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    23/03/2019

Sorvino, il prefetto che amò l'Irpinia

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura4_sorv_i_n_o.jpgAVELLINO – Sino alla fine del Novecento l’organizzazione della pubblica amministrazione conservò una marcata struttura centralizzata, che era stata scalfita solo marginalmente dalla istituzione delle Regioni agli inizi degli anni Settanta e, poi, dalla introduzione, a partire dagli inizi degli anni Novanta, di una serie di interventi legislativi volti a rideterminare gli assetti delle amministrazioni locali. Anche in periferia il ruolo dell’amministrazione statale conservava un particolare rilievo costituendo punto di riferimento, di raccordo e di controllo delle attività degli enti pubblici che in quelle stesse periferie operavano. E a capo di queste strutture vi erano funzionari che, dotati nello stesso tempo di autorità e di autorevolezza, non si limitavano a rappresentare lo Stato, ma in qualche modo si facevano garanti del rispetto delle sue leggi e dei diritti e delle libertà che esse riconoscevano ai cittadini.

I prefetti, al di là delle funzioni loro attribuite dall’ordinamento, assolvevano proprio a questo compito: rappresentare, con la loro presenza, la presenza dello Stato. Una volta dissolto – grazie alla riforma del Titolo V della Costituzione - il sistema di controllo esercitato dall’amministrazione statale sugli organi di governo degli enti pubblici territoriali, il ruolo dei prefetti e delle prefetture si è sostanzialmente snaturato, fino a diventare sempre meno incisivo e determinante rispetto alle scelte strategiche che presiedono allo sviluppo ed al governo del territorio.

A quelli che non hanno memoria degli anni d’oro dell’amministrazione statale periferica, ed ai giovani soprattutto, sarà utile la lettura dell’ultimo libro scritto da Stefano Sorvino, “Una vita, più vite: ricordando il prefetto Guido Sorvino – Note di storia dell’amministrazione”, edito per i tipi della casa editrice “Il Terebinto”. Prendendo lo spunto dalle esperienze di lavoro del padre Guido (di origine napoletana, ma irpino di adozione), l’autore, avvocato e docente universitario, ripercorre quasi quattro decenni di storia della pubblica amministrazione statale italiana. Dalla metà degli anni Cinquanta alla fine degli anni Ottanta l’organizzazione delle strutture statali periferiche riemerge attraverso le tappe che segnarono la carriera di Guido Sorvino, funzionario di prefettura destinato a maturare gran parte della sua esperienza lavorativa in Irpinia per poi chiuderla da prefetto di Isernia prima, di Campobasso poi. Di pagina in pagina, da un episodio all’altro dei tanti anni di servizio del padre, l’autore conduce letteralmente il lettore nelle stanze di una prefettura, per spiegargli in modo chiaro e dettagliato i problemi che lì si discutevano, le emergenze che lì si affrontavano, le scelte (spesso difficili e sofferte) che lì si assumevano. La descrizione della vita pubblica del dirigente Guido Sorvino, quindi, diventa un nobile pretesto per ripercorrere una stagione storica (e – nello stesso tempo – giuridica) che è definitivamente scomparsa, portando con sé un ruolo – quello dei prefetti ante-riforma – che non appartiene più ai prefetti ed alle prefetture attuali.

Il lavoro di Stefano Sorvino è ancora più importante in quanto la ricostruzione di questa storia è per lo più ambientata nel contesto dell’Irpinia a cavallo tra gli anni Sessanta ed anni Ottanta del Novecento, e, cioè, nel periodo decisivo per lo sviluppo socio-economico della città di Avellino e dell’intera provincia. Non a caso, infatti, le pagine più dense ed interessanti del libro sono quelle dedicate al terremoto del 1980 ed alla ricostruzione post-sismica. L’attenzione del lettore è catturata soprattutto dalla descrizione degli eventi che si verificarono dietro le quinte della macchina dei soccorsi per le popolazioni terremotate. Di particolare rilievo è il capitolo dedicato alla notte del 23 novembre ed ai giorni immediatamente successivi. L’autore fa luce sulla vicenda che vide coinvolto – suo malgrado – l’allora prefetto di Avellino Attilio Lobefalo, che, sull’onda dell’indignazione suscitata nell’intero Paese dalle esternazione infuocate del capo dello Stato Sandro Pertini, fu rimosso nel giro di poche ore.

All’epoca dei fatti, e per parecchi anni ancora, la prefettura di Avellino (e per essa, ovviamente, il prefetto) nell’immaginario collettivo fu additata come esempio paradigmatico di inefficienza. Non fu così: il libro di Stefano Sorvino documenta l’impegno profuso dalla prefettura e dallo stesso Lobefalo che nella notte di quel terribile 23 novembre furono travolti da un’emergenza che le strutture periferiche delle amministrazioni statali erano oggettivamente impreparate ad affrontare per una evidente carenza di risorse  e – soprattutto – di quel hnow-how e di tutte quelle competenze specifiche che soltanto l’implementazione – negli anni successivi – di un efficace sistema di Protezione civile avrebbe potuto garantire. Tuttora sfuggono all’opinione pubblica le reali dimensioni di una tragedia che, se si fosse verificata oggi (nell’epoca, cioè, di internet e dei social network), avrebbe assunto dimensioni ben più epocali.

E, tuttavia, proprio per i molteplici ruoli ed attività che Guido Sorvino fu chiamato a svolgere nel corso della sua lunga carriera, il volume descrive anche una delle funzioni più impegnative (e – nello steso tempo – forse più sottovalutate) delle prefetture: l’attività commissariale nei Comuni disciolti. Spesso agli occhi dei cittadini sembra tradursi nella mera gestione ordinaria dell’amministrazione comunale. Il volume di Stefano Sorvino, invece, testimonia una realtà diversa, quella di un organo commissariale che si impegna a ricreare le condizioni per un’efficace ed efficiente azione amministrativa in Comuni in cui le divisioni interne e le diverse fazioni politiche hanno determinato una situazione di ingovernabilità molto pregiudizievole per il buon andamento dell’amministrazione.

Da questo punto di vista oltremodo singolare fu l’esperienza pluriennale maturata da Guido Sorvino quale commissario del Comune di Nusco, dove svolse tale incarico per lungo tempo, essendo a ciò sollecitato dalle stesse forze politiche che per prolungare il commissariamento sceglievano di non presentare alcuna lista alle elezioni amministrative. Interessanti e significative anche le pagine in cui l’autore rievoca l’esperienza maturata da Guido Sorvino presso gli uffici della nascente Regione Campania, che fin dagli inizi dava mostra delle difficoltà e degli ostacoli che impedivano (e tuttora impediscono, purtroppo) un’azione amministrativa efficiente ed efficace.

Il volume costituisce anche l’occasione per rievocare figure di valenti funzionari che prestarono servizio presso varie prefetture e, segnatamente, presso quella di Avellino. Per ognuno di loro l’autore traccia un profilo biografico che – nello stesso tempo – è sintetico ed esauriente. Tra tutte, però, spicca la figura di Carmelo Caruso, indimenticato prefetto di Avellino negli anni della ricostruzione, che lasciò un segno indelebile nella storia recente dell’Irpinia. Il libro, infine, è arricchito da un’ampia appendice (“Il prefetto nell’evoluzione attuale del sistema della protezione civile”) che, proprio alla luce di quanto accaduto in occasione del sisma del 1980, si rivela utile ed interessante – anche per i non addetti ai lavori – per meglio comprendere l’evoluzione storica e normativa delle strutture di soccorso (e di quella che sarebbe diventata la Protezione civile) dagli inizi del Novecento in poi.

 

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