Il libro/Il controllo delle armi e della sicurezza pubblica nel Regno d’Italia

Giovedì 23 Gennaio 2025 21:12 Ermanno Battista
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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura7_aterrano_libro.jpgAVELLINO – Terzo appuntamento della rassegna “Gli appunti della Storia” organizzato dal comitato irpino dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano in collaborazione con la libreria Mondadori di Avellino. Al centro dell’incontro la presentazione dell’ultimo volume di Marco Maria Aterrano, ricercatore in storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, La pacificazione degli animi. Controllo delle armi e disarmo civili in Italia 1871-1926. Con Aterrano hanno dialogato il direttore del comitato irpino, Mariano Nigro, e il ricercatore di storia contemporanea dell’Università di Salerno, Alessandro Bonvini.

Il volume di Aterrano cerca di offrire una nuova prospettiva del processo di costruzione dello Stato liberale italiano, evidenziando in che modo il Regno d’Italia attuò il controllo della violenza privata, contribuendo ad estirparla e a regolarla rispettando uno degli imperativi dello Stato ottocentesco, ovvero la protezione dei suoi sudditi. In effetti, come è noto e secondo la celebre osservazione di Steven Pinker Il declino della violenza, nel corso del XIX secolo la violenza inizia ad essere estirpata dalla realtà e ad essere posta sotto uno più stretto controllo statale.

Questo processo di estirpazione della violenza, che porta a quella che Aterrano definisce “pacificazione”, rientra nel più ampio processo di democratizzazione del mondo ottocentesco e costituisce, ancora oggi, pur con le differenze presenti nella legislazione in materia tra i vari Stati del globo – l’autore, nel corso del dibattito, riporta i casi estremi ed opposti della politica sul porto d’armi di Stati Uniti e Giappone – il motivo per il quale usare un’arma – e detenerla – sia del tutto illegale, a meno che il detentore non ne denunci il possesso presso gli uffici dello Stato.

Nel corso del volume di Aterrano, che quindi cerca di osservare e analizzare in che modo lo Stato italiano si è posto nei confronti del controllo delle armi e della violenza, possono essere rintracciati tre filoni principali. Il primo riguarda l’approccio securitario dello Stato – e della monarchia sabauda – rispetto alle armi: le armi devono essere controllate. Questo approccio emerge, principalmente, nei primi momenti della storia dello Stato italiano, nei difficili momenti del processo di costruzione dello Stato, quando si dovettero affrontare i problemi del brigantaggio e della rivolta del “sette e mezzo” a Palermo.

Un secondo filone, strettamente intrecciato al primo, in cui subentra un controllo sociale e politico dell’arma: questo è evidente soprattutto a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento, quando lo Stato compie un’opera di repressione nei confronti dei moti popolari in Lunigiana e in Sicilia. Un terzo aspetto da sottolineare nel libro è il rapporto che lo Stato intreccia con la società civile di massa, soprattutto all’indomani della prima guerra mondiale, quando il rientro dei reduci e la formazione di milizie paramilitari pose lo Stato di fronte al problema di una nuova circolazione delle armi, al quale il governo Nitti tentò di porre rimedio con il regio decreto del 3 agosto 1919 che stabilì l’obbligo per i privati cittadini di denunciare il possesso delle armi.

Naturalmente dietro al tentativo dell’imperativo democratico dello Stato di proteggere i suoi cittadini dalla violenza, va visto anche il tentativo dello Stato di liberarsi di una minaccia reale e simbolica: non è un caso, infatti, che è a partire dagli anni Ottanta del XIX secolo che la repressione nei confronti delle armi si fa più efficiente e persuasiva; sono quelli gli anni in cui la pistola assume il ruolo simbolico del sovversivismo politico e del “regicidio”: in quegli anni molti uomini politici trovano la morte a causa di attentati, da Antonio Canovas del Castillo al presidente americano William McKinley al re italiano Umberto I. Dunque il controllo delle armi diventa, per lo Stato, anche il tentativo di controllo dei sovversivi politici e delle classi pericolose.