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    23/07/2018

All’opposizione per l’alternativa

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Paolo CorsiniAVELLINO – Sulla vicenda politica nazionale ed in particolare sulla crisi, alla luce anche dei recenti risultati elettorali, che vivono le forze “di ispirazione democratica, progressista, repubblicana”, ospitiamo un articolo di Paolo Corsini, ex sindaco di Brescia e già parlamentare della Repubblica nelle file del Partito democratico.

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Dall’opposizione all’alternativa: non può che essere questo l’itinerario da compiere, l’obbiettivo da perseguire per le forze uscite sonoramente soccombenti dalle consultazioni del 4 marzo. Una sanzione perentoria, senza attenuanti che, se da un lato vede crollare i pilastri del bipolarismo invalso nella stagione successiva a Tangentopoli, dall’altro infligge una sconfitta catastrofica al centrosinistra, ancor più pesante di quella subita dalle sinistre nel 1948 allorché esse almeno potevano contare su una classe dirigente di sicuro profilo, su partiti organizzati, su di un solido impianto ideologico, seppure destinato alle smentite portate dalle dure repliche della storia, su di un popolo di riferimento cui dare rappresentanza.

Un nuovo inizio, dunque, si impone a partire da un’analisi condotta senza infingimenti delle ragioni che hanno prodotto esiti così drasticamente negativi per l’intero arco delle forze di ispirazione democratica, progressista, repubblicana. Un impegno sino ad oggi, se si escludono poche eccezioni, praticamente disatteso, se non addirittura volto ad indulgenti autoassoluzioni, nonché teso ad imputare agli italiani “che non hanno capito”, che “non hanno approvato la riforma costituzionale” l’esito della prova elettorale. In realtà non c’è dubbio che esso vada ricondotto sia a motivazioni di medio-lungo periodo – una lettura irenica dei processi di globalizzazione, un’accentuata minorità di fronte al “pensiero unico” della ragione calcolistico-strumentale, la subalternità alle politiche neoliberistiche –, sia a scelte più recenti che hanno revocato quella “cultura della coalizione”, dell’”alleanza politica di governo” propria delle stagioni dell’Ulivo.

Scelte che nella stagione renziana si sono accompagnate a policy neocentriste di ascendenza tardoblairiana non disgiunte da una narrazione improntata ad un “populismo di governo” che ha finito col legittimare e ulteriormente alimentare quello protestatario da un lato, quello identitario dall’altro. I risultati sono plasticamente evidenti: una rottamazione delle culture all’origine del patto repubblicano-costituzionale, un’assenza di strategia e di progetto in grado di sciogliere i nodi irrisolti propri di un riformismo mancato, inabilitato a portare a piena maturazione lo sviluppo democratico del Paese, di porre termine a una transizione infinita col passaggio da una democrazia dei partiti ad una democrazia non giacobina dei cittadini e delle Istituzioni in grado di consentire fisiologici processi di alternanza retti su partecipazione e decisione. Insomma dalla Prima alla Terza Repubblica, in cui campeggiano MoVimento 5 Stelle e Lega salviniana, come superamento della Seconda Repubblica implosa senza che se ne sia realizzato il compimento.

Di fronte alle sfide incombenti, ineludibili che il Paese oggi è chiamato ad affrontare – in estrema sintesi e semplificando:  la questione sociale (lavoro, giovani, disoccupazione, Mezzogiorno, rilancio dell’apparato produttivo), quella democratica (crisi della rappresentanza, nuova legge elettorale, riforma istituzionale), la questione morale (corruzione, malaffare, lotta ai poteri criminali) e quella europea (deficit di legittimazione, fenomeni migratori, deriva populistico-sovranista, crescita vs austerità) –, l’intero centrosinistra paga lo scotto di non disporre di un riconoscibile insediamento sociale, di adeguato radicamento territoriale, di supporti e strutture organizzative, di leadership all’altezza e, soprattutto, di una “leggenda”, di un mito trascinante capace di accendere passioni, di promuovere entusiasmo, di suscitare speranze di futuro, di attribuire direzione e verso al cambiamento in una prospettiva progressista e civile.

Il problema non riguarda solo il Partito democratico, anche se quel che succederà nel Pd e del Pd assume per ovvie ragioni importanza e significato fondamentali: la ripresa a opera di una rinnovata classe dirigente e in netta discontinuità di politiche, del disegno originario di un partito plurale, coalittivo, del centrosinistra, oppure una linea macroniana sostanzialmente centrista, neomoderata, poco plausibile, con un Renzi reduce da un’ininterrotta sequela di sconfitte e in un Paese dal sistema elettorale sostanzialmente agli antipodi rispetto a quello francese. Il problema in verità chiama in causa anche la sinistra critica di Liberi e Uguali. Costituitasi tardivamente, a tempo ormai scaduto, dopo che i suoi esponenti hanno sostenuto in sede parlamentare scelte compiute dalla maggioranza renziana del Pd e nata in modo quasi invisibile quanto agli orientamenti programmatici, essa ha finito per focalizzare l’opinione pubblica sulla contestazione della meccanica congressuale all’interno del Partito democratico. La sinistra di Liberi e Uguali, peraltro, si è presentata agli elettori con liste prevalentemente d’apparato, non riuscendo ad arginare la fuga degli elettori del Pd, convogliandoli su di sé, nonché a fungere da richiamo di fronte al fenomeno dell’astensione. L’elaborazione di un processo politico di alternativa all’attuale maggioranza di governo, al sistema della nuova repubblica, dopo la “rottura”, non può dunque che essere “generale” preannunciandosi assai complessa e faticosa, di grande lena.

