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    19/07/2019

Federico II e l’Irpinia negli studi di Francesco Scandone

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La statua di Federico IIMONTELLA – È senz’altro a Francesco Scandone che si devono, in Irpinia, le pagine e i contributi più interessanti su Federico II di Svevia.  Fra le numerose e documentate ricerche dell’illustre storico nativo di Montella ve ne sono almeno tre che meritano di essere ricordate e rilette, e vanno ben oltre i confini della storia locale. Lo conferma uno degli studiosi più autorevoli in materia: Ernst Kantorowicz, autore di una biografia di Federico II ritenuta oggi tendenzialmente agiografica e che tuttavia rappresenta ancora un “classico”. Lo storico tedesco cita a più riprese lo Scandone per i suoi studi sulla scuola poetica siciliana, sulla fondazione dell’ateneo napoletano e la biografia di Margherita di Svevia, figlia naturale di Federico.

Nel suo Federico II, imperatore (ristampato da Garzanti nel 1988) Kantorowicz cita, a pagina 369, due testi dello storico irpino sui poeti siciliani: Ricerche novissime sulla scuola poetica Siciliana del secolo XIII (Avellino 1900) e Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana, in “Studi di letteratura italiana”, vol. V, Napoli 1903. Si tratta di due saggi ricchi di notizie biografiche, spesso inedite, sui rimatori della corte palermitana, che lo Scandone raccolse e organizzò con rigore e passione, sull’onda delle ricerche relative al poeta Rinaldo d’Aquino, il cui nome è legato ancor oggi alla storia di Montella.

Non meno importante (tanto che il Kantorowicz si rammarica di non averlo potuto leggere) è il libro di Scandone Il Sannio e lo studio generale di Napoli nel secolo XIII (con accenni alle origini della Università degli Studi), pubblicato a Benevento nel 1925. Si tratta di una ricostruzione storica sintetica ma esaustiva del primo secolo di vita dell’ateneo federiciano, con particolare riferimento ad alcune figure e ad eventi decisivi nella prima fase della vicenda storico dell’Università di Napoli, la prima sorta nell’Italia meridionale e, soprattutto, con un carattere pubblico e laico (fino ad allora ogni ateneo – o, più propriamente, Studium, secondo la definizione latina che era in voga – era soggetto all’autorizzazione del vescovo per potersi istituire): tra questi spiccano gli ordinamenti del 1224; il ruolo del magister Roffredo da Benevento, professore di grande dottrina e giurista di fiducia dell’imperatore; le riforme successive dello Studium e la sua organizzazione dopo la conquista angioina.

Tra i preziosi documenti ritrovati dallo studioso di Montella rivestono un particolare interesse, non solo per gli addetti ai lavori, gli elenchi di insegnanti e studenti. Tra i primi, pur senza raggiungere il livello del più illustre, Tommaso d’Aquino (professore di teologia al tempo di Carlo I d’Angiò), si fecero onore vari irpini, come Bartolomeo di Capua, “che nel 1295 ottenne il feudo di Montella e, in seguito, quello di Altavilla” (op. cit., p. 56) e il maestro Giovanni di Montella, nominato per la sua scienza medico personale di re Roberto d’Angiò.  Ragguardevole, per l’epoca, anche il numero degli studenti che provengono dal Principato Ultra, fra i quali il “dottore fisico” Marciano da Gesualdo, i notai Ruggiero di Nusco e Tommaso di Montemarano, il dottore in legge Ruggiero de Anselmo di Bagnoli.

Sarebbe davvero il caso di ripubblicarlo, questo prezioso testo dello Scandone, che noi, più fortunati ma meno sensibili del Kantorowicz, abbiamo a disposizione nella biblioteca provinciale “Scipione e Giulio Capone” di Avellino.

Eccoci infine al terzo libro dello Scandone citato dal Kantorowicz che rappresenta un autentico “scoop” storiografico: si intitola Margherita di Svevia, figlia naturale di Federico II, contessa di Acerra (Napoli 1906) e rappresenta l’unico studio sull’argomento.

L’interesse di quest’opera è costituito non solo dalle notizie biografiche sulla contessa Margherita, estremamente preziose, ma anche dall’approfondimento del rapporto tra Federico II e l’influente casata dei d’Aquino. La figlia dell’imperatore aveva infatti sposato Tommaso di Giacomo d’Aquino il quale fu prima introdotto nell’amministrazione della corte staufica, quindi nominato capitano generale di Spoleto (1249), prima di passare alla causa degli Angiò, come altri feudatari del Principato Ultra.

Anche in questo libro lo Scandone, da intellettuale umile e rigoroso, fa parlare soprattutto i fatti e, quel che più conta, i documenti. Di sicuro, egli ebbe piena consapevolezza della traccia profonda e decisiva che, anche in Irpinia, ha lasciato la monarchia di Federico II. Ed è ancora dai suoi studi che occorre ripartire per rileggere la pagina, ovviamente incompleta e troppo spesso poco conosciuta, del Medioevo irpino.

 

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