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    23/03/2019

La questione/Nord e Sud d’Italia tra diversità, progresso e arretratezza

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura2_emigraz.jpgAVELLINO – Scrive lo storico Salvatore Lupo in La questione (Donzelli, 2015) che in 150 anni il Sud è effettivamente rimasto indietro rispetto al Nord del Paese, ma che comunque è andato avanti rispetto alla situazione in cui si trovava al momento dell’Unità prima, ma ancor più dopo la seconda guerra mondiale con l’avvento del cosiddetto “miracolo economico”.

Lupo è convinto che la prima affermazione abbia “occultato” la seconda affermazione nel corso dei 150 anni intercorsi dall’Unità a oggi. Perché mai? Lupo prova a destrutturare la questione meridionale, ossia la questione per eccellenza, scrivendo che tutto ciò è accaduto a causa del fascino della “grande metafora dualistica” della distanza tra Nord e Sud, o meglio a causa del fascino di poter giuocare - l’un contro l’altro - modernità e arretratezza, da un lato, progresso e arcaismi, dall’altro. Ma è proprio così sicuro che non ci si ritrova dinanzi a un caso tutt’altro che metaforico che cifre impietose continuano a ribadirci e confermarci invece di smentirci?

Certo Lupo intende sortir fuori da consolidati stereotipi sul Sud e sul meridionalismo in genere, a maggior ragione in un momento topico in cui si assiste al rifiorire di studi sul Mezzogiorno: al noto libro di Emanuele Felice, Perché il Sud è rimasto indietro (2013) fanno da pendant la ristampa del celebre Appello ai meridionali steso da Dorso nel 1924 e firmato da altri tredici meridionalisti, ed il volume appena edito da Il Mulino di Bologna, a cura di Sabino Cassese, delle Lezioni sul meridionalismo. Nord e Sud nella storia d’Italia, col contributo di una quindicina di studiosi su temi, fatti e figure del Mezzogiorno.

Piuttosto che scomparire la questione è destinata a moltiplicarsi, addirittura a divenire “le questioni”,  le questioni meridionali. Se è accertato che anche il Nord ha le sue zone arretrate o poco sviluppate, è altrettanto certo che in un computo complessivo il Sud ha un Pil ufficiale che è poco più della metà del Pil del Nord. Ma, al di là delle cifre e delle loro interpretazioni sovente controverse, il Sud presenta talune “qualità” che complicano la vicenda contrassegnando una ben delineata diversità tra le due zone del Paese.

Quella che è stata definita come la crescente “meridionalizzazione” dello Stato, delle istituzioni e dei pubblici uffici si snoda dal dato che Regioni, Province e Comuni del Sud impiegano un maggior numero di addetti e un livello di spesa ben più alto rispetto al Nord, il tutto con l’aggravio della latitanza di un sistema di legalità efficiente e consolidato, di adeguate infrastrutture e di personale qualificato, nonché della mancanza di centri di ricerca scientifici idoneamente attrezzati.

Insomma si è dinanzi alla conseguenza del ruolo sin qui svolto dalle classi politico-dirigenti meridionali incapaci di andar oltre una sorta di “modernizzazione passiva” a rimorchio dei ceti dirigenti del Nord? Ma il Sud, come notava Malaparte ne La pelle sin dal 1944-45, ha ben definite peculiarità di usi e costumi di vita, come pure di sistemi organizzativi istituzionali “conditi” da corruzione e malavita “superorganizzata” al punto tale da aver sfidato, più volte in passato, lo Stato  unitario.

Il dualismo, allora, è duro a morire? Se l’intento di Lupo di abbattere vecchi stereotipi per superare la “vetusta gabbia interpretativa” è certo lodevole,  comunque non sopravvivono ancora due Italie, persino – ironia della storia – con un’accentuata volontà d’espansione al Nord del modello meridionale di vita quotidiana? Quelli che Lupo definisce tout court  “meridionalisti”, i vari Sturzo, Salvemini, Nitti, Dorso, Gramsci, non erano forse altro che personaggi, “intellettuali-politici”, decisi a superare una volta per tutte il dualismo Nord-Sud per tentar di creare  una nuova, più intima unità del Paese?

 

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