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    16/02/2019

Il libro/Alle origini del brigantaggio post-unitario nel Mezzogiorno d’Italia

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Un olio di Giovanni Fattori su di un episodio della campagna contro il brigantaggioAVELLINO – Un’altra voce si aggiunge al dibattito sulle origini del brigantaggio post-unitario nel Regno delle Due Sicilie. È la voce di Franco Gaetano Scoca, professore emerito di diritto amministrativo presso l’Università La Sapienza di Roma ed autore di “Il brigantaggio post-unitario nel dibattito parlamentare 1861-1865” recentemente pubblicato per i tipi della Edizioni Scientifiche. Rispetto ai contributi più o meno autorevoli che l’hanno preceduto, quello di Scoca ha il merito di soffermarsi su un profilo particolare e specifico, quello del coinvolgimento della neonata Camera dei Deputati del Regno d’Italia nella discussione sulle cause e sui rimedi al brigantaggio che imperversò nell’Appennino meridionale negli anni immediatamente successivi all’unificazione. E di “coinvolgimento” si trattò in quanto l’organo parlamentare fu investito della questione dopo i ripetuti interventi del governo, svolgendo un ruolo – almeno inizialmente – di fatto subalterno a quello dell’esecutivo. Nel corso dei mesi, però, il coinvolgimento divenne sempre più ampio e pregnante, fino a sollecitare non solo l’esercizio della funzione legislativa, ma anche quella di natura propriamente ispettiva, che si estrinsecò nella costituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta ad hoc.

Una descrizione così sintetica dell’opera potrebbe indurre il potenziale lettore a ritenere che si tratti di una trattazione cronachistica del dibattito parlamentare, redatta dall’accademico di turno magari incline ai tecnicismi ed alle disquisizioni riservate agli addetti ai lavori. In realtà, così non è. Il lavoro di Scoca si inserisce nel solco tracciato da altri giuristi (primo fra tutti, l’avvocato lucano Tommaso Pedio), che a più riprese hanno tentato di individuare le origini del brigantaggio e di descriverne le fasi di sviluppo in rapporto all’evoluzione degli ordinamenti giuridici di volta in volta coinvolti. È il solco di chi sceglie di sottrarsi al dibattito sterile e banale al quale partecipano, da una parte, pseudo-storici che identificano il brigantaggio come un movimento politico-insurrezionale diretto alla restaurazione della dinastia borbonica; dall’altra, in posizione assolutamente antitetica, altri improvvisati studiosi che in modo superficiale lo qualificano come fenomeno di natura sostanzialmente criminosa. Sono queste le posizioni (quasi sempre preconcette) di chi considera e valuta gli effetti e le manifestazioni più clamorose del brigantaggio, non prestando, viceversa, alcuna attenzione ai motivi che determinarono il rapido espandersi delle bande di briganti e – soprattutto – l’inarrestabile crescita del consenso che – almeno nei primi anni – riscossero nelle popolazioni più umili dell’ex Regno delle Due Sicilie. E proprio questa attenzione, invece, caratterizza il libro di Scoca fin dalle prime pagine.

Per buona parte della nuova classe dirigente politica che subito dopo l’unificazione si ritrovò a fronteggiare il problema si poneva la questione delle gravi carenze informative sulle condizioni delle province napoletane e della Sicilia. Vi era la tendenza (e non solo tra le file dei parlamentari settentrionali) ad omologare le une alle altre le diverse realtà territoriali che componevano l’Italia meridionale, e che restava confuso ed incomprensibile per chi non aveva mai visitato le regioni interne del Regno borbonico o – addirittura – nemmeno le sue città principali. Vi era, insomma, la propensione a confondere il sottoproletariato urbano (semmai colluso con le organizzazioni camorristiche, se non addirittura organico) con i cafoni ed i braccianti delle zone appenniniche, la camorra con il brigantaggio. Al deficit di conoscenze corrispondeva la pervicace volontà del governo di tenere all’oscuro i parlamentari (soprattutto quelli provenienti dall’Italia centro-settentrionale) delle reali proporzioni di quella che con termini odierni potremmo definire “emergenza brigantaggio”. Non a caso, per molti mesi l’esecutivo omise di fornire informazioni esatte e reali su quanto stava accadendo nelle aree interne della Campania, Puglia e Basilicata. Non a caso gli esponenti della maggioranza parlamentare a lungo opposero una pervicace resistenza alla costituzione di una commissione d’inchiesta che consentisse ai deputati di comprendere i reali contorni del problema.

