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    15/08/2018

L’Avellino/Dobbiamo davvero prepararci a ripartire dalla serie D?

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I tifosi dell'Avellino a Roma dinanzi alla sede del ConiAVELLINO –L'Irpinia ha chiesto a Nicola Cecere, uno dei giornalisti avellinesi della Gazzetta dello Sport, un commento sul “caso” Avellino alla luce della sentenza del Coni.

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E allora, dobbiamo davvero prepararci a ripartire dalla serie D? Certo che la sentenza-non sentenza del Coni è davvero allucinante. In sostanza hanno riconosciuto che c’è la copertura finanziaria necessaria a garantire l’iscrizione alla B ma loro non possono accettarla perché bisognava muoversi “prima”. Già, ma se tale copertura è rimasta quella dell’istituto di credito romeno, beh era stata presentata “prima”. Solo che tale istituto, usato da altri club, “prima” non è stato ritenuto affidabile. Quindi andava bene per il Palermo, non andava più bene per l’Avellino: questione di giorni, insomma. O di segretarie più o meno solerti; o di studi legali allertati più o meno in fretta.

PAPOCCHIO “Quisquilie” avrebbe commentato l’immortale Totò. “Cavilli” ha commentato il presidente Taccone dopo l’ultima “non” sentenza. Il Coni ha infatti partorito un papocchio dichiarando che l’Avellino “apparirebbe in possesso dei requisiti di idoneità e sostenibilità finanziaria”, e poi però aggiungendo che “noi Coni non abbiamo il potere di ammetterlo al campionato di B causa ritardo nel sostenere le proprie ragioni”. Il condizionale usato, “apparirebbe”, squalifica da solo questo organismo di garanzia. In questa nostra Italia “fallita” da diversi anni il mondo dello sport dovrebbe basare le proprie decisioni su elementi concreti e sicuri. E quindi se l’Avellino è “coperto” da una fidejussione valida deve restare in B; se non lo è, giusto cancellarlo dai professionisti. Adesso si va al Tar, cioè alla giustizia ordinaria. Inevitabilmente, considerata. E speriamo che i giudici stavolta usino il cervello e basino la loro sentenza sui dati e non sulle date.

IL TAR Nell’attesa (che non dovrebbe essere lunga) di un pronunciamento “serio” da parte del Tribunale amministrativo del Lazio, i tanti tifosi che avevano vissuto la magica epopea degli anni Ottanta hanno già avuto modo di tornare con la mente a quel periodo in cui la Milano da bere di Bettino Craxi andava a braccetto con l’Avellino da godere di Ciriaco De Mita, dove il verbo godere va inteso nel senso del godimento provato da tutti noi irpini nel ritrovarci al centro della scena politica italiana grazie al gruppo “basista” della Democrazia cristiana (guidato appunto dall’attuale sindaco di Nusco) e contemporaneamente proiettati sul palcoscenico della massima serie calcistica grazie alla scalata dei due “commendatori”, Arcangelo Japicca e Antonio Sibilia, che portarono e mantennero la squadra in paradiso sino al clamoroso e crudele crollo di San Siro del 15 maggio 1988.

DI SOMMA Questi dieci campionati ce li siamo centellinati. Si passeggiava per il Corso a petto in fuori, orgogliosi di appartenere al ceppo irpino. Andare allo stadio era un piacevole obbligo. E la squadra, i giocatori avvicendatisi in quel periodo, recepivano perfettamente quel clima di granitica solidarietà. Dice Salvatore Di Somma, 21 anni e due figlie ad Avellino. “I tifosi venivano al Jolly prima della partita e ci scortavano allo stadio per la salita dei Cappuccini, cantando e ballando. Così noi giocatori entravamo in spogliatoio già belli carichi. Si era formato un connubio straordinario, sentivamo la città addosso. Poi, chiaro, c’era pure la competenza di Sibilia e Franco Landri nell’andare a prendere calciatori di prospettiva ma già in grado di reggere il massimo livello. Ne ho avuti tanti al mio fianco e me li ricordo tutt”.