Dovrà prendere le mosse anzitutto da un paradigma culturale, persino linguistico, non schiacciato sul codice espressivo del mercato, ed essere ancorata alle condizioni di un Paese in forte sofferenza che deve misurarsi con la grande crisi economico-finanziaria e con le mutazioni intervenute nel quadro europeo internazionale. Un vocabolario quindi, che mantenga saldo il riferimento al cleavage destra–sinistra e che continui a collocare dentro  questa irrinunciabile polarizzazione le nuove dicotomie sovranismo-europeismo, élite-popolo, establishment-cittadinanza. Esse non possono offuscare o alterare il significato di termini quali bisogno, protezione, emarginazione, uguaglianza, inclusione, diritto, socialità, crescita, opportunità, innovazione.

Un decalogo da declinare in sede politica con avvertita sensibilità  rispetto ai problemi inediti di una “epoca nuova”, capace di sostanziare una plausibile agenda programmatica, di ritrovare e restituire quel popolo che si è perso, attratto da una demagogia che tuttavia fa leva su problemi assai concreti e reali. Una cultura e naturalmente una politica. Una politica che aspiri al governo, che agisca subito il tempo che le è dato e, dunque per quel che riguarda più propriamente la Sinistra, eviti di inseguire mete fuorvianti, le fumose suggestioni del “quarto polo”.

Una lezione, un ammonimento peraltro deriva dalle recenti consultazioni amministrative. Al di là delle specifiche situazioni locali, vincente non è il modello del partito dell’autosufficienza, pubblicitario, monocratico, confinato nella solitudine del leader e nella sua presunzione, ma la coalizione di centrosinistra larga, unitaria, plurale, inclusiva - su tutti emblematico il caso di Brescia -, che fa riferimento a personalità capaci di federare, di comporre, pazienti nell’impegno di dialogo col territorio, nell’ascolto dei soggetti della partecipazione, nella mediazione fra riformisti e radicali, fra culture del sociale e dei diritti tra loro anche differenti, ma sempre riconducibili a sintesi praticabili. Su questo versante la prospettiva del “fronte repubblicano” presenta palesi debolezze, soprattutto se inteso come sommatoria di sigle, come magma indistinto in un “listone”.

Certamente vale la leva di una mozione repubblicana, anche in relazione alla carenza di cultura istituzionale emersa nei frangenti della costituzione del nuovo governo e della stipulazione del “contratto”, ma molto più persuasiva è la ricerca della unità tra distinti, tra diversi, soprattutto in una stagione caratterizzata da spaesamento e disincanto, dal bisogno di identificazioni forti, di ancoraggi solidi, di profili riconoscibili dopo lo sbriciolamento delle appartenenze, sino all’assunzione di modelli impropri di partito e l’imitazione di movenze e stili estranei alle culture del riformismo democratico e di sinistra. Dunque: un recupero del rapporto con i soggetti collettivi, con l’associazionismo di rappresentanza d’interesse, coi mondi vitali, con le organizzazioni sindacali, coi corpi intermedi ben al di là della disintermediazione, della frammentazione corporativa e dell’anonimato spersonalizzante che contrassegna l’asse individuo-Stato.

Infine: l’attuale maggioranza e il suo governo non rivestono certamente le sembianze di un monolite, ben oltre la fisiologica competizione concorrenziale tra MoVimento 5 Stelle e Lega. Contraddizioni sono già emerse, programmi divergenti e difficilmente componibili in tema di politiche economiche, di diritti civili, della stessa politica estera sono all’ordine del giorno; dissonanze strategiche si appalesano tra Di Maio e Salvini, i due soci di riferimento del governo, la cui coabitazione il presidente Conte non pare abilitato a pilotare nei termini di una reductio ad unum. Il vecchio in necessariis unitas di stampo democristiano è sottoposto a tensioni sotterranee che non mancheranno di venire alla luce.

Si tratta allora di agire sulle contraddizioni, di far tesoro di un’antica esperienza per dividere i partner di maggioranza e altresì accentuare le possibili divaricazioni che si vanno manifestando all’interno del partito-non partito di Beppe Grillo, già alle prese col rischi di sorpasso da parte della Lega in termini di consenso e non necessariamente garantito, a motivo delle plurime provenienze del suo elettorato, quanto alla sua unità dal collante costituito da posizioni di potere. Opposizione intransigente sui valori e sui principi e insieme duttilità, abilità manovriera, per dirla con Mario Tronti “pensare estremo e agire accorto”. Soprattutto considerando che il Rosatellum impone scelte dirimenti di ricerca di accordi, di necessità di alleanze, nonché l’impegno ad una scomposizione dell’attuale quadro politico.

 

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