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    20/06/2018

Scandone, è tempo di riflettere e voltare pagina

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Gianandrea De CesareAVELLINO – Ospitiamo un intervento di Gennaro Bellizzi che fa il punto sul campionato e sulle ultime stagioni della Sidigas Scandone Avellino.

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Finisce dunque al primo turno la corsa playoff della Sidigas Scandone Avellino contro il Trento di coach Maurizio Buscaglia. E conclude, così, la propria stagione l’unica squadra, allocata sotto la linea gotica, approdata alla fase finale del torneo italiano di palla a spicchi; d’ora in poi lo scudetto sarà questione che dirimeranno tra loro le squadre del Nord-Est del Paese. Su questo tema ci sarebbe da fare una lunga discussione, in particolare su come, in fondo, anche nello sport, emerga il pesante divario fra il Nord ricco e produttivo e un Sud povero di risorse e strutture e destinato (con rare e fors’anche occasionali eccezioni) a guardare gli altri dividersi successi e visibilità. Ma a questo punto finiremmo per parlare di argomenti complessi e dolorosi che in tempi di campagna elettorale rischierebbero anche facili strumentalizzazioni senza che se ne vada a guardare il nocciolo reale.

Torniamo dunque allo sport e nella fattispecie al basket: una sconfitta netta e indiscutibile,  quella della Sidigas Scandone, giunta come culmine di un’involuzione iniziata proprio all’indomani della gara vincente di regular season contro i trentini, alla fine del girone di andata.  Una sconfitta netta, se solo si pensa a come la Scandone, dopo aver perduto la prima gara casalinga e aver impattato la serie alla seconda giocata senza pubblico (a proposito, complimenti vivissimi agli sciocchi lanciatori di bottiglie e monete, autentici samurai dell’imbecillità!), abbia concesso senza attenuanti, gara tre e quattro ad una squadra che, già poco profonda nel suo roster, è stata privata anche di uno dei suoi migliori atleti, Gomes, espulso in gara 2.

Ma come dicevamo all’inizio non è solo questa sconfitta a determinare la delusione dei tifosi e della stessa proprietà, ma una stagione intera, in cui la squadra, partita come una delle grandi protagoniste (secondo tutti gli addetti ai lavori), costruita ancora una volta da patron De Cesare e dal ds Alberani con risorse robuste e arricchitasi via via di ulteriori inserimenti richiesti ed ottenuti dal coach, ha rimediato risultati non all’altezza delle aspettative. E onestamente non si può non ricordare come già lo scorso anno la Scandone, a dispetto di una squadra anch’essa di primo livello, avesse incassato sconfitte dolorose, e probabilmente evitabili, in momenti cruciali della stagione.

Risultati che non possono non chiamare in causa la figura di coach Pino Sacripanti: intendiamoci, stiamo parlando di un tecnico certamente di buon valore ( non si allena per venti anni nella massima serie senza qualità), ma che ha mostrato chiari limiti quando l’asticella degli obiettivi si è issata a livelli più alti. Sacripanti ha avuto a disposizione mezzi e uomini probabilmente poche volte (se non mai) allenati, tutti insieme, nella sua lunga carriera; per tre anni consecutivi (stavolta è toccato a Rich) la Scandone ha visto nelle proprie file l’Mvp del campionato (ci mettiamo anche Ragland, giunto secondo lo scorso anno per evidente scelta “politica”), oltre ad altri atleti di qualità riconosciuta: ma, alla fine, nei momenti cruciali, la squadra si è persa, spesso in maniera banale.

Ricordiamoli alcuni dei momenti salienti delle ultime due stagioni (tralasciando quella precedente, in cui senza particolari pressioni , il cammino è stato tutto sommato sufficiente). 2016/17: dopo una buona partenza (secondo posto in Supercoppa), ecco l’eliminazione al primo turno di Final Eight (giocata da grande favorita insieme con Milano), ecco la successiva uscita dalla Champions al primo turno della fase a eliminazione diretta (contro Venezia, con sconfitta casalinga), fuori in semifinale playoff, sempre in casa coi soliti lagunari, con un minuto finale da incubo (e con la sensazione di aver buttato l’occasione unica di uno scudetto). 2017/18: fuori al primo turno di Final Eight giocando da prima contro l’ottava, in un palazzetto fiorentino tutto biancoverde; fuori al primo turno di Champions League eliminati per le due sconfitte (di cui una in casa) con il Bonn penultimo del girone; persa la finale della “coppetta” di consolazione col solito Venezia (venuto ancora a vincere ad Avellino); fuori al primo turno di play off, gettando alle ortiche il vantaggio della eventuale gara decisiva in casa. E a tutto questo va aggiunta una serie infinita di gare perdute nel finale, in casa  e fuori, spesso con squadre di non elevato rango (citiamo, a caso, le partite con  Brescia, Cantù, Varese, Reggio Emilia, Brindisi) a riprova di una spiccata incapacità di gestione dei momenti topici, che hanno determinato, nella regular season, un quarto posto alle spalle dello stesso Brescia, squadra costruita con risorse decisamente meno corpose.

Attenuanti? Poche, in verità: agli stessi infortuni la società ha prontamente sopperito con innesti immediati di nuove forze (pensiamo, solo quest’anno, a Oertner, o, nel finale, ad Auda e Renfroe, quest’ultimo chiamato a sostituire un Fitipaldo, giunto ad Avellino come autentico fenomeno e accantonato, senza essere mai entrato in sintonia col coach).

Le gare finali con Trento, e  il loro svolgimento, sono state in fondo l’emblema di questa stagione: un Sacripanti sempre focalizzato sui suoi luogotenenti (gli ultratrentenni Leunen, Filloy, Rich) utilizzati per tempi lunghissimi anche quando la fatica o la scarsa condizione avrebbero richiesto di centellinarne le forze, magari dando più spazio ad atleti come Zerini o  Scrubb ( miglior sesto uomo del campionato) frequentemente dimenticati in panca; una squadra, quella irpina, venuta avanti sempre con azioni “contorte” e scarsamente organizzate, con tempi infiniti sprecati con palleggi senza obiettivo, alla ricerca della invenzione del “mago” di turno, Rich su tutti, con i centri impegnati (Fesenko in primis) unicamente a fare “a sportellate” per guadagnarsi un tiro decente, non ricevendo mai palloni veramente giocabili; l’incapacità di trovare le opportune contromosse alla velocità, alla grinta, alla determinazione dei trentini, obbligati, dal canto loro a ruotare non più di sette giocatori di alto livello: l’uscita di scena della Scandone, alla fine, sta probabilmente in queste motivazioni.

Su un punto occorre essere chiari: la Scandone, grazie all’apporto della Sidigas e di De Cesare ha vissuto e sta vivendo una dimensione certamente superiore a quella del contesto economico e sociale in cui si trova ad operare ( e di questo occorrerà sempre e comunque ringraziare Gianandrea De Cesare); ma proprio per questo aumenta il rammarico di non riuscire a sfruttare un trend che potrebbe offrire risultati, impensabili fino qualche anno fa, e che, soprattutto, non si sa quanto possa durare ancora.

E così mentre giunge notizia di grandi e tradizionali piazze (Bologna, Torino) che ricominciano a muoversi con investimenti importanti, in casa nostra parola proprio a De Cesare: avrà ancora le stesse ambizioni “di vertice”? Resterà Alberani, comunque uno dei migliori ds del basket italiano? Avremo un nuovo allenatore (si parla in giro di Max Menetti, ormai ex coach di Reggio Emilia)?  Svanita l’inevitabile delusione, in questa estate ci sarà tempo per riflettere.

 

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