L’eco dell’indagine che ha coinvolto l’ex prefetto di Avellino richiama un precedente quasi dimenticato. Proprio centocinquanta anni fa uno scandalo scosse il Palazzo del governo di Avellino. I personaggi coinvolti nella vicenda erano stati tutti protagonisti delle lotte risorgimentali nel Regno delle Due Sicilie ed avevano ricoperto ruoli istituzionali più o meno importanti nel breve periodo di vita del regime costituzionale voluto da Ferdinando II subito dopo lo scoppio dei moti del 1848. Tra essi, Stefano Romeo, deputato calabrese della Camera del giovane Regno d’Italia, e Nicola De Luca, molisano, prefetto di Avellino. Nel corso delle lotte risorgimentali, l’uno, Romeo, apparteneva all’ala sinistra (così potremmo definirla, sia pure impropriamente) del movimento risorgimentale; l’altro, De Luca, all’ala liberale. Il primo, amico di Garibaldi e promotore di rivolte; il secondo, legato agli ambienti moderati ed incline al compromesso: in definitiva, tipici esponenti dei due volti del Risorgimento italiano. Subito dopo l’unificazione, De Luca, cooptato nell’amministrazione statale, fu impegnato nella lotta al brigantaggio. Fu fautore di misure particolarmente severe e non esitò, da prefetto, a mettersi alla testa delle truppe regolari destinate a sostenere le schermaglie con i briganti operanti tra l’Alta Irpinia ed il Vulture.
Il suo atteggiamento duro ed intransigente non gli procurò molte simpatie, ma, al contrario, gli alienò i consensi degli irpini. Nel 1863, in occasione della visita della commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio (la c.d. “Commissione Massari”) in Irpinia, una delegazione di avellinesi chiese udienza alla deputazione per rassegnare il malcontento della popolazione rispetto ai metodi ed all’operato del prefetto, non trascurando di gettare ombre sulla sua onestà ed onorabilità. Ma i guai di De Luca erano solo all’inizio. Alla fine dello stesso anno, il 9 dicembre, il caso del prefetto di Avellino approdò alla Camera dei deputati. Dapprima il deputato Miceli lo accusò di avere scritto una lettera al presidente del Consiglio Rattazzi, per proporgli di introdurre restrizioni allo Statuto Albertino. Fu, poi, Stefano Romeo a rincarare la dose, sostenendo che “quel prefetto è ribelle, ribelle non solo allo Statuto, ma al codice penale, ed il signor ministro dell’Interno lo sa officialmente”.
Il ministro non poté esimersi dal nominare una commissione d’inchiesta, che, raccolte “informazioni riservate e confidenziali”, riferì le “voci” che aveva raccolto. Quali, dunque, le accuse mosse al prefetto? De Luca avrebbe tollerato le “infedeltà” di alcuni dipendenti della prefettura; avrebbe comprato una casa a Napoli, “sebbene i suoi antecedenti non lo facessero credere provvisto all’uopo dei mezzi occorrenti”; ma, soprattutto, sarebbe stato “generalmente inviso nella provincia”. L’indagine non riservò sorprese: le accuse erano prive di riscontri, ma si risolvevano semplicemente in pettegolezzi che provenivano da fonti di informazione non identificate. E, ancora, De Luca non aveva acquistato case a Napoli né erano migliorate le sue condizioni economiche.
E, tuttavia, le polemiche non si sopirono, tanto che il caso riapprodò in Parlamento. Il 26 marzo 1864 il ministro dell’Interno dell’epoca, Peruzzi, aveva inviato una relazione sull’indagine al presidente della Camera, che nella seduta del 14 giugno 1864 ne diede lettura. Fu questa iniziativa a scatenare un confronto serrato tra i parlamentari. Paradossalmente, almeno all’inizio, esso non si svolse sul contenuto e sull’esito delle indagini, ché, anzi, essi furono dati quasi per scontati dalla stessa parte politica a cui apparteneva chi le aveva sollecitate. Lo scontro, invece, si ebbe sulla onorabilità e sulla buona fede sia di chi aveva mosso le accuse, sia di chi aveva difeso il prefetto.