CAMPIONI Impossibile citarli, l’elenco sarebbe lunghissimo. Sulla “Gazzetta” di oggi ne abbiamo citati alcuni tenendo presente anche la carriera fatta. Tanto per dire, Stefano Tacconi andò alla Juve per sostituire un certo Dino Zoff e Beniamino Vignola fu il vice-Platini siglando pure il gol decisivo (con successivo assist per la rete di Boniek) nella finale di Coppa delle Coppe a Basilea contro il Porto (2-1). L’arcigno difensore Luciano Favero fu preso dai bianconeri pe rimpiazzare Claudio Gentile (nientemeno) e rimase a Torino ben cinque stagioni. Angelo Alessio, esterno di centrocampo e attuale vice di Antonio Conte, fu della Juve per cinque stagioni (con un prestito annuale al Bologna). Nando “Rambo” De Napoli, irpino di Chiusano, vinse i due scudetti di Maradona e fu un titolare della Nazionale. Anche Antonio Criscimanni passò in azzurro e poi all’Udinese, dove approdò l’amatissimo Cesarone Cattaneo, lo stopper di ferro. Andrea Carnevale, centravanti azzurro a Italia ’90 e partner di Maradona, debuttò in A in maglia biancoverde. Paolo Beruatto lasciò il Partenio per il “suo” Torino.

FINE DELL’EPOPEA E poi ci siamo goduti i vari Ramon Diaz (ceduto alla Fiorentina e quindi campione d’Italia con l’Inter di Trapattoni), Juary (finito anche lui all’Inter sia pure con un ginocchio mezzo scassato), i bomber Schachner, e De Ponti, il geometrico Pasquale Casale (altro irpino, lui di Cervinara), il “pirata” Pellegrino Valente, il funambolico Dirceu, l’uomo dal tiro-dinamite. E ancora “mastro” Colomba, il furbo Peppe Massa, l’inesauribile furetto Mario Piga (il gemello, Marco, ebbe minor fortuna). E la classe di Adriano Lombardi, naturalmente, il primo capitano della A anche se nel debutto a San Siro contro il Milan l’arbitro Mattei non lo fece giocare per mancanza della carta di identità. Tutti citati in ordine sparso naturalmente. Così come i tecnici illustri. Rino Marchesi e Luis Vinicio, Tom Ivic e Ottavio Bianchi, Antonio Valentin Angelillo ed Eugenio Bersellini. Che fu l’ultimo, poiché c’era lui in panchina a San Siro quel pomeriggio del 15 maggio 1988 amarissimo giorno della retrocessione. Un beffardo 1-1 contro l’Inter ancora piena di ex allievi dello scudetto 1980 firmato Bersellini. Peccato, siamo andati giù proprio nel torneo più semplice, quello delle due retrocessioni giustificate dall’ampliamento a 18 squadre.

IL MIRACOLO DEL 1981 La rimonta da 0-3 a 3-3 sul campo della Juve nella prima stagione; i 4 gol rifilati al Milan di Nils Liedholm, i derby col Napoli…Sono tante le gioie, le emozioni, le tensioni. Ma su tutte si staglia il campionato 190-81. Condizionato in partenza da un handicap di 5 punti e poi travagliatissimo a causa del terremoto e dei guai giudiziari in cui era rimasto coinvolto il presidente Sibilia (caso Tortora-Casillo poi risoltosi in una bolla di sapone). A guidare il club in quella stagione un ragazzo di 26 anni, Pierpaolo Marino. Anche lui, da dirigente, andrà incontro a una carriera ricca di soddisfazioni, con Napoli (in due periodi) e Roma soprattutto. E poi tornato in patria da massimo dirigente per cercare la risalita in A, sfumata nonostante il valore e l’esperienza dei tecnici Fascetti e Sonetti. Parola a Di Somma. “Beh quel campionato vale lo scudetto, non c’è dubbio. Basti pensare che all’ultima giornata, ospitando una Roma in piena corsa per il titolo, sul risultato di 0-1 beneficiammo di una punizione da una trentina di metri. Come un invasato chiese di calciarla Massimo Venturini, uno stopper dai piedi ruvidi come il gesso. Gli dissi: “ma dove caz… vai, tu. Lasciala agli attaccanti, a Vignola! Macché, se la fece toccare di lato ed esplose una bomba all’incrocio. Gol e 1-1: salvi, miracolosamente salvi”.

 

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