Dignità politica e rigore morale nella figura di Luigi Amabile

Lunedì 21 Maggio 2012 21:45 Francesco Barra
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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura_luigi_amabile_ab.jpgPubblichiamo, in occasione delle celebrazioni del centenario dell’Istituto tecnico “Luigi Amabile”, la seconda parte dell’intervento di Francesco Barra, ordinario di Storia moderna presso l’Università di Salerno, già apparso sul Dizionario biografico degli irpini, sulla figura e sull’opera del grande scienziato-umanista avellinese.

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L’altis­sima, e purtroppo ir­rea­listica, conce­zio­ne del mandato parla­mentare di Luigi Amabile è efficace­men­te rivelata da una lettera che egli inviava da Torino il 5 novembre 1864 al suo mentore politico, il venerando Lorenzo de Con­cilj: “Ho trovato la Ca­mera quale l’aveva sempre immaginata: eccellente in politica, inetta in ammini­strazione. Più di quel che credeva ho trovata brutta quella ma­niera di fare che serbano moltissimi deputati ed elet­tori: poiché questi ultimi credono che ogni deputato sia il loro in­ca­ricato d’affari, e scrivono a diluvio, ordinano e coman­dano, ed il depu­tato sale e scende Ministeri, e perde tempo, di­gnità e riputa­zio­ne. […] Debbo dirlo con compiacenza, e son certissimo che voi ve ne compia­cerete del pari: codesto Colle­gio di Avellino è pure in ciò de’ pochissimi rispettabili e degni di onore; poiché fin oggi io non ho ricevuto che una sola lettera per affari pri­vati, mentre gli altri deputati ne ricevono a cen­tinaia. Alla quale lettera naturalmente io non ho risposto, come non ris­pon­derò mai a chiunque mi scriva di affari che non sieno di in­teresse pubblico. […] Meglio è tor­narsene a casa, anziché sciupare sé stesso ed il paese a questo modo”.

Non meno aspri ed amari erano i suoi giudizi sui leader parla­men­tari della Destra, da Minghetti «tanto imprevidente» a Sella «tanto dub­bio di fede». Politicamente isolato e combattuto dal governo, che gli con­trappose ad Avellino lo stesso ministro della Giustizia, Luigi Cortese, Amabile non fu riconfermato alle elezioni generali del 22 ottobre 1865. Rientrò però alla Camera col ballottaggio del 17 mar­zo 1867, che lo vide trionfare con 456 voti contro 266 sul democratico Domenico Giella.

Intanto, il tracciato della linea ferroviaria Mercato Sanse­ve­ri­no-Avellino aveva fatto nascere una profonda agitazione nei comuni dei finitimi collegi di Avellino e di Atripalda. Il tracciato originario – sostenuto da Michele Capozzi – toccava Solofra, attra­ver­sa­va Serino e collocava la stazione in posizione baricentrica tra Avellino e Atripalda; il nuovo - propugnato da Amabile - senza ledere Solofra, toccava Forino e Contrada e avvicinava la stazione al centro di Avellino. Il contrasto tra Amabile e Capozzi, e quindi tra Avellino e Atripalda, non era politico ma squisita­men­te locale, vertendo esso sul tracciato della ferro­via, sulla cui controversa questione si scontravano opposte tesi tecniche e inconciliabili interessi personali e campanilistici.

Si comprende agevolmente, quindi, come scopo dichiarato di Capozzi fosse quello di dare all’Amabile, in occasione delle elezioni suppletive del 27 marzo, «una lezione quanto solenne quanto amara». A contrastare la rielezione del “moderato” Amabile fu posta la candidatura di un giovane esponente della Sinistra, l’avel­linese Francesco Brescia-Morra, creatura del Nicotera ma appoggiato altresì da Capozzi, De Sanctis e Rattazzi. Le elezioni del 27 marzo diedero 418 voti ad Amabile e 303 a Bresciamorra; gli mancarono comunque 38 voti per riuscire a primo scrutinio.

Solo dieci anni più tardi, in occasione delle elezioni del 16 maggio 1880, Amabile ripropose la sua candidatura ad Avellino, in opposizione al deputato uscente Francesco Villani – il suo vecchio an­ta­gonista del 1864 – venendo di stretta misura sconfitto in ballottaggio con 597 voti contro 563. Morto però due anni dopo Villani, Amabile trionfò nelle elezioni suppletive del 21 maggio 1882, che lo videro battere con 667 voti contro 465 il candi­dato della Sinistra, il ge­ne­rale Dome­nico Primerano, segretario generale del ministero della Guerra, contro i cui soste­nito­ri egli polemizzò duramente a causa dei trascorsi borbonici del loro candidato; questa volta, tuttavia, il contri­buto del suf­fragio della città di Avellino al successo di Amabile fu minore delle altre volte: 306 voti contro i 202 di Primerano.

