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    16/12/2017

È scomparso Eugenio Bersellini: allenò l’Avellino nell’anno dell’addio alla serie A

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Eugenio Bersellini in una foto del 1988 quando era allenatore dell'AvellinoAVELLINO – Si è spento a Prato, all’età di 81 anni, Eugenio Bersellini, il sergente di ferro del calcio italiano, allenatore dell’Avellino nell’ultimo anno di serie A. Qui di seguito ospitiamo un ricordo di Nicola Cecere.

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Ci ha lasciato Eugenio Bersellini, classe 1936, allenatore del dodicesimo scudetto dell'Inter, quello della stagione 1979-80, il sergente di ferro (aveva metodi di allenamento inflessibili, da precursore zemaniano) del calcio di quei decenni ormai lontani. Nei quali sulla panchina nerazzurra vinse due coppe Italia (1978 e 1982) e una terza la conquistò in casa doriana nel 1984, mentre non ebbe fortuna con Torino e Fiorentina, le altre squadre di rango di una lunga carriera spesa molto in provincia, che lo portò anche sulla panchina biancoverde.

Accadde nel campionato 1987-88. Venne chiamato in sostituzione di Luis Vinicio che dopo aver vinto la partita inaugurale era incappato in quattro sconfitte consecutive. Quell'anno le retrocessioni programmate erano appena due poiché dalla stagione successiva la serie A sarebbe passata da sedici a diciotto formazioni e l'Empoli, causa penalità, aveva un handicap di cinque punti. Insomma per un Avellino reduce dal migliore torneo della sua storia con Vinicio in panchina (ottavo posto e quarti di coppa Italia contro la Juve) la salvezza appariva un traguardo già raggiunto in partenza. E invece si retrocesse all'ultima giornata. Clamorosamente, amarissimamente.

Bersellini, chiusa l'andata a 7 punti, era riuscito nel ad agguantare alla penultima giornata il piazzamento salvezza grazie al successo sull'Empoli. Nella lotta con Ascoli, Pescara e Pisa, con noi a quota 22, sarebbero stati i toscani i nostri diretti concorrenti per la salvezza.
Pisa-Torino, Inter-Avellino le sfide in calendario. Occorreva fare risultato a San Siro contro l'Inter di Trapattoni: strano incrocio emotivo per il nostro allenatore che a quell'Inter era legatissimo perché c'erano ancora alcuni dei protagonisti del suo scudetto. Il Meazza dieci anni prima era stato lo stadio del nostro debutto in serie A, avversario il Milan.

Il pomeriggio del 15 maggio 1988, quando il Milan di Sacchi vinse il primo scudetto dell'era Berlusconi a spese di Maradona, c'ero anch'io, in mezzo a migliaia di tifosi irpini, nel secondo anello della curva rossonera, la Sud. Ricordo il tonfo al cuore per la rete iniziale di Minaudo, un ragazzino alle prime apparizioni. Non dimentico il secondo tonfo al cuore, quello della felice inzuccata di Gazzaneo sul corner di Ale Bertoni, col pallone che si infilò proprio nell'incrocio dei pali che presidiavo meglio dal mio punto di osservazione. Eppoi il tripudio per l'espulsione di Scifo, che ci metteva in condizioni di vantaggio col risultato in parità. E infine quel secondo tempo vissuto senza quasi respirare, col Pisa, che stava battendo il Torino: il pari insomma non ci bastava. Bisognava vincere. Invece arrivarono due mazzate: l'espulsione, evitabilissima, di Anastopoulos, centravanti greco sostituto quel giorno di Schachner e la traversa colpita in giravolta da Alessandro Bertoni sul cross di Franco Colomba a cinque minuti dal termine.

Di Eugenio Bersellini, gentiluomo di campagna famoso per l'impassibilità in panchina, ricordo invece lo scatto in campo verso Gazzaneo al momento del pareggio e lo sconforto per la fesseria di Anastopoulos che aveva vanificato la situazione di vantaggio numerico. Uno sguardo triste e preoccupato rivolto al dirigente accompagnatore, Carlo Spina, che sedeva di fianco. O forse una premonizione sulla fine dell'avventura. Sì, l'Eugenio ci ha accompagnato in B sul campo del suo unico scudetto. Ma noi tifosi irpini non gliene abbiamo mai voluto e adesso lo salutiamo con rispetto e anche un pizzico di affetto. Il professionista esemplare di un calcio ancora romantico e ruspante ci aveva subito ispirato stima e simpatia.

 

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