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    18/07/2019

Il passo di Villanova del Battista lungo il percorso del regio tratturo

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Irpinia7_villan_batt.jpgVILLANOVA DE BATTISTA – Una considerazione a parte, per Villanova del Battista, va fatta per la questione dei “passi”. Con questo termine era indicato, in epoca altomedioevale e moderna, quel particolare diritto relativo alla riscossione di un tributo indiretto, applicato al transito di cose o animali sul territorio. Questo diritto provocò, per oltre tre secoli, lunghissime liti e contestazioni con la pastorizia transumante. Infatti, sebbene la Generalità dei locati, che era il massimo organo di rappresentanza dei proprietari di pecore, fosse riuscito ad ottenere, sin dai tempi di Alfonso I, un’ampia esenzione dal pagamento di qualsiasi diritto di passo, a fronte del solo pagamento della fida,  pur tuttavia tale privilegio rimase in vita per  molti possessori di terre, anch’essi titolari di un diritto che li autorizzava ad esigere il tributo. “Ci troviamo - scrive Roberto Rossi - di fronte alla presenza di due diritti concessivi, lo “jus passuum” e “ l’immunità” da qualsivoglia tributo per i locati, di uguale valore, entrambi di derivazione regia, ma conflittuali nell’applicazione prevedendo, da una parte, una specifica immunità, dall’altra, la concreta e piena facoltà nell’esigere un tributo legato all’attraversamento dei luoghi”.

L’ultimo passo esistente sul percorso irpino del tratturo Pescasseroli-Candela fu quello di Villanova del Battista, l’antica Pulcarino, citato, per la prima volta nel 1550 per una controversia sorta con l’esattore e discussa presso la Regia Camera della Sommaria. Il passo risulta ancora presente nei registri, nel 1552, nel 1556 e nel 1583, quando, in virtù del riordino dei passi voluto dal viceré d’Alcalà, la Camera della Sommaria ingiunse al “passeggere di esigere il dovuto e non altrimenti”.

“Con molta probabilità - scrive ancora Roberto Rossi -  il passo di Pulcarino ha un’origine abusiva, ossia senza alcuna concessione sovrana, in quanto nessun atto ufficiale, limitativo o abolitivo, risulta essere presente fra i documenti d’archivio in epoca precedente alla limitazione dei passi del 1570. In quanto parte dei diritti di bagliva, il diritto di passo si trova compreso nella rendita annua che Paolo Magnacerbo, barone di Polcarino, percepiva nel 1591, secondo quando da lui stesso dichiarato in occasione del relevio pagato per la successione nel feudo alla morte del padre Giovan Battista, e pari a 40 ducati”.

La questione della legittimità e quindi dell’esistenza dello jus passuum fu decisa verso la fine del XVIII secolo quando Ferdinando IV, con i decreti del 17 dicembre 1791 e del 26 aprile 1792, mise la parola fine alla vicenda. Lungo il tratturo, si muovevano uomini, animali e attrezzi. Viaggiavano pastori, pecore, cani, bestie da soma, con tutti i problemi che ne potessero derivare e con le immancabili difficoltà connesse. Per tutti i giorni di spostamento, dovendo attraversare un vasto territorio, il gruppo si muoveva compatto, incontrava luoghi e situazioni diversificate, era costretto ad adottare un particolare codice di comportamento, a rispettare regole, tradizioni e linguaggi imposti dalla durezza e dalla pericolosità del viaggio. Osservando, oggi, l’incomparabile bellezza dell’altopiano, che costituisce parte dei territori di Villanova e di Zungoli, lungo il quale passava il tratturo, diventa  pressoché spontaneo ricercare lembi di vita passata, tentare di riappropriarsi di quella parte di “umanità”, legata alle figure chiave della transumanza, tramandataci attraverso proverbi, canti popolari, modi di dire, termini particolari che consentano, al di là dell’importanza storico-economica del fenomeno, di abbozzare un profilo “letterario” di un mondo complesso e, per certi aspetti, ancora non del tutto svelato.

Nel vastissimo repertorio “letterario” che proviene direttamente dalla transumanza o, più in generale, dal rapporto dell’uomo con le greggi, un posto importante lo occupano i proverbi. Questi ultimi, per la maggior parte, prendono spunto dall’osservazione diretta e costante degli animali e delle loro abitudini,  per dettare, poi, le regole comportamentali agli uomini. Per ragioni di brevità ne citerò solo alcuni.

Ai pastori, che solitamente erano accompagnati da decine di cani, non era difficile stabilire una graduatoria sul valore e sulla intelligenza di questi animali. Era istintivo, osservandone il comportamento, individuare chi valeva di più e chi di meno. Capitava spesso, però, che, a sera, dopo una dura giornata di lavoro, quando tutti si radunavano intorno agli stazzi e accendevano il fuoco, il peggior cane, il meno intelligente e il meno utile si accovacciava nella migliore posizione, in prima fila accanto al padrone, a discapito degli altri, molto più bravi e che, magari, avevano corso per l’intera giornata per tenere a bada le pecore.

