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    18/09/2018

Il dibattito/La riqualificazione dell’assetto urbano di Avellino

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La Dogana di AvellinoAVELLINO – Alla vigilia della proclamazione ufficiale del nuovo sindaco e del nuovo Consiglio comunale di Avellino in programma questo pomeriggio, alle 17:00, nell’aula consiliare di Palazzo di città ospitiamo un intervento di Riccardo Sica che sollecita un dibattito pubblico sui temi del riassetto urbano della città capoluogo.

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Prima ancora che si formalizzi ufficialmente il costituendo Consiglio comunale, dalla stampa è già  stata data notizia, in questi giorni, dell'assegnazione dei nuovi fondi e dei lavori per i cantieri aperti da anni in città. Ed invece occorre una sia pur breve pausa di riflessione prima di iniziare a fare cose che possano aggravare quelle già preesistenti, per chiarire bene le idee e per raccogliere forza nuova per attivare l'azione - che pur è urgente - del nuovo governo. Appena insediatosi il nuovo governo della città il Comune chiuda perciò momentaneamente il “cantiere-Avellino" aperto e mai concluso dalla trascorsa amministrazione (i lavori languono!) e riapra subito un dibattito pubblico sul riassetto urbano della città-capoluogo. Rifletta un attimo: quale volto si vorrà o si dovrà dare alla città capoluogo? Oggi, nella pianificazione urbana avellinese, manca un piano organico ben definito, un disegno generale”, pur tanto evocato ed invocato a suo tempo da Fulvio Fraternali, già presidente dell’Ordine degli architetti irpini.

Si riparta da quel dibattito iniziato, ma mai sviluppato o concluso, interessante e vivace, pur se ricco di polemiche, che aveva preso spunto in città dal concorso per la riqualificazione di Piazza Libertà.

Dov'è la “città giardino“ o la “città-museo a cielo aperto“ tante volte in passato auspicata e promessa, tante volte immaginata persino da qualche funzionario della Sovrintendenza? Si riparta subito da quel dibattito che a suo tempo aveva focalizzato la problematica della città come “ambiente urbano“, come “ambiente storico”e come “ambiente sociale”, cioè umano; ed aveva aperto una polemica utile che consentiva la partecipazione collettiva a problemi di grande attualità.

Per la prima volta, forse, in piena consapevolezza, si era verificata la disposizione dell’operatore culturale e dell’operatore estetico o tecnico a farsi “cooperatore”, “sollecitatore”, a mettere in gioco i privilegi tradizionali del proprio specifico, agendo non più in modo esclusivamente unilaterale, ma in modo strettamente dialogico con il “fruitore”, il pubblico. Il fulcro della questione critica s’era attestato sul rapporto tra “centro” e “periferia”, tra decentramento e accentramento, tenendo conto che accentrare non significa sempre necessariamente portare la periferia al centro, e viceversa. Un rapporto che, esasperato, come s’è visto, è stato frainteso recentemente dagli amministratori locali al punto che ancora rimane oggi isolato il centro storico della città (centro che fa perno intorno al Duomo) rispetto al resto della città. Ora quel rapporto rischia di esplodere in maniera travolgente e drammatica anche per l'errata sistemazione - che pur doveva essere solo provvisoria - degli immigrati che numerosi popolano intere realtà locali. Nei  binari di una moderna concezione di città come luogo di giusti rapporti e proficui scambi tra centro e periferia, si era prospettata persino l’idea di affrontare il problema delle funzioni specifiche che spettano ai musei (isolati in periferia e in provincia, oppure riuniti in un polo museale unico strutturato in città). Recentemente, guardando in prospettiva, si era addirittura intravisto, stranamente, per un attimo, un guizzo di luce: il traguardo di una possibile “autogestione culturale” dell’ex Gil. Macché! Poi  tutto è svanito nel nulla...Oggi ancora si avverte la mancanza di una sala d'arte comunale che ospiti gratuitamente gli artisti per potersi liberamente esprimere.

Ora che i lavori ad Avellino galleggiano, congelati nell'indifferenza e nell'inerzia generale, i punti critici sollevati dal dibattito a suo tempo aperto si ripresentano alla nuova amministrazione pubblica tali e quali, fermi al loro punto di massima crucialità, irrisolti.

La nuova amministrazione appena nata terrà conto di tutto quel bagaglio di segni e segnali positivi emersi dal dibattito a suo tempo apertosi, segni che sono rivelatori del grave momento di crisi che attanagliava ed attanaglia tuttora la città capoluogo? Ci riferiamo, per esempio, alla caduta libera dei valori trasmessi dalla storia e dalla memoria della nostra gloriosa città, ai furti e ai danni subiti dalle opere d’arte, al degrado e all’abbandono in cui sono state lasciate le testimonianze artistiche e storiche locali, a quei graffiti cancellati (prove non tanto timide di  Street Art in Irpinia) sui muri cui hanno fatto eco proprio recentemente le scritte con i pennarelli colorati  sui monumenti di  Napoli, o gli atti vandalici che hanno danneggiato, forse irrimediabilmente, la “Barcaccia” a Roma, fontana famosa del Bernini. Sarà rivisto il piano di riassetto relativo al fondovalle Fenestrelle? Nello stato a cui è stato ora ridotto, che fine farà il Parco Santo Spirito? Che fine farà il Mercatone? Che fine farà la Dogana? Sarà riaperto (e, soprattutto, sarà utile) veramente il tunnel che collega piazza Garibaldi con via Due Principati? Saranno aboliti gli orridi spettacoli offerti da certi recenti sedicenti monumenti pubblici che deturpano, a nostro parere, ma non abbelliscono, la città?

È necessario un inventario, necessaria un’opportuna valutazione di tutto ciò che documenta, fotografa il vero volto della città: sarebbe un aiuto preziosissimo, forse indispensabile, per  prendere spunti, suggerimenti per un nuovo riassetto urbano della città, fosse anche solo per decidere, per esempio, se nella piazza principale di un capoluogo ricco di storia e di gloria debba essere veramente collocata (o definitivamente abbandonata) la statua dalle ali deposte vincitrice di un cosiddetto "concorso internazionale". O solo per comprendere, finalmente, una volta per tutte, che la riqualificazione di Piazza Libertà, cioè della  piazza principale di una città-capoluogo, non poteva né può certo limitarsi alla demolizione (già avvenuta) di buona parte dell'esistente e alla creazione solo di un insignificante cubo, o a  pochi  ritocchi di facciata, al massimo di semplice cosmesi estetica.

La riqualificazione dell’assetto urbano di Avellino non può ridursi, per l'avvenire, ad una rimanutenzione dell’esistente; richiede una consapevole distinzione sull’esistente tra ciò che è presenza attiva ben radicata nella storia della società locale e nei valori di un popolo e ciò  che è  solo provocatoriamente conflittuale, e quindi estraneo.

 

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