E anche quando finalmente fu istituita la commissione d’inchiesta (la c.d. “Commissione Massari”) l’impegno dei parlamentari fu diretto essenzialmente verso la creazione di un efficace sistema di repressione, piuttosto che verso l’individuazione e l’eradicazione delle cause del problema. Il fatto è che molto probabilmente le cause derivavano proprio dalla parte più ampia e significativa dell’elettorato meridionale. Da questo punto di vista, le riflessioni di Scoca sul ruolo della mancata quotizzazione delle terre demaniali nell’affermazione del brigantaggio post-unitario riecheggiano le analoghe conclusioni a cui già era giunto Tommaso Pedio.

La sdemanializzazione e la contestuale assegnazione dei lotti ai contadini costituirono la molla che in più periodi tra la fine del Settecento e la seconda metà dell’Ottocento spinse il proletariato agrario a ribellarsi ai padroni di turno. Nel 1792 Ferdinando IV emanò la Prammatica XXIV con cui autorizzò la quotizzazione dei terreni demaniali (sia universali che feudali) e l’assegnazione in enfiteusi ai contadini “meno provveduti di terra … nella misura che possano coltivarli colla propria opera”. Ovviamente su quei terreni gravavano usi civici di varia natura, che consentivano ai contadini di sopravvivere. Di fatto i terreni demaniali non furono mai quotizzati ed assegnati ai contadini delle aree interne. Furono, invece, per lo più concessi in locazione alla borghesia dei piccoli centri, che proprio in quel periodo storico andava consolidandosi nei territori del Regno delle Due Sicilie.

L’entusiasmo per l’arrivo dei garibaldini derivò proprio dalla prospettiva della quotizzazione. La successiva “normalizzazione” e la valorizzazione – da parte della Luogotenenza del Regno – di quella stessa classe di proprietari terrieri che aveva di fatto beneficiato della sdemanializzazione delle terre, determinarono il consenso che le bande di briganti riscossero presso i contadini delle regioni interne del Mezzogiorno. Non vi furono fazioni politiche, né sostegno di ideali di restaurazione. E, d’altra parte, quegli stessi braccianti e piccoli mezzadri che guardavano con favore le bande ne furono spesso vittime, direttamente ed indirettamente. Direttamente, perché non di rado i briganti depredarono i cafoni per primi; indirettamente, perché prima il governo, e poi il Parlamento, autorizzarono e favorirono l’impiego di metodi e strumenti di repressione inumani ed incostituzionali.

Dalle pagine del libro di Scoca emerge la tragica contraddizione in cui si dibattono gli organi dello Stato, che, pur consapevoli della rilevanza del problema dell’assegnazione delle terre ai fini della lotta al brigantaggio, si dedicarono solo ad una repressione indiscriminata e vergognosa, che coinvolse ampie fasce della popolazione del tutto estranee alle bande. Fu un susseguirsi di leggi eccezionali, più volte prorogate ed emendate (la legge Pica, prima; la legge Peruzzi, poi), che nelle regioni meridionali trasformarono lo Stato di diritto in uno Stato di polizia.

Su questi aspetti della storia della repressione del brigantaggio post-unitario Scoca si diffonde a lungo, evidenziando le storture e le forzatura di una legislazione che fu aspramente criticata, anche dal punto di vista tecnico-giuridico, da alcuni autorevoli esponenti dell’opposizione parlamentare. E, tuttavia, anche i detrattori più accaniti di questi interventi legislativi non osarono mai affrontare la questione delle questioni, quella distribuzione delle terre al proletariato agrario delle zone interne del Mezzogiorno, che probabilmente costituiva l’unico vero rimedio al brigantaggio ed alle sue degenerazioni.

 

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