Cultura, società e lotta politica: l’Irpinia vista dagli anarchici

Sabato 22 Marzo 2014 12:03 Faustino De Palma
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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura2_anarchici.jpgA partire dalla metà dell’Ottocento, e per circa un secolo, il movimento anarchico, nelle sue diverse articolazioni e formazioni, recitò un ruolo di primo piano nelle vicende politiche italiane. Alcuni episodi, legati soprattutto alle gesta degli “anarco-individualisti”, segnarono la storia di quel periodo, giungendo persino a determinare, nel caso dell’assassinio di Umberto I ad opera dell’anarchico Bresci, il mutamento repentino dei vertici dello Stato. L’ideale dell’anarchia riscosse un discreto successo anche in Italia Meridionale, e soprattutto in Campania. A Napoli il movimento contava un ampio numero di seguaci, stimolati anche dalla presenza di Bakunin. E nell’entroterra napoletano si verificò nel 1877 un moto insurrezionale, quello del Matese, assai significativo nel contesto della storia degli anarchici italiani. Viceversa, il movimento non attecchì in Irpinia, dove pure nel corso degli anni trovarono sempre più spazio di propaganda e crescita i tradizionali partiti di sinistra. E, tuttavia, malgrado l’assenza di gruppi organizzati ed operativi sul territorio, non mancarono gli irpini anarchici. A queste figure è dedicata una monografia di Mario Garofalo (“Anarchici d’Irpinia”) recentemente pubblicata per i tipi de “Il Terebinto Edizioni”.

Il volume racconta di un’epopea, quella dell’anarchia, ormai esaurita e consegnata alla storia. Un’epopea fatta di uomini ispirati da ideali pressoché scomparsi e, a prescindere da qualsiasi valutazione di merito, anacronistici ed incompatibili con l’attuale contesto socio-economico e culturale. Racconta di uomini che per quegli stessi ideali rinunciarono alla dimensione privata della loro esistenza, per inseguire prospettive di radicale cambiamento sociale e politico che in breve tempo si sarebbero tradotte in cocenti delusioni. In definitiva, quella raccontata da Garofalo è una parte della storia di un movimento ciclicamente scosso da divisioni, incomprensioni, fallimenti, e, ciononostante, continuamente animato da cocciuti tentativi di affermazione di un nuovo (dis)ordine mondiale, basato su un modello sociale quanto mai utopico ed irrealizzabile.

In questa storia gli anarchici irpini si muovono da protagonisti, sia pure in altre terre ed in altri contesti assai diversi da quelli propri della loro terra d’origine. Molti di loro, come tanti altri anarchici, furono costretti ad espatriare in Svizzera, o negli Stati Uniti, o, ancora, in Sud America. All’estero, nel poco tempo sottratto a lavori umili e faticosi, aderirono a gruppi anarchici, spesso organizzati su base nazionale. E dall’estero condussero una lotta impari e sostanzialmente sterile contro la monarchia sabauda, prima, e contro il regime fascista, poi. Altri, invece, provenienti dalle elites professionali e corporative, rinunciarono ai privilegi derivanti dal loro status per abbracciare l’ideale anarchico e per sostenere la manovalanza che di quell’ideale era il braccio, talvolta armato.

In queste categorie rientrano i tre anarchici irpini a cui la monografia è specificamente dedicata. Vincenzo Petrillo era un muratore di Cervinara. Vissuto tra il 1834 ed il 1927, come molti anarchici maturò l’adesione all’ideale nel corso della sua esperienza lavorativa. Come molti anarchici, inoltre, lasciò l’Irpinia per partecipare ai gruppi ed ai movimenti sorti in luoghi più propizi alla loro affermazione. Trasferitosi a Roma nel 1872, divenne uno dei leader della sezione muratori dell’Internazionale, imprimendo ad essa una svolta anarchica, facendosi sostenitore “della via cospirativa e, se necessario, della violenza e della lotta armata”. Costretto a ritornare nella natìa Cervinara, continuò la sua attività anche in Irpinia, occupandosi – verso la fine degli anni Settanta – come minatore presso le miniere di zolfo di Altavilla Irpina. Spirito inquieto, si trasferì negli anni Ottanta a Napoli, dove partecipò a vari moti e tumulti di piazza, tanto da essere a più riprese arrestato e sottoposto a processo: dinanzi alla Corte si dichiarò “cittadino dell’universo”. Anche nel suo caso, come in quello di tanti altri anarchici, l’affermazione progressiva dei partiti di sinistra, lo relegò in un ruolo marginale: le battaglie combattute nelle istituzioni catturavano più consensi di quelle fatte al di fuori di esse. Morì nel 1927, dopo aver dedicato gli ultimi anni del suo impegno politico al sindacato spazzini del quale faceva parte.

