Il colera entrò nel Regno di Napoli dalla Puglia nel settembre del 1836. I primi centri ad essere colpiti furono Trani e Rodi Garganico, ma il fenomeno fu sottovalutato e si tardò ad isolare il contagio. Va ricordato che l’istituzione di un cordone sanitario era un atto malvisto dalla popolazione. Significava essere chiusi nella propria comunità, cessare ogni commercio e lavoro. Non si poteva così uscire ed entrare in paese. Le autorità riflettevano molto prima di ordinarlo. Il colera si manifestò a Rodi l’11 settembre e dieci giorni dopo venne ordinato il cordone sanitario, che isolò la cittadina.
Il 26 settembre la commissione centrale sanitaria di Capitanata raggiunse Rodi e trovò la cittadina in pieno caos e la popolazione terrorizzata. La situazione si aggravava non solo per la virulenza del male ma, secondo i sanitari, anche per le cure sbagliate. I colerosi venivano trattati con bagni caldi, con acetato di morfina, canfora e strofinazione di tintura di iodio. I commissari convinsero i medici locali ad affrontare il morbo con i salassi, le sanguisughe, la somministrazione di energici purganti, ripetuti bagni freddi e enormi quantità di neve da ingurgitare. Il 9 dicembre l’Intendente di Capitanata Lotti fece affiggere in tutti i Comuni della provincia un manifesto per comunicare la fine dell’epidemia in Capitanata. In verità l’Intendente fu troppo ottimista perché dopo la pausa invernale, con l’estate del 1837 il morbo in Capitanata riapparve più violento che mai.
In questa seconda fase le autorità civili e sanitarie dedicarono minori attenzioni alla malattia e ai malati. Alle medicine legittimate dalla scienza medica del tempo si sostituirono rimedi quali il vino anticolerico, i profumi, i ciondoli di rame, gli amuleti e poi la superstizione con gli untori, le suppliche, l’invocazione del miracolo. In molti Comuni quando la malattia cessò, si disse dovuta all’intervento divino. Ancora oggi si effettuano delle processioni della Madonna per ricordare la felice conclusione dell’epidemia. L’Intendente per informare correttamente la popolazione aveva fatto stampare un opuscolo di “istruzione popolare” contenente le istruzioni per combattere il colera. Nell’indicare i mezzi di precauzione egli faceva riferimento alle affezioni di animo, alla nettezza e salubrità delle abitazioni, alla nettezza dell’individuo, alla conservazione del calore conveniente nel corpo, alla alimentazione e bevande. Inoltre elencava i segni principali coi quali si manifestava il colera e i mezzi e le precauzioni da impiegare prima dell’arrivo del medico.
Il 14 luglio 1837 l’epidemia si sviluppò in Orsara con molta ferocia: due individui colpiti perirono nel giro di sette ore il primo, l’altro di undici. Si diffuse sull’intera popolazione e nel colmo del furore perirono il 23 luglio dieci individui, il 28 altri dodici, il 31 tredici, con il numero più alto di decessi di diciotto nella giornata del 2 agosto. Nell’anno 1836 i decessi ad Orsara furono 149, mentre nel 1837 salirono a 390 e un sacerdote don Enrico Forgione, che si prodigava molto per i colerosi, fu colpito dalla malattia e all’età di 39 anni morì l’8 agosto. Verso la fine di luglio e fino a metà agosto il colera diminuì la sua intensità, tanto che il 27 agosto, credutosi estinto, si solennizzò la festa di Santa Maria della Neve credendo che con la sua grazia la popolazione di Orsara fosse stata liberata dal morbo. Non fu così: dopo pochi giorni il colera riprese il suo furore e solo il 4 ottobre cessò. I colpiti dal male furono 972, le vittime 296. Il governo prevedendo tale disastro aveva preparato i soccorsi col destinare in ciascun Comune una deputazione sanitaria preparando ospedali, letti, medicine ed ogni altro aiuto.
Ad Orsara la commissione sanitaria fu composta dal vicario curato D. Michele Cappetta, dal sindaco Carmelo Cericola, dai gentiluomini legali D. Domenico Tozzi, Gianclemente De Stefano, Eduardo Forgione. Un solo medico, il fisico Celestino Grilli, tentava di fronteggiare l’epidemia e da Foggia fu chiamato l’orsarese D. Melchiade La Monica, che con zelo e impegno prestò aiuto alla popolazione. Ad Orsara da parte dei medici fu seguito il tipo di una cura antiflogistica: la malattia, divisa in quattro stadi, aveva una sua cura.
1) Stadio dei prodromi, quando l’individuo era attaccato dal male. All’ammalato venivano praticati due o tre salassi, si sottoponeva lo stesso a energici purganti e lo si teneva a letto a stretta dieta.
2) Nel secondo stadio, quello algido, si effettuavano salassi, poi si immergeva l’ammalato nell’acqua gelida dove lo si teneva per cinque minuti. Poi lo si avvolgeva in un lenzuolo bagnato, si cambiava l’acqua e vi si immergeva l’ammalato, e questo per sei o sette volte. Poi gli si faceva bere molta acqua gelata e “mangiare” molta neve.
3) Nel terzo stadio, quello di reazione, l’ammalato veniva trattato con cure farmaceutiche.
4) Nel quarto stadio, la convalescenza, si curava con diete rigorose anche sulla base della considerazione che il morbo del colera riguardava l’apparato gastro-enterico.
Fu preparato un ospedale consistente in cinque stanzoni nel Palazzo Scoglietti, con letti ed ospedalieri per le donne e per gli uomini. Fu utilizzato quasi esclusivamente per i forestieri, mentre i locali rimanevano nelle proprie abitazioni, assistiti dai parenti. Molto impegnati furono i sacerdoti che visitavano gli ammalati di giorno e di notte, assistendoli negli ultimi istanti di vita, nonché con le debite cerimonie funebri. Il Comune fornì ai poveri neve, olio per i lumi di notte nelle case, medicine gratis; anche il vescovo di Troia, monsignor Monforte, soccorreva i poveri con abbondante elemosina, con viveri e quanto occorreva alla popolazione colpita dal morbo. Si attivarono i proprietari nel soccorso somministrando anche cibi giornalieri. A ciascun ammalato veniva dato un brodo ben condito di carne da castrato, un pezzetto di carne ed un pane bianco ogni giorno da una donna ospedaliera, che girando per il paese aggiornava la nota degli ammalati. Si ebbe cura nel dare sepoltura ai morti. Il cimitero, non ancora ultimato, fu utilizzato per le spoglie mortali degli estinti. Il Comune a sue spese fece aprire i solchi alla profondità di sette palmi e tutti, senza alcuna distinzione, furono inumati. La commissione, i gentiluomini e proprietari non risparmiarono mezzi per mitigare la ferocia del male. In alcuni paesi non distanti da Orsara si lasciarono i cadaveri insepolti perché non si trovava chi li trasportasse e i familiari li trasferivano nei campi con gli uncini per non toccarli e i malati si abbandonavano dai parenti, senza soccorsi di medicine ed aiuti religiosi. Anche i Comuni del circondario di Orsara furono colpiti duramente: nel Comune di Greci su 156 casi accertati vi furono 156 decessi, in quello di Montaguto su 244 vi furono 28 morti, in quello di Savignano su 207 casi vi furono 99 morti.
