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    19/04/2019

Ariano ricorda il vescovo Venezia. Barra: «Una figura straordinaria»

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Monsignor Pasquale VeneziaARIANO IRPINO – “Monsignor Pasquale Venezia è stato una straordinaria, fondamentale figura, quasi epocale, nella storia della Chiesa irpina. Personalità di forte statura e rilevanza umana egli ha saputo, per dirla con Sant’Agostino, portare da cristiano e da sacerdote nell’azione pastorale una sua peculiarità caratterizzata da una intensa partecipazione alla vita delle comunità e della sua gente che si rivolgevano a lui come ad un padre”: così ha iniziato il suo intervento Francesco Barra, ordinario di storia moderna presso l’università degli studi di Salerno, al convegno di questo pomeriggio promosso dalla diocesi di Ariano Irpino-Lacedonia, in primis dal vescovo don Sergio Melillo, sulla figura e sull’opera di Pasquale Venezia, vescovo nella città del Tricolle per oltre un ventennio, a venticinque anni dalla morte avvenuta il 27 aprile del 1991 a Rocca Priora nella casa dell’Associazione dei silenziosi operai della Croce.

Formatosi in quel clima che era stato avviato dalla genialità di Leone XIII prima con la nascita di una nuova dignità e funzione pastorale, proseguita poi dall’opera innovativa di Pio X e Pio XI, quindi di Pio XII, con l’istituzione dei seminari regionali e la formazione di vescovi nuovi provenienti soprattutto dalla Lombardia e dal Veneto, monsignor Venezia seppe fare da cerniera – ha spiegato Barra – tra due modelli di Chiesa ponendosi, nel corso dei suoi episcopati arianese ed avellinese, sul crinale dei grandi avvenimenti che hanno segnato il passaggio dalla fase preconciliare a quella del Concilio e a quella postconciliare.

La Chiesa in sostanza affronta in questo lungo percorso, attraverso il sostegno ad una cultura omologa in tutta la penisola, la formazione del clero con quella che può essere considerata una vera e propria svolta che portò all’apertura al laicato, all’avvento dell’azione cattolica, alla creazione di una nuova società cristiana con la valorizzazione del ruolo della parrocchia che fino all’Unità d’Italia era stato invece il punto debole. Il tutto, naturalmente, in un rapporto molto stretto con il potere politico rappresentato soprattutto dalla Democrazia cristiana. Si arriva così - dopo gli anni della chiusura ad ogni forma di apertura sociale (è stato ricordato il clima che portò monsignor Pedicini a chiedere le dimissioni da segretario provinciale della Dc di Fiorentino Sullo per aver organizzato...una festa da ballo) - agli anni Sessanta, gli anni della modernizzazione, della emancipazione, della pillola, della scolarizzazione di massa con la Chiesa avellinese che vive la drammatica fase della contestazione cattolica (il riferimento, in particolare, è all’esperienza che ruotava intorno alla parrocchia di San Ciro), con tutto uno scivolamento verso forme di laicizzazione del clero da una parte, mondanizzazione della società dall’altra. Ma i problemi per monsignor Venezia vennero dopo la contestazione con un laicato cattolico allo sbando che però egli, nel solco della tradizione del Concilio, seppe, agli inizi degli anni Settanta, recuperare facendo ricorso, con grande intuito, al coinvolgimento dei gruppi, al consiglio pastorale diocesano. Il tutto in un lavoro di ricostruzione delle migliori energie del laicato cattolico che gli consentì di traghettare la Chiesa avellinese, grazie al sostanzioso ed instancabile contributo di personalità religiose del calibro di don Ferdinando Renzulli e don Mario Todisco, verso una fase più matura e consapevole, dando in altre parole spazio ad una Chiesa in continuo movimento.

La grandezza umana e pastorale – ha concluso Barra – ha consentito a questo vescovo di superare momenti di grande crisi quali sono stati quelli legati alle emergenze ed alle difficoltà succedutesi dopo i terremoti del 1962 nell’Arianese e del 1980 in Irpinia, in particolar modo ad Avellino dove svolgeva la sua funzione pastorale.

Una testimonianza sull’episcopato arianese di monsignor Venezia è stata offerta dall’avvocato Antonio Alterio che ha ricordato la particolare attenzione rivolta dal prelato al territorio, sempre al fianco dei più deboli e sempre nello spirito di carità che peraltro è sottolineato nel suo motto latino Caritas omnia vincit. Alterio ha ricordato alcuni degli avvenimenti più significativi accaduti durante il suo mandato episcopale come la campagna a favore dei contadini sull’importanza delle cooperative con tanto di apprendistato in Emilia Romagna, la confessione a Ireneo Vinciguerra, socialista doc, prima della morte avvenuta nel 1954, il passaggio del preside-sindaco Gizzi dal Pci alla Dc, la scomunica a Flammia ed al senatore Franza per il duello alla spada cui diedero vita in quegli anni per la forte rivalità politica che li divideva, e, ancora, l’impegno a favore dei lavoratori delle cementerie meridionali dopo la crisi che portò, nel 1954, ad una vera e propria insurrezione con arresti effettuati dalla Celere fatta venire appositamente da Napoli.

Sul rapporto, infine, tra monsignor Pasquale Venezia e monsignor Luigi Novarese ha parlato Angela Petitti che ha ricordato il forte legame che li univa, dalla comune frequentazione del collegio di Capranica di Roma alla nascita della casa madre nella diocesi di Ariano della comunità dei silenziosi operai della Croce.

In apertura dei lavori ha preso la parola il vescovo di Ariano, l’avellinese don Sergio Melillo, che, nel tracciare i tratti salienti della figura di Venezia, ha parlato di un pastore saggio e paziente che ha saputo portare avanti la sua scelta sacerdotale sempre nello spirito della carità e del rapporto insostituibile e prioritario con i fedeli. A coordinare i lavori è stato monsignor Antonio Blundo, vicario della diocesi di Ariano, che ha letto anche alcuni passi dalle lettere pastorali di Venezia.

 

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