Ben diversa è la figura di Giuseppe Sarno, il “filosofo dell’anarchia”. Avvocato, probabilmente il più celebre tra gli anarchici irpini, operò prevalentemente a Napoli, dove esercitò la sua professione di avvocato fino alla sua morte (1897). Fu in contatto con tutto l’establisment del movimento anarchico italiano, a partire da Andrea Costa, con cui tenne una corrispondenza molto interessante, in quanto rivelatrice delle tensioni e delle divisioni che dilaniavano i vari gruppi. Studioso di Hegel e sostenitore dell’hegelismo, il suo avvicinamento al’ideale anarchico fu graduale. Convinto assertore di certe proposizioni laiciste ed anticlericali che erano molto in voga nel tessuto socio-culturale italiano post-unitario, si spinse fino a promuovere l’apertura di una scuola “al fine di istruire il popolo sulla nefasta secolare storia della Chiesa e per educarlo a libere credenze religiose, politiche e scientifiche”. L’iniziativa non andò in porto, ma il fallimento non gli impedì di dare alle stampe violenti pamphlet anticlericali e di partecipare all’ Anticoncilio, la più clamorosa ed eccentrica manifestazione dell’anticlericalismo della seconda metà dell’Ottocento tenutosi a Napoli nel dicembre del 1869. Venuto in contatto con gli anarchici napoletani e con personaggi di assoluto rilievo del movimento a livello nazionale, quali Malatesta e Cafiero, Sarno, poco incline alla partecipazione attiva ed ai moti di piazza, supportò i gruppi anarchici con un intenso lavoro di elaborazione dottrinale e di pubblicizzazione dell’ideale anarchico. Negli anni napoletani fu il punto di riferimento degli anarchici irpini con i quali condivise rischi e repressioni ad opera delle forze di pubblica sicurezza. Dopo i moti del Matese del 1877 fu particolarmente attivo nella difesa degli anarchici che vi erano implicati, partecipando alla redazione di un opuscolo diretto a confutare l’impianto accusatorio che nei loro confronti la Corte aveva costruito. Successivamente aderì al collettivismo teorizzato da Bakunin (“a ciascuno secondo il proprio lavoro”), finendo in rotta di collisione con altri esponenti del movimento anarchico napoletano, che, sposando il modello di organizzazione economico-sociale comunista, immaginavano “una comunione totale dei beni mobili ed immobili, prodotti dagli individui secondo le proprie capacità, alla quale ciascuno aveva il diritto di attingere per il soddisfacimento di tutti i suoi bisogni, nella misura concessa dallo stato della produzione e delle forze sociali”. Con il passare degli anni Sarno si defilò dalla scena politica, anche a causa delle ristrettezze economiche e dei malanni che lo affliggevano; e, tuttavia, continuò a credere nella futura affermazione dell’anarchia, “la quale oggi forse potrà sembrare ancora un’utopia, ma è destinata fatalmente ad essere l’avvenire dell’umanità”.

Il saggio di Mario Garofalo si chiude con la rievocazione di Antonio De Marco, uno degli ultimi anarchici irpini. Vissuto nel Novecento (morì nel 1956) e dedito ai lavori più umili, fin da giovane aderì agli ideali del socialismo, per poi sposare quelli dell’anarchia durante la sua permanenza in Argentina. Lì partecipò attivamente a manifestazioni e moti di piazza, restando coinvolto, sia pure indirettamente, in attentati terroristici che ebbero ampio rilievo nella storia del Paese sudamericano. Costretto a ritornare in Italia, fu confinato a Ponza dove ebbe modo di frequentare alcuni fra i più autorevoli esponenti dell’antifascismo, a partire da Giovanni Amendola. Tra disagi indicibili (che si sommavano a quelli già patiti nel viaggio verso il Sud America) il confino di Ponza ebbe termine nel novembre 1937, quando finalmente De Marco fece ritorno nella natìa Montella. Ma la sua attività andava ben oltre. Con enormi sacrifici partecipava ai congressi più importanti delle organizzazioni anarchiche, per poi diffondere il verbo anarchico anche nella sua terra. Anzi, probabilmente da questo punto di vista fu, tra gli anarchici irpini, quello che più operò sul suo territorio, spostandosi (spesso a piedi o con mezzi di fortuna) da una parte all’altra dell’Alta Irpinia. Come molti altri anarchici, fu costretto ad emigrare nuovamente a causa delle ristrettezze economiche in cui versava. Scelse la Svizzera per questa nuova avventura. Lì morì improvvisamente nel 1956.

In realtà, però, nel volume di Garofalo il lettore incontra non solo Petrillo, Sarno e De Marco, ma anche tanti altri anarchici irpini che con i primi tre furono in contatto. Nominativi e provenienze sono indicati analiticamente nella documentazione allegata al saggio, che contiene, tra l’altro, anche alcuni scritti di Sarno e De Marco. In definitiva, Anarchici d’Irpinia (scritto, peraltro, con stile scorrevole ed apprezzabile) si pone come opera di riferimento non solo per gli storici, ma anche per tutti gli irpini che, grazie al volume di Garofalo, potranno riscoprire pagine poco conosciute della storia della nostra terra.