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    23/03/2019

Che fine farà la Dogana di Avellino?

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Attualita3_dogana3.jpgAVELLINO – Se qualcuno ha già fatto i funerali alla Dogana invitando gli avellinesi a stringersi intorno ad essa, rassegnati, nel più sentito cordoglio e se qualche altro ha cercato di dimostrare come l’attuale amministrazione pubblica locale non sia stata capace finora di salvarla, noi, di converso, vogliamo ricordare qui di seguito quegli amministratori del passato che, in  lunghi e travagliati secoli di storia, la Dogana l’hanno sempre salvata, da ogni ingiuria e danni arrecati dalla natura e dagli uomini. Chissà che ciò non possa servire (senza offesa per nessuno) ad ispirare anche gli amministratori pubblici attuali.

Nel 1668, cioè nello stesso anno in cui veniva inaugurato l’obelisco, iniziavano i lavori di ristrutturazione della vecchia Dogana. L’edificio era caduto in uno stato di abbandono durante la tragica pestilenza del 1656. Ma era stato danneggiato seriamente già precedentemente dall’eruzione del Vesuvio del dicembre 1631, dalla rivolta del 1648 e dalle eruzioni più recenti del Vesuvio del 1660 e 1661. Sicuramente lo stato di degrado della Dogana dovette toccare le corde della sensibilità del principe Francesco Marino Caracciolo che ne commissionò il restauro al Fanzago, nella consapevolezza che ormai solo dall’eventuale ripresa e sviluppo dell’attività polifunzionale (amministrativa, giuridica, economica e sociale, non solo commerciale) d’una Dogana dei Grani  rimodernata potesse provenire la rinascita dell’intera città proiettata ormai lungo l’asse che portava a Napoli provenendo dalla Puglia. Marino Caracciolo avrebbe continuato così l’opera di potenziamento dello sviluppo della città già intrapresa dal padre, che si era dedicato, nonostante le sue malferme condizioni di salute, all’ampliamento della cultura in città.

Così il De Franchi nel 1709: “L’altra opera molto più utile al pubblico, e che molto illustra questa città si è la sua Dogana ben ragguardevole per il suo materiale, che in bella, e nobile prospettiva si fa così ricca di statue, e d’altri lavori di finissimo marmo, tutto a disegno del celebre Cavaliere Cosmo Fonseca” (F. De Franchi, Avellino illustrato da’ Santi e da’ Santuari, Napoli, Stamperie G.Raillard, 1709, pagg.607-608). Liberato lo stabile dalle vecchie costruzioni che vi si addossavano, il Fanzago progettò la trasformazione della disastrata facciata dell’immobile in un’elegante e dignitosa orditura architettonica con ornati, statue e fregi, in una impaginazione bidimensionale e nell’impiego coraggioso di statue classiche e di statue d’epoca. La facciata rivela incontrovertibilmente lo stile inconfondibile del maestro bergamasco, quello stile che connota tutta l’arte (non solo quella avellinese) scultorea, architettonica, urbanistica e decorativa del Fanzago: lo stile, cioè, costituito da quell’ intimo connubio tra modi ancora tardo manieristici e modi barocchi che si erano evidenziati già nelle altre opere dello stesso autore. Tale facciata, infatti, secondo l’estetica tipicamente fanzaghiana, contemporaneamente sviluppa una simmetrica disposizione già rinascimentale dei piani e s’avvale della bellezza di statue e di decorazioni geometriche ricavate nel paramento dello stucco come tarsie cromatiche. Del resto ciò è ben messo a fuoco anche da Raffaele Mormone: “In codesta attività di integrazione fra motivo architettonico e scultura le interrelazioni fra spazio e superficie, fra pieni e vuoti, fra disegno e colori, fra luci ed ombre sono continue e vitalissime” (R. Mormone, Scultura di Cosimo Fanzago, in Napoli Nobilissima, Napoli, luglio-agosto 1970, fascicoli 4-6, pag.183).

Sulla stessa lunghezza d’onda si sintonizzata l’opinione di De Cunzo: “Un decorativismo apparentemente tardomanierista che in realtà, evitando accentuati chiaroscuri della plastica barocca, stende piani ritagliati con delicate bicromie in un’ampia scala che si raccorda con il resto dello spazio urbano. Una fruizione forse ancora rinascimentale della prospettiva, nel percorso dallo scorcio alla lettura frontale, perfettamente funzionale però a programmi di teatrale rappresentazione seicentesca” (De Cunzo, Scritti di storia dell’arte in onore di Raffaello Causa, Napoli, Electa, 1988, pag. 295). Al primo livello (quello inferiore) si aprono cinque lunette (o arcate) di cui tre (quella centrale e due alle estremità laterali) incorniciano dei portali e si ammirano, ai lati dell’arco centrale, ma non collocate in nicchie, la statua di Diana a sinistra e quella di Efebo a destra, sorrette da alte mensole. Al secondo livello, simmetricamente agli archi del piano sottostante, si dispongono cinque riquadri: quello centrale, più profondo e più disadorno, raccoglie la lapide marmorea con l’iscrizione in latino che abbiamo precedentemente riportato; gli altri archi, più decorati, ospitavano (oggi mancano) in nicchie circolari i probabili busti di  Augusto, Adriano, Pericle e Antonino Pio. Le nicchie dei riquadri laterali ospitavano a sinistra la statua acefala di Venere Anadiomene e a destra la statua di Francesco Marino Caracciolo in armatura di guerriero.

