Il libro/Un giorno nella vita di Abed Salama. Anatomia di una tragedia a Gerusalemme

Venerdì 19 Settembre 2025 20:36 Carla Perugini
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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura8_thrall.jpgAVELLINO – Pensavamo di aver visto e sentito tutto sulla tragedia della Palestina: ogni giorno mezzi di comunicazione, manifestazioni popolari, prese di posizione politiche, ci informano sull’apocalisse in corso in quella stretta striscia di terra diventata, suo malgrado, l’ombelico del mondo.

Poi leggi un libro, Un giorno nella vita di Abed Salama Anatomia di una tragedia a Gerusalemme (Neri Pozza, 2025), scritto da un giornalista ebreo che vive a Gerusalemme, Nathan Thrall, su un episodio accaduto a dei bambini palestinesi tanti anni fa, precisamente il 12 febbraio del 2012, e d’improvviso entri nella tragedia dall’interno. Dall’interno delle menti, dei corpi, del dolore e della disperazione di quei genitori che si vedono morire i figli in un incidente terribile sì, ma che poteva avere conseguenze meno inesorabili in un paese normale. In un paese, cioè, dove i legittimi proprietari della terra non fossero costretti in enclaves sempre più ridotte, fino a ricostituire quei ghetti in cui gli stessi carnefici di oggi sono stati rinchiusi per secoli; un paese in cui gli spostamenti degli abitanti non ebrei non fossero obbligatori giri viziosi su percorsi sempre più lunghi e illogici, pur di non togliere spazio a quei coloni che si sono un po’ alla volta appropriati di tutti quei villaggi e quelle terre che, nelle fantasiose spartizioni decise dai potenti, sarebbero dovuti toccare ai palestinesi. Un paese in cui i checkpoints dei militari israeliani bloccano la maggior parte delle strade destinate agli arabi, costringendoli a soste infinite; in cui cittadini di uno stesso Stato sono suddivisi per rango, dipendendo dal possesso o meno di un documento dal colore verde o blu; in cui le scuole sono negate ai bambini dell’altro popolo, così come gli ospedali e i servizi di ambulanza e i pompieri e via elencando.

In questo paese anormale, un autobus vecchio di ventisette anni, in un giorno d’inverno sferzato da una pioggia feroce, raccoglie i bambini di una scuola elementare, entusiasti di partecipare a una gita verso un parco giochi. Nella logica perversa della cintura stradale attorno a Gerusalemme, i palestinesi devono prendere la direzione opposta a quella a cui sono diretti, per superare il checkpoint di Jaba Road, nota come “la strada della morte”.

Qui l’autista si ferma sulla corsia di destra, per farsi superare dagli altri veicoli, perché troppo lento per la strada che porta in collina. E qui viene travolto da qualcosa di enorme, si rovescia su un fianco per poi prendere fuoco. Le urla della gente, i bambini che bruciano, i primi soccorritori che tirano fuori estintori e bottiglie d’acqua dalle macchine. Ma le ambulanze e i pompieri dove stanno? Perché non arrivano? “I palestinesi che venivano da Ramallah se non altro avevano la scusa del traffico, disse Salem. E non era consentito loro di avere polizia o camion dei pompieri nelle città vicine al luogo dell’incidente. Non gli era neanche consentito di percorrere Jaba Road, senza il permesso degli israeliani. Ma nonostante tutto erano stati i primi ad arrivare, gli israeliani non avevano scuse” (p. 134).

Un incidente di traffico che oggi non interesserebbe nessuno, visto il sistematico massacro che si succede da anni in Palestina, assume, in questo libro emozionante, equilibrato e attentamente documentato, il crisma sconvolgente di rivelatore della verità. Attraverso le storie individuali dei genitori che hanno perso i figli, dei bambini rimasti ustionati, di tutti quelli che parteciparono ai funerali, delle coppie che uscirono divise dal trauma, attraverso lo sguardo molteplice dei tanti testimoni sullo stesso evento, il quadro frammentato si ricompone, mentre noi lettori soffriamo con loro, entriamo nelle loro case, viviamo il loro stesso lutto, ci chiediamo mille volte perché anche quei bambini hanno dovuto pagare il contributo di sangue che un decennio più tardi avrebbe coinvolto tutto il popolo palestinese.

Questa non è un’opera di finzione, eppure appassiona come un romanzo, è un’opera letteraria, politica, documentaristica. Umana, troppo umana, in un paesaggio di rovine, dove l’umanità sembra oramai perduta.