AVELLINO – C’è un potente elemento simbolico nel film delle due registe francesi Delphine e Muriel Coulin, presente già nel titolo da loro precedentemente scelto: Jouer avec le feu (Giocare col fuoco). Il più pericoloso degli elementi naturali, il fuoco appunto, può tuttavia trasformarsi in un’entità benefica, come ben sapevano gli antichi quando idearono il mito di Prometeo che lo ruba agli dei per recarlo come dono salvifico agli uomini.
Fra le prime immagini della pellicola (vincitrice della Coppa Volpi all’ultimo Festival di Venezia per l’interpretazione di Vincent Lindon) – in programma ieri a Visioni, la rassegna cinematografica quest’anno dedicata alla meoria di Franca Troisi – c’è una luminosissima fiaccola portata da un ferroviere per indicare la via ai suoi compagni di lavoro. La retta via, diremmo, come quei binari, faticosamente riparati dalle scintille degli attrezzi operai, paiono immediatamente indicarci. Spesso di notte, sacrificando il sonno, o di giorno, lasciando pronto il pranzo per i due figli, il ferroviere Pierre, rimasto precocemente vedovo, compie con senso del dovere e amore il suo lavoro, pesante ma che pure gli consente una vita dignitosa, in una casa pulita e ordinata, con del verde attorno, nella provincia francese della Lorena. Francese, sì, ma una volta tedesca, con confini contesi nei secoli fra Germania, Belgio e Lussemburgo, e con matrimoni misti, com’era stato il suo, con quella donna tedesca la cui assenza, in una scena quasi totalmente occupata da uomini, preme dolorosamente sui destini della famiglia.
Se il secondogenito Louis pare accettare senza ribellioni gli ideali e i principi che guidano il padre, è riguardo al primo figlio Félix, detto Fus, che ci accorgiamo che “la diritta via era smarrita”. Piccoli indizi si succedono a rimarcare il progressivo allontanamento del primogenito dall’esempio paterno che può, come riconosce lo stesso Louis, essere soffocante. Ma qui, la normale contestazione della crescita negli adolescenti e nei giovani adulti verso i genitori e il “sistema” diventa qualcosa di molto più grave e pericoloso, come può esserlo la torcia agitata dagli scalmanati tifosi della squadra locale, dove quel fuoco non indica più la via, ma la deviazione verso la violenza, la sopraffazione, l’esclusione dal gruppo. E nulla forse come il gioco del calcio è diventato oggigiorno metafora della divisione netta, irreparabile, fra due tifoserie, due città, due bande: noi e loro, appunto, dove i due pronomi stanno per noi e i nostri nemici, senza sfumature e senza rimorsi. Dove questi giovani estremisti, pieni di segni di riconoscimento (tatuaggi, felpe, linguaggi), finiscono per identificarsi con gli antichi gladiatori (si veda l’impressionante scena di un combattimento in gabbia a mani nude fra due giovani lottatori incitati a massacrarsi), e, come loro, danno la morte, per piacere o per vendetta.
Ancora una volta il fuoco, quello della saldatrice di Fus, mancato metalmeccanico, giocherà il suo ruolo negativo, quello del costruttore di armi, attuando quella svolta narrativa che porterà al tragico finale.
Anche se, nell’ultima scena, l’abbraccio fra padre e figlio sembra alludere a una riconciliazione degli opposti, resta irrisolto l’implicito interrogativo che sottende a tutta la sceneggiatura: come instaurare un dialogo fra padri e figli prima che sia troppo tardi? E come salvarsi dall’imperante decadenza morale, dal vilipendio dei principi che la Rivoluzione francese, sbeffeggiata dai neonazisti, sembrava aver radicato almeno nelle Costituzioni occidentali? Basterà l’amore familiare, l’assunzione delle proprie responsabilità da parte del padre a spegnere gli incendi che l’odio, ormai in tutte le parti del mondo, continua ad appiccare?