A difendere l’accusatore assente, Stefano Romeo, prese la parola il deputato Plutino Agostino, anch’egli calabrese e protagonista delle lotte risorgimentali in quella regione. Egli insistette a più riprese sulla buona fede del suo collega, quasi a volerne giustificare l’ardore accusatorio. Subito dopo fu il deputato irpino Serafino Soldi a prendere le difese del prefetto De Luca per sottolinearne il patriottismo e la probità morale.
Ben presto, però, la discussione prese una piega ben diversa, che svelava le reali questioni che il caso aveva sollevato. Il deputato La Porta coinvolse nel dibattito uno dei leader politici dell’epoca, Francesco Crispi, che qualche giorno prima, nel corso di una seduta parlamentare, aveva dichiarato che “il prefetto De Luca sta al potere nonostante le di lui colpe amministrative”. E aggiunse, ancora, che in quella sede il ministro dell’Interno aveva assunto l’impegno di esibire i documenti che avrebbero comprovato l’innocenza di De Luca. In realtà, i documenti non furono pubblicati. Il ministro Peruzzi si scagliò contro La Porta (che lo aveva accusato – più o meno velatamente – di avere svolto una difesa “gratuita” di De Luca), protestando la propria integrità morale. Crispi, tirato in ballo, assunse una posizione – a dir poco – equivoca. Egli aveva letto quei documenti e riteneva che dimostrassero inoppugnabilmente la colpevolezza del prefetto; e, tuttavia, non si opponeva alla chiusura della discussione, fornendo al presidente della Camera un formidabile assist per sancire l’archiviazione del caso e per consentire al ministro di sostenere “di aver salvato l’avvenire della pubblica amministrazione”.
Ma era realmente questa la posta in gioco? E davvero erano solo “voci” quelle che accusavano De Luca? E qual era il contenuto dei documenti della commissione d’inchiesta? Perché Crispi non si oppose alla chiusura della discussione, pur avendo espressamente dichiarato che da quegli stessi documenti non si desumeva l’innocenza di De Luca, ma – piuttosto – la sua colpevolezza? E, soprattutto, quali erano le reali colpe del prefetto di Avellino?
A centocinquant’anni di distanza sembra verosimile che lo scontro non riguardasse semplicemente l’onorabilità di un prefetto e l’acquisto di una casa a Napoli. È probabile, invece, che il caso De Luca rientrasse in un contesto più ampio, quello degli orientamenti e condizionamenti politici che ispiravano l’operato dei prefetti e – più in generale – delle amministrazioni periferiche dello Stato. Non di rado i rappresentanti del governo centrale intervenivano – più o meno direttamente – per scoraggiare (o, più spesso, per reprimere) le iniziative di movimenti politici e sociali non graditi alla maggioranza parlamentare. E, soprattutto, nei territori dell’ex Regno delle Due Sicilie, in special modo, la politica del governo in materia di garanzia delle libertà personali era quantomeno ambigua. La legislazione sul brigantaggio e sull’ordine pubblico di fatto si basava sulla soppressione di una serie di garanzie e di diritti, così che non sarebbe improprio definire “Stato di polizia” quello che governava quelle regioni. E probabilmente De Luca non fu l’unico prefetto a guidare le truppe dell’esercito regolare contro i briganti e a sollecitare misure repressive ancora più severe. Ed è altrettanto verosimile che un liberale moderato, quale era il prefetto di Avellino, ritenesse insufficienti le iniziative già adottate per contrastare i fenomeni delinquenziali in corso nell’Italia meridionale.
Ben altri contorni, però, avrebbe assunto la ipotetica “ribellione” di De Luca (tale la definì Romeo) allo Statuto Albertino. Si sarebbe trattato di un comportamento eversivo, ancora più grave in considerazione del suo ruolo istituzionale. Sta di fatto che Rattazzi smentì di aver ricevuto dal prefetto di Avellino quella famosa lettera in cui egli lo invitava a sospendere alcuni dei diritti e delle garanzie previste dallo Statuto. E, ancora, sta di fatto che nessuno dei parlamentari che accusarono De Luca (salvo, forse, La Porta) insistette per proseguire nella discussione sull’argomento. Sta di fatto, infine, che nell’ottobre di quello stesso anno De Luca fu trasferito dalla prefettura di Avellino per essere destinato ad altro incarico.