Ritiratosi a vita privata, s’isolò appieno, rinchiudendosi nel­la sua solitaria villa di Posillipo, «consacrata allo studio, ed inac­cessibile ai profani». Ma l’ozio non era fatto per lui. Non più deputato, non più professore, non più chirurgo degli Incu­rabili - essendosi dimesso sin dal 1874 al culmine di un lungo dissidio con il governatore Ciavarria, che aveva in tutti i modi cercato di ostacolarlo e di emarginarlo – egli doveva crea­rsi e infatti si creò un altro campo di attività. Desideroso – com’egli ebbe a dire – di respirare in ambiente più puro ed elevato, e di passare gli ultimi anni della sua vita in com­pa­gnia dei morti piuttosto che dei vivi, rivolse il suo alto intel­letto agli studi storici con quella energia della volontà che gli era propria.

Egli, che da tempo aveva iniziato delle ricer­che su alcuni antichi medici e naturalisti napoletani, si era im­bat­tuto nella figura di Tom­maso Campanella, interessandosene inizialmente non come filosofo e pensatore politico ma come autore di testi medici. Approfondendo la ricerca, aveva poi rinvenuto impor­tanti documenti relativi alla bio­gra­fia del domenicano cala­brese e alla sua congiura, sentendosi nascere la voca­zio­ne di storico. Ad essa sacrificò tutto: la profes­sio­ne e il gua­da­gno, il riposo, la stessa salute. Con una sistema­ticità am­mirevole, sostenuta da un’adeguata disponi­bili­tà di mezzi economici, esplorò gli archivi e le biblioteche d’Italia e d’Eu­ropa, da Napoli a Venezia, da Firenze a Madrid, da Roma a Dublino, dall’Archivio Segreto Vaticano a Simancas.

Primo frutto di questo intenso lavoro fu il volume Il codice delle lettere del Cam­panella, pubblicato a Napoli nel 1881, al quale fecero seguito l’anno successivo i tre poderosi volumi su Fra Tom­maso Cam­pa­nella, la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia. Non pago di queste prime fatiche, dedicò altri cinque anni di ri­cerche alla vita del domenicano di Stilo e pubblicò nel 1887, sempre a Napoli, due nuovi volumi: Fra Tommaso Campanella ne’ castelli di Napoli, in Roma ed in Parigi. In margine alle ricerche campanelliane aveva in­tan­to avuto modo di far luce su un altro oscuro episodio di storia napo­letana, la congiura del domenicano Tommaso Pignatelli, condannato a morte nel 1634 per delitto di lesa maestà (Fra Tommaso Pignatelli, la sua congiura e la sua morte, Napoli 1887).

Ormai la sua fama non era legata solo al suo valore di scien­ziato e di chirurgo. Egli si era infatti volto agli studi storici con giovanile pas­sio­ne, con un’energia – come scrisse Croce – propria degli ingegni vera­mente e naturalmente forti. Si rivelò ricercatore infaticabile, diligen­tissimo raccoglitore e ordinatore di documenti, raro conoscitore degli organi di go­verno e del funzionamento del sistema ammini­str­a­tivo e giu­di­ziario, sicuro biografo di una folla di personaggi di vario rilievo, sicché le sue opere sulla vita di Tommaso Campanella e di Tommaso Pi­gnatelli e sull’Inquisizione – ha scritto Pas­qua­le Villani - «sono ancora oggi non solo punto di riferi­men­to obbligato di partenza per quanti vogliano studiare e ap­pro­fondire tali argomenti, ma, più generalmente, utilissima introduzione e – per chi paziente­mente ne scopra le ricchez­ze talora celate nelle lunghe note e nelle ampie appendici – efficace e insperato sussidio allo studio della storia napole­ta­na durante il dominio spagnolo».

Dagli studi campanelliani nacque, come logico sviluppo e com­­ple­ta­mento, l’ultima poderosa opera, pubblicata nel set­tembre 1892, poche settimane prima della morte dell’autore: Il Santo Officio dell’Inqui­si­zione in Napoli (Città di Castello, 1892, vv. 2).

Da parecchio tempo affetto da grave infermità cronica, la tuber­colosi, per la prima volta manifestatasi a Simancas, Amabile andava frat­tanto sempre più deperendo in salute, e negli ul­timi mesi il male fece rapidi progressi, con una paralisi da dia­bete che gli precluse l’uso degli arti inferiori. La tuber­co­losi, ribelle ad ogni cura, rapidamente compiva la sua spieta­ta opera di dis­truzione, e il 25 novembre, alle 2 e 30 anti­me­­ri­diane egli si spe­gneva a soli 64 anni, venendo tumulato per sua dispo­sizione ad Avellino, mentre gli si consacrò una co­lonna marmorea nel re­cinto degli uomini illustri nel cimitero di Poggioreale.

La forte e risentita personalità intellettuale e umana dell’Amabile venne ben delineata da Vito Fornari nella lapide che nel 1893 la città di Avellino scoprì in sua memoria sulla facciata del Municipio: Scienziato, istoriografo, chirurgo, scrutò sagacemente nella natura e ne’ fatti umani; deputato al Parlamento e privato cittadino, propugnò libertà temperata; non mutò mai sentiero; non simulava né dissimulava; aborriva ogni viltà; ampliò la scienza, onorò il nome italiano.