AVELLINO – Suggestioni per il ricordo della prima guerra mondiale, con le “celebrazioni” già iniziate da un anno in Francia ed altrove. L’Italia tentennò per mesi, prima di scegliere da quale parti schierarsi. Ed andò come i nostri nonni seppero: contadini in rapido apprendistato di quanto fosse lunga e lontana l’Italia, carne da cannone ed embrioni di borghesia urbana frullati insieme e serviti con contorno di bandiera sabauda. Molti non tornarono e chi sopravvisse si ritrovò poi a vivere una dittatura ventennale e a rivivere una seconda guerra mondiale, tre modi per declinare il verbo vivere.
La guerra ora non è più un ricordo lontano, per noi che abbiamo vissuto quasi settanta anni di pace europea. La guerra ci sta avvolgendo pian piano, paese dopo paese, è sempre più vicina, dai lontani paesi dell’oriente ed estremo oriente, all’Ucraina ieri e alla Libia oggi, passando per i Balcani dell’altro ieri. La manovra stringe i gambi della tenaglia attorno all’Europa che si scopre gabbia finanziaria di ferro e debole cesto di vimini di fronte alle tensioni sociali interne ed internazionali.
Tra pochi giorni i disperati di tante guerre, ammassati sulla costa libica del mar Mediterraneo, il mare nostrum, saranno impiegati come arma di destabilizzazione all’interno del nostro Paese, ci porranno di fronte al dilemma del salvare vite umane e del proteggerci da infiltrazioni. Una sorta di bombardamento umano, nelle intenzioni simile alle bombe vere che gli anglo-americani buttarono sulla nostra e su tante città, per preparare il terreno favorevole al successivo sbarco di Paestum. Simon Pocock, con il terzo volume dedicato alla provincia di Avellino del suo Campania 1943, dona nella ripetitività dei resoconti, Comune per Comune, la macabra contabilità delle morti e dei danni materiali e sociali.
Ma cosa è, in fondo, una guerra? L’annullamento delle energie più fresche di un Paese, di una nazione se vi piace il termine, a vantaggio di altro od altri. È la distruzione delle generazioni più giovani e quindi del futuro di una comunità; è la disarticolazione del tessuto produttivo ed infrastrutturale di un territorio. La guerra ha l’ambigua definizione di “continuazione della politica con altri mezzi “, e la storia del complesso militare-industriale statunitense degli anni Settanta, quelli dopo il millenovecento, ci aiuta a comprendere quanto una guerra possa essere indispensabile non contro altri Paesi ma al proprio interno. Soprattutto quando sostituiamo i soldi al sangue, le manovre della finanza, sempre più globalizzata, a quelle sui teatri di guerra.
Torniamo per un attimo indietro. Se la guerra è annientamento dei più giovani, a cosa abbiamo assistito negli ultimi decenni in Italia, e maggiormente nel Meridione? Il lento stillicidio dei giovani andati via per sempre riverberano il ricordo delle trincee e degli assalti con il cuore in gola. Giovani che restano vivi solo per gli affetti che invecchiano nei luoghi di partenza, ma per sempre cancellati dai bilanci di uno Stato.
Si dirà che la crisi economica è complessa ed ha molti elementi concorrenti, ma guerra e politica intrecciano le figure dei generali con quelle dei professionisti della politica. Senza addossare ai singoli le responsabilità degli esiti finali, durante la prima e la seconda guerra mondiale abbiamo avuto molti generali sconfitti ed alcuni colpevoli. Sconfitti per le strategie inefficaci, il logoramento e l’annientamento di truppe e mezzi, colpevoli quando scientemente hanno bruciato uomini e risorse, per il proprio vantaggio personale, di carriera futura negli alti comandi o di fuga prima del peggio. Guardiamo e valutiamo gli ultimi venti anni italiani; cominciamo poi a contare i professionisti della politica sconfitti e colpevoli.
Scopriremo che oggi ci viene a mancare la speranza che animò uno degli scritti più celebri di Guido Dorso, La leva dei morti, apparso su l’Azione di Napoli il 20 maggio del 1944. Il tema è il trasformismo meridionale e i tanti deputati comunque governativi, per lo più liberali, ma Dorso suggerirebbe illiberali, ritornati ad agitarsi nel dopoguerra, dopo gli anni di forzato silenzio del fascismo. Dorso analizza quel momento e scuote i neonati partiti ed aggiunge: “Queste sono soltanto ipotetiche esemplificazioni, poiché la realtà è assai più complessa e non basta un articolo nemmeno per riassumerla. Ma ognuno che legge ha dinanzi agli occhi gli esempi locali, che illuminano la teoria e le dànno forza probante. Ed aggiunge, con buona dose di retorica speranza, “i morti sono ben morti, ed anche se essi ambulano per le strade, credendosi vivi, è compito dei veramente vivi seppellirli piamente nelle vecchie arche dei cimiteri politici” (ora in Guido Dorso, L’occasione storica, Laterza, 1986, pp. 11-15).
A noi non resta che sussurrare ad Avellino e provincia, come in un rosario pomeridiano, Ato, Asi, Assoservizi…