Questo fatto, non sfuggì ai pastori che lo commentarono col proverbio: “Lu pèscio cane, lu meglio iazzo” (Il peggior cane, il miglior posto). Proverbio che si pronuncia, ancora oggi, quando, nella società, gli individui più scadenti,  meno dotati, considerati autentiche nullità,  si trovano a ricoprire posti di responsabilità, cariche politiche o incarichi prestigiosi, senza averne il benché minimo merito.

Molti pastori, per riuscire meglio a condurre le pecore ai pascoli, univano insieme le loro greggi. Nel periodo in cui le pecore, o le capre, formavano un unico gregge, anche il latte, dopo che erano state stabilite le dovute percentuali, veniva lavorato in comune. I pastori provvedevano alla  mungitura e insieme trasformavano il latte in formaggio, utilizzando capienti pentoloni. Ogni tanto, quando l’occasione lo richiedeva, oltre alla pasta per il formaggio, tiravano fuori della eccellente ricotta. Per ottenere quest’ultima bisognava essere molto attenti e calcolare alla perfezione i tempi di cottura. Bastava un po’ di ritardo nel rigirare il latte perché la ricotta diventasse troppo dura e perdesse il sapore e la tenerezza che sono le sue migliori caratteristiche.

Le cose, come spesso accade quando si convive, non andavano sempre bene tra i pastori. A volte, o per banali incomprensioni o per parole dette senza pensarci, il rapporto si incrinava. La perduta armonia, anche se solo momentanea, era assai negativa per la produzione della ricotta. I pastori si facevano piccoli dispetti e ognuno demandava all’altro il compito di calcolare bene il tempo o di girare opportunamente il latte nella pentola. Il risultato, siccome nessuno dei due interveniva come necessario, era che la ricotta diventava troppo dura  e perdeva i suoi migliori pregi. Da qui il detto: “Io pe’ te tu pe’ me ricotta tosta” (Io per te, tu per me, ricotta dura). Anche se in ambienti totalmente diversi da quelli pastorali, ancora oggi si verificano situazioni analoghe. Molti, per farsi dispetto, perdono ottime occasioni e gettano al vento benefici che, comunque, li avvantaggerebbero.

Altri proverbi sono: “Si la pècura é r’ razza sola sola vene a lu jazzo” (Se la pecora è di razza, da sola rientra allo stazzo); “A lu jazzo se cùnteno re pècure” (Le pecore si contano nello stazzo);  “Pe la via s’accònza la sarma” (La soma si aggiusta per strada); “Ricotta e figlie femmine so’ male tené” (Ricotta e figlie femmine sono difficili da tenere); “Marzo, tutte re pècure re tengo a lu jazzo” (Marzo, tutte le pecore le tengo nello stazzo).

Non sono da meno i canti popolari. Questi ultimi, per la maggior parte satirici, prendevano di mira il pastore, la sua famiglia, le sue abitudini, i suoi difetti. A questa figura solitaria, sempre fuori dal consorzio civile, sempre impegnata a vagare nei pascoli o lungo i tratturi, sempre alle prese con le pecore, sempre intenta a lavorare il latte, era rimproverata la vita nomade, la lontananza costante dalla famiglia. Prima a farne le spese era la moglie, magari colpevole di essere una bella donna, costretta a rimanere sola e a non poter contare sul conforto costante di un uomo; il suo uomo, che veniva descritto come estraneo ad ogni cosa, finanche all’amore. A causa dell’assenza, purtroppo prolungata, del pastore dalla famiglia, gli venivano rivolte altre ingiurie, sottili e pungenti, spesso molto cattive, che andavano a colpire sempre gli affetti più cari. Ancora la moglie, anche se questa era onesta e rispettosa del rapporto coniugale, o eventuali figlie.

Sempre avvolto nel suo giaccone senza maniche (lu perzòne), ricavato dalla pelle di pecora, sfruttato dal padrone, immerso, un anno dopo l’altro, nella triste solitudine degli stazzi, il pastore godeva di bassa stima da parte del popolo che lo considerava ignorante, rozzo, asociale e lo derideva sottolineando, senza pietà, il suo stato di uomo primitivo, la sua incapacità a partecipare alla vita della comunità civile.

E non a caso, in alcuni canti, conosciuti a Villanova e in tutta l’area appenninica, con leggere varianti legate ai luoghi, dopo aver sottolineato l’illusione naturale della mamma, che lo crede importante, e aver descritto la sua condizione di nomade, assegna al pastore, nella giornata di festa, il ruolo di “forestiero” nella piazza del suo paese. Il suo sguardo, che pure si posa curioso sulle cose più comuni presenti in una chiesa o sulla gente che la frequenta, non riesce a vedere che attrezzi per il suo mestiere e pecore.

Ai proverbi e ai canti andrebbero aggiunti i “modi di dire” con il loro significato particolare e solo all’apparenza paradossale. Ne cito uno: “Rumore re fuòrbece e senza lana” (Rumore di forbici e senza lana).

Fine

 

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