Più che l’attribuzione da parte del Pescatori della la statua di Venere Anadiomene alla scuola di Prassitele (S. Pescatori, Avellino Seicentesca, in Corriere dell’Irpinia, Avellino, 7 aprile 1934, anno XII, n. 588) ci appare degna di essere presa in considerazione l’opinione del Toppi  secondo cui essa fosse già appartenuta al Museo Spatafora di Napoli fino al 1589 per poi passare al Duca Caivano a Chiaia ed essere venduta nel 1640 al principe Caracciolo e collocata, infine, nella facciata della Dogana. Si tenga presente che la famiglia Spatafora a cui qui si fa riferimento è quella potentissima antica nobile famiglia i cui esponenti ad Avellino assunsero specie nel Seicento e Settecento ruoli di primissimo piano, compreso quello di sindaci della città.

Quasi a voler rimarcare la committenza del restauro da parte dei Caracciolo, nel livello superiore della Dogana, alle estremità laterali dei riquadri, sono collocati in piena evidenza due stemmi araldici ( con relative insegne delle famiglia Caracciolo-Rossi). Infine sull’attico, simmetricamente disposte figuravano altre statue, come quelle di  Apollo e di Niobide provenienti dall’antica Abellinum. Era consuetudine di Cosimo Fanzago infatti utilizzare nelle sue opere anche pezzi di spoglio o reperti archeologici sottratti ad altri contesti. Alla base dell’edificio corre un rivestimento in pietra mentre simmetricamente disposti ai lati del prospetto due leoni in pietra, eretti su alti basamenti, sembrano fare guardia a due urne.

Tuttora rimane ancora difficile individuare esattamente i personaggi raffigurati in tutte le sculture una volta collocate nell’edificio della Dogana (c’è che vi ha riconosciuto le immagini di Caligola, Nerone, Commodo, Tiberio, Adriano, Pericle e , tra le sculture intere, a tutto tondo, Apollo che suona la lira, Cupido e Venere). Non escludiamo l’ipotesi che alcune sculture collocate nell’edificio della Dogana provengano da altri possedimenti dello stesso principe Caracciolo, ad ornare, come la tradizione riferisce, ampi giardini e grandi fontane, così come non escludiamo l’ipotesi secondo cui le statue greche e romane che fregiano l’edificio possano provenire da una Dogana più antica, addirittura costruita nel secolo XI. Più probabile, tuttavia, ci sembra essere l’ipotesi che quelle statue provengano dall’antica Abellinum. Dall’anno del restauro apportato dal Fanzago ad oggi l’edificio della Dogana ha subito altri gravi danni subiti da eventi naturali ( terremoti e incendi ) ed umani ( interventi sbagliati, come la destinazione dal 1929 in poi dei locali al piano inferiore a sala cinematografica; l’apertura  di altri due ingressi e l’inserimento di altre due grate nelle lunette delle arcate; l’eliminazione dei gradini d’accesso al portale centrale; la diversa collocazione dei due elementi decorativi ai lati del portale  d’ingresso,  cioè dei due  cilindri in pietra sormontati da una grossa sfera di pietra; l’attuale diversa disposizione degli altri cilindri in pietra a cui erano fissate una volta  grosse catene a maglia larga per recintare lo spazio antistante la Dogana; e soprattutto l’incuria e l’ indifferenza).

E giungiamo all’oggi: purtroppo, dopo il tragico sisma del 23 novembre 1980, ben poco rimane dell’antico corpo di fabbrica della Dogana; la facciata si regge appena in piedi, miracolosamente, privata delle decorazioni e delle statue originali del Fanzago.  Oggi è ridotta a rudere, forse neppure  più riconosciuta come “cimelio storico”, archeologico. Tant’è che ora la può comprare all’asta chiunque, non forse la città di Avellino rappresentata dal Comune.

Questo profilo sulla storia della Dogana (che gli avellinesi pur conoscono bene e che non dovrà mai essere più dimenticato, neppure in futuro) valga a mantenere desta l’attenzione  di tutti fino a che non sia data risposta all’inquietante domanda che, anche dopo la probabile vendita all’asta, sopravvivrà: comprare la Dogana per farne che cosa? Per restaurarla e restituirla alla pubblica contemplabilità estetica degli avellinesi (quando l’amministrazione locale avrebbe potuto farlo prima che fosse privata delle artistiche statue del Fanzago che l’ornavano)?

Il Comune, prima della probabile gara d’asta, avrebbe dovuto già dire che cosa fare della Dogana. Forse è ancora in tempo per  presentare un suo vero progetto completo, che comprenda anche, inevitabilmente, specificatamente, chiaramente l’indicazione precisa della funzione e dell’uso a cui si vorrà destinare l’intero immobile, soprattutto l’eventuale struttura edilizia che si vorrà o dovrà aggiungere e rifare ex novo  dietro la facciata. Giacché è indubitabile che l’eventuale struttura che nascerà non potrà essere una scatola vuota da poter riempire di tutto e di niente di volta in volta, a seconda dell’occasione di convenienza politica. Tutto qui sta il problema, il nodo vitale. Qui si consumerà il dramma finale.

 

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