Toni Servillo (il nobile colonello Vincenzo Giordano Orsini), Salvo Ficarra (Domenico Tricò) e Valentino Picone (Rosario Spitale), questi ultimi combattenti riluttanti nella prima battaglia che li vede affrontare i Borbonici, prova del fuoco da cui preferiscono scappare come disertori.
La lunga trama li vedrà affrontare altre battaglie, quelle di sopravvivere alla fame e alla sete nel tentativo l’uno di tornare dalla propria amata, l’altro di trovare scampo alla giustizia che lo ricerca per le truffe da baro che ha commesso a Venezia. Il caso li porterà a riunirsi, malgrado loro, all’esercito garibaldino, che sta intanto attraversando una terra in cui la povertà del popolo si scontra con l’oppressione dei notabili e la violenza dei mafiosi. Il finale capovolgerà le sorti degli uni e degli altri, di cui evitiamo di fornire particolari, ricordando solamente il divertente episodio del convento di monache, da inserire nella faceta tradizione italica delle burle sul clero.
Vent’anni dopo, l’Italia è fatta ma, come disse qualcuno, restavano da fare gli italiani: approfittatori e opportunisti o favoriti nelle attività illecite gli uni (bordelli e case da gioco), poveri e sfruttati come prima e abbandonati dalle istituzioni (vedi la scena del manicomio) gli altri, la Sicilia (e per estensione l’Italia) svela il grande abbaglio che ha guidato i rivoluzionari prima e i liberali e i democratici poi: i più gravi problemi nazionali, ignorati da secoli, hanno purtroppo continuato a segnare la vita del Regno e della Repubblica, sì che il messaggio che pare provenire dal film è che non bastano mille volenterosi a fare una patria, né il sangue di tanti a fermare le guerre, come possiamo amaramente constatare ancora oggi.
