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    21/10/2019

Pars construens/ Le proposte per rilanciare il ruolo di centralità della scuola

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Attualita2_maturit_2013.jpgAVELLINO – Vorrei caldeggiare alcune proposte che sono di autentico buon senso per rilanciare il ruolo di centralità e di rilevanza sociale che un tempo si ascriveva alla scuola in quanto "comunità educante", e non azienda. In primis, auspico e propugno la cancellazione dei test Invalsi, in particolare nella scuola primaria, per sostituirli con un esame (aggiornato) da somministrare alla fine della classe quinta, in un profilo che tenga in considerazione i vari e profondi mutamenti intervenuti, non solo a livello tecnologico, nella società odierna.

Quindi, proporrei la cancellazione totale del cosiddetto "bonus premiale" (poiché è un meccanismo perverso, assai discriminante e mortificante per tutti gli insegnanti che non si risparmiano nella didattica attiva svolta in classe) e dei fondi riservati alle funzioni strumentali, oltre che di tutti quei progettini inutili ed insignificanti, in modo da reperire le risorse necessarie per finanziare un dignitoso incremento stipendiale ai docenti italiani, che risultano i meno pagati in Europa. Servirebbe, in buona sostanza, concedere più spazio, valore e visibilità reale alla didattica espletata con gli alunni in carne ed ossa, eliminando tutta la muffa e la fuffa burocratica, sia cartacea che digitale, da circoscrivere solo alle esigenze minime ed indispensabili.

I dirigenti scolastici antepongono la muffa delle scartoffie, delle circolari, dei format e delle griglie per l'auto-valutazione, ossia una raffica di aride cifre statistiche, che non hanno alcun riscontro effettivo con le istanze formative, psico-socio-culturali degli studenti, considerati come gli "utenti" della "scuola-azienda". La cui unica specialità, mi pare sia la produzione di carte, ovvero file digitali, e di progettini perlopiù vuoti, insulsi ed inutili.

È evidente che la scuola, concepita come una "comunità educante", ha un vitale ed urgente bisogno di essere rispolverata e ripulita di tutta quella "muffa" che serve solo ai ds per le direttive e le operazioni di natura aziendalista. Anzi, per condurre una gestione affaristica degli istituti scolastici. Ebbene, se il neoministro avesse la forza, la volontà e la possibilità di porre in essere simili obiettivi, diventerebbe un "eroe nazionale" per l'intera categoria docente e per la parte più sana della nostra società.

Aggiornamento del 28 settembre 2019, ore 16.20 - Alcuni genitori (che si ritengono "utenti" della "scuola-azienda") forse scambiano noi docenti per baby-sitter assunti al loro servizio ed alle loro dipendenze, ma non è così. I doveri di vigilanza dei minori non sono tali da giustificare le lunghe attese all'uscita della scuola per accontentare i genitori ritardatari, che se la prendono più comodamente. Vorrei ricordare ad alcuni che "educare" non significa viziare, bensì l'esatto contrario: vuol dire fare in modo che i figli diventino degli individui autonomi e responsabili, e non dei tiranni capricciosi ed infantili. Mi domando se siano genitori capaci e maturi coloro che si limitano ad assecondare i propri figli e si ergono sul piedistallo nel ruolo, errato ed improprio, di "sindacalisti ad oltranza" delle loro creature, anche quando hanno torto marcio. E sono pronti e disponibili ad esaudire qualsiasi loro richiesta, anzi pretesa, senza esigere nulla in cambio. Concedono tutto e subito, in una maniera incondizionata, ma non sono capaci di renderli autonomi, maturi e responsabili, in condizione di far fronte alle avversità della vita. Genitori solo in quanto li hanno generati, ma non li sanno educare, nella misura in cui non riescono ad opporgli neppure il rifiuto più blando. Ancor meno sanno infliggere ai propri figli la benché minima punizione per fini educativi, non repressivi, né coercitivi. Non a caso, la stessa cognizione di "educare" discende dall'etimo latino "e-ducere", che significa letteralmente estrarre fuori, emancipare, non castrare, inibire ed opprimere. Vorrei ricordare che l'amore per i propri figli non significa proteggerli ad oltranza e in ogni caso, persino quando sbagliano in modo eclatante, ma comporta la capacità e la volontà di punirli contro il nostro stesso desiderio istintivo di cura e di protezione. Tale è l'amore intelligente, poiché giova al bene ed alla crescita psico-emotiva e socio-affettiva dei nostri figli: serve fargli comprendere che, allorché commettono un errore, devono sapersene assumere la paternità e la responsabilità personale e pagarne ogni conseguenza. Altrimenti non diventeranno mai adulti consapevoli e respondabili. Lo sforzo educativo più serio ed efficace equivale a tirar fuori, o fuoriuscire ("e-ducere"), la personalità di un adulto, che "cova" nel bambino. Serve educare, non viziare oltremisura i figli.

 

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