Le assaggiatrici/Come si concilia la colpa con il perdono?

Sabato 05 Aprile 2025 10:39 Carla Perugini
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b_300_220_15593462_0___images_stories_Spettacoli6_film_soldini.pngAVELLINO – Fra le tante aporie della dottrina religiosa, una in particolare ci viene alla memoria assistendo all’ultimo lavoro del regista Silvio Soldini (di cui ricordiamo il magnifico Pane e tulipani), tratto dal bel romanzo di Rosella Postorino, Le assaggiatrici, ed è questa: come si concilia la colpa con il pentimento e, più in particolare, con il perdono? Può bastare una manifestazione finale di bontà e generosità a cancellare un atto, o un’esistenza intera, di crudeltà e spietatezza verso gli altri? La sproporzione fra delitto e mancato castigo ci appare abnorme, sia sotto il profilo etico che giuridico, eppure nei sacri testi molti sono i casi in cui un unico gesto viene assunto a motivazione sufficiente perché il pentito venga perdonato o addirittura celebrato, come testimoniano la parabola del figliol prodigo in Luca, 15,11-32, o le parole rivolte da Gesù al ladrone sulla croce (ancora Luca 23, 39-43), per citare solo alcuni esempi. E stendiamo un velo pietoso sulla venefica domanda immediatamente rivolta da chi intervista a chi si è visto ammazzare un congiunto: “Lo perdona?”.

Sembra quasi un’analogia forzata con una transazione commerciale: il malfattore ha un debito che, con la concessione del perdono, magicamente s’estingue. Non a caso in tedesco (che è la lingua in cui è stato girato il film) “colpa” e “debito” si dicono allo stesso modo: “Schuld”. E tedesca è l’ambientazione del film, che attraversa gli ultimi anni della seconda guerra mondiale, quando Hitler, subito dopo aver attaccato l’Unione sovietica, s’era trasferito nella lugubre “Tana del lupo”, un’enorme residenza, stipata di bunker e caserme, costruita nella foresta di Gierłoż, presso la cittadina di Kętrzyn, nell’allora Prussia orientale, oggi Polonia. Qui giunge, per ripararsi presso i suoceri mentre a Berlino la sopravvivenza è diventata sempre più difficile, la giovane Rosa Sauer, rimasta sola da quando ha perso la sua famiglia nonché il marito Gregor, partito per il fronte russo. In campagna c’è qualcosa in più per sfamarsi e persino la speranza, poi smentita, che Gregor possa tornare per Natale, come annuncia in una lettera alla moglie. E sembra un’altra buona notizia quella dell’arruolamento forzato di Rosa, insieme ad altre sei donne (“tedesche, sane e forti”), da parte dei militari in servizio nella base vicina, per svolgere il compito di assaggiare i cibi preparati due volte al giorno per il Führer, per scoprire possibili avvelenamenti. “Ci pagano”, può annunciare Rosa ai suoceri, a cui consegna ogni mese quei biglietti macchiati dal terrore di essere la prossima vittima al posto del destinatario del veleno.

Fra le sette donne, alcune con figli, altre vedove o in cerca d’un uomo, tutte in qualche modo costrette a trovare la maniera di restare vive in un mondo sconvolto dalla guerra e dalla fame, si creano dei legami, dapprima esitanti e sospettosi, poi portatori di un’amicizia tutta al femminile, fra segreti rivelati, complicità nascoste e paure condivise. Ma il segreto più grande lo mantiene Rosa, che ha attratto il desiderio del feroce comandante, con il quale dà vita a una relazione clandestina, nascosti nel fienile della casa dei suoceri.

Il buio della notte in cui sono obbligati a incontrarsi è trasparente metafora dell’oscurità che pervade ogni cosa nella Germania nazista, dell’illiceità di concepire l’amore (e il perdono) verso chi confessa di aver ucciso senza pietà un numero inprecisato di ebrei (“ma sono diversi da noi”), e che alla fine spara a quell’enigmatica amica di Rosa, che si rivela essere un’ebrea in fuga, che lei sta cercando di portare in salvo sull’ultimo treno in partenza per Berlino. Uccide ancora Albert, ma, come da manuale del pentito dell’ultimo gesto, slancia di forza Rosa sul vagone della salvezza. Quella di lei: ma anche di lui?

È degno di perdono per questo? E colpevole Rosa per essersi rifugiata fra le braccia di un altro uomo, sapendo che suo marito non tornerà più? O anche lei ha cercato il perdono quando ha rifiutato l’amante assassino, al quale però si è poi rivolta in cerca d’aiuto?

Difficile, molto difficile, il compito del giudice…