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    21/11/2017

Ambiente e territorio/Quale sistema per lo spegnimento degli incendi?

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Il monte Faliesi devastato dagli incendiAVELLINO – Una estate di fuoco dovrebbe insegnare qualcosa. L’Irpinia ha vissuto un’estate di fuoco, come il resto d’Italia, con centinaia di ettari bruciati. Il Partenio in particolare ha subito una aggressione violentissima con incendi quotidiani per oltre 15 giorni. Le statistiche ci dicono che è ipotizzabile, in particolari condizioni, una percentuale dell’1-2% di incendi dovuti all’autocombustione mentre circa il 50% degli incendi è da considerarsi colposo (la bruciatura delle stoppie, il mozzicone lanciato dall’auto, il barbecue in montagna) e la restante percentuale dolosa. Se con i primi non è possibile far nulla con i secondi una intensa attività educativa e di controllo possono molto. Nel terzo caso bisogna ancora distinguere tra il piromane vero e proprio che è un malato che va individuato e curato ed i piromani “criminali” che vanno perseguiti senza alcun tentennamento in quanto sono quelli che appiccano il fuoco cercando di creare il maggior danno possibile.

A questo punto va fatto un ragionamento sul sistema di spegnimento incendi. A parte la demenziale tesi di certa parte politica secondo cui la colpa degli incendi sarebbe della riforma Madia che, avendo cambiato la divisa della Forestale (che oggi è quella dei Carabinieri), ha provocato la paralisi del sistema antincendio, dimenticando che la Forestale non ha mai direttamente spento gli incendi ma ha generalmente partecipato al coordinamento delle operazioni ed eseguito le attività di polizia giudiziaria in materia. Solo 450 uomini circa della Forestale e 16 elicotteri erano direttamente coinvolti negli spegnimenti e tali uomini e mezzi sono passati ai vigili del fuoco con gli stessi compiti. Il servizio di spegnimento è affidato da decenni alle Regioni ed oggi con il supporto della Protezione civile che fornisce soprattutto la flotta di Canadair.

Occorre proprio valutare tale sistema alla luce di tutta una serie di avvenimenti come quelli che hanno visto vigili del fuoco volontari appiccare il fuoco per i 10 euro l’ora che venivano loro corrisposti per le attività di spegnimento. Al di là dello sconforto che si prova pensando che persone che dovrebbero essere motivate da ideali provocano disastri ambientali per quattro soldi va fatto un ragionamento sul sistema anche di reclutamento ed impiego del volontariato.

Per combattere gli incendi, a nostro avviso, occorre realizzare alcune condizioni fondamentali:

a) eliminare ogni possibile incentivo alla attività di accensione dei boschi;

b) realizzare un capillare sistema di controllo del territorio e di vigilanza preventiva;

c) modificare il sistema di intervento.

La vicenda dei vigili del fuoco volontari e prima quella degli operai forestali che appiccavano il fuoco per fare un numero di giornate sufficiente ad avere lo stipendio invernale dimostrano, se ci fosse ancora necessità di farlo, che non bisogna legare la remunerazione di uomini e mezzi impiegati al tempo di intervento. Occorre prevedere un canone di impiego fisso non legato alle ore di impiego con premi nel caso di minor impiego e danni ridotti degli incendi (minor impiego di mezzi e minor superficie bruciata ad esempio); oltre al canone si possono poi pagare solo le spese vive (il carburante, ad esempio) senza alcun aggiunta né di spese generali né di utile di impresa eliminando ogni eventuale utile nell’uso dei mezzi.

Quanto poi attiene ai volontari andrebbe prioritariamente impiegato nell’attività di vigilanza piuttosto che di spegnimento incendi. L’attività di vigilanza sarebbe continua ed i volontari sarebbero remunerati con rimborsi forfettari non modificabili indipendentemente dalle ore di impiego, non avrebbero in questo caso nessun motivo di accendere i boschi, anzi con appositi incentivi che premierebbero le aree meno percorse dal fuoco diventerebbero sicuramente dei guardiani attivi del territorio. Sarebbe opportuno evitare il loro impiego negli spegnimenti anche perché non sempre i volontari hanno l’esperienza e le attitudini per interventi in aree ad alto rischio. Solo volontari particolarmente addestrati e selezionati potrebbero essere coinvolti come personale di rincalzo delle squadre strutturate in caso di situazioni di particolare necessità, sempre senza ulteriori emolumenti rispetto ai canoni corrisposti.

I volontari potrebbero essere, invece, coinvolti nel sistema di sorveglianza sia con posti fissi che con pattuglie mobili. Con una radio, cartine, binocolo e macchina fotografica in dotazione potrebbero non solo segnalare tempestivamente i focolai ma eventualmente contribuire ad  individuare i piromani. Il sistema di sorveglianza andrebbe poi integrato con stazioni automatiche che oggi sono in grado di individuare i focolai al loro primo apparire segnalandoli in automatico con le coordinate Gps alle centrali operative.

E veniamo al sistema di intervento. Da quello che abbiamo capito alla segnalazione di incendio la centrale operativa attiva la squadra (o le squadre) di intervento ed un direttore di spegnimento  che opera sul posto e dirige tutte le operazioni decidendo anche l’eventuale intervento del supporto aereo. Purtroppo si è potuto notare, anche sul piano personale, che nelle situazioni che si sono create questa estate, con presenza di materiale combustibile in grandi quantità nel sottobosco, il fuoco si propaga ad una velocità incredibile. Nel giro di pochi minuti un focolaio puntuale può diventare un incendio con un fronte di molte decine di metri, specie lungo le pendici montuose.

Ora molte aree montuose sono difficili da raggiungere via terra per cui all’arrivo delle squadre di terra il focolaio è già diventato un incendio di grandi proporzioni nei confronti del quale anche i mezzi aerei diventano poco produttivi ed il fuoco può durare giorni anche perché di notte non è possibile impiegare né i mezzi aerei né il personale di terra per cui anche gli incendi quasi domati riprendono vigore.

Occorrerebbe, anche se ciò richiede un numero di mezzi aerei (solo elicotteri però) elevato, ribaltare le regole di ingaggio mutuandole dal sistema della difesa aerea (ove chi scrive ha prestato servizio come ufficiale). Si tratterebbe di utilizzare l’Early Waring e lo scramble, cioè la “scoperta lontana” e “ il decollo su allarme”. Con un numero sufficiente di elicotteri dislocati in punti strategici al primo avvistamento del focolaio, oltre a far partire la squadra di terra, occorrerebbe far decollare subito un elicottero capace di raggiungere il sito in pochi minuti ed effettuare il primo lancio.

Anche se non si riesce a spegnere subito il focolaio (lasciando alla squadra di terra la messa in sicurezza e la bonifica) si rallenterebbe la velocità di propagazione del fuoco dando il tempo alla squadra di terra di intervenire. Solo quando questi interventi non fossero sufficienti il direttore di spegnimento richiederebbe il supporto dei Canadair.

Chiaramente ci sarebbe la necessità di un maggior numero di elicotteri ma la riduzione delle superfici distrutte ed il minor tempo impiegato negli spegnimenti renderebbero la cosa anche economicamente conveniente. Una capillare realizzazione di vasche di accumulo acque renderebbe ancora più proficuo l’intervento degli elicotteri che dovrebbero percorre solo brevi tratti per rifornirsi.Pensate che ogni depuratore funzionante potrebbe avere una di queste vasche con una notevole disponibilità di acqua.

Riusciremo un giorno a limitare gli incendi boschivi o dobbiamo solo affidarci alla provvidenza sperando che ci mandi estati molto piovose?

 

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