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    23/03/2019

Bicentenario De Sanctis/Dal Viaggio elettorale una lezione di dignità e orgoglio

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Francesco De SanctisAVELLINO – (c.s.) “Caro Silvestri, Le invio un testo su De Sanctis che potrà pubblicare su L’Irpinia. Con augurale pensiero, Giovanni Spadolini. P. S. – Prego inviarmi un po’ di copie del numero col mio articolo”. Così l’allora ministro della Difesa Giovanni Spadolini, uno dei maggiori studiosi del Risorgimento italiano, direttore di Nuova antologia, la rivista che accolse i Saggi critici che Francesco De Sanctis andava elaborando, con una missiva del 13 dicembre 1983 aderiva alla richiesta di un suo intervento in esclusiva sul nostro giornale in occasione delle celebrazioni per il centenario della morte del grande critico di Morra autore della Storia della letteratura italiana. L’articolo, cui demmo il titolo Una lezione di dignità e orgoglio apparve su L’Irpinia, allora periodico a stampa, il 14 gennaio del 1984 in uno speciale che ospitava anche un intervento dello storico Francesco Barra dal titolo Alle origini del Viaggio elettorale.

Riproponiamo oggi ai nostri lettori l’articolo di Spadolini - che è stato, lo ricordiamo, politico e storico, direttore del Resto del Carlino e del Corriere della Sera, segretario nazionale del Partito repubblicano, scomparso nell'agosto del 1994 - per una riflessione, nell’anno del bicentenario della nascita, sulla dimensione civile della lezione che Francesco De Sanctis (1817-1883), uno dei fondatori della nuova Italia che stava nascendo all’indomani dell’Unità, ci ha lasciato e che si può sintetizzare nel binomio politica e cultura: politica intesa come servizio e mai come potere e conservazione dello stesso; cultura come forza e sostentamento all’azione politica, come rigore morale nell’interesse della nazione.

*  *  *

Era motivo di stupore per un ragazzo degli anni Quaranta scorgere nelle librerie avare e diffidenti di allora Un viaggio elettorale in edizione economica. Mi riferisco alla ristampa del libro di Francesco De Sanctis fatta da Valentino Bompiani nella Collezione universale (dove i volumi oscillavano fra dieci e venti lire), a cura di Edmondo Cione: sì, Cione, che troveremo artefice del singolare raggruppamento repubblicano-socialista nella Repubblica di Salò, interlocutore sconcertante di Mussolini per un nuovo ed eclettico socialismo alla vigilia del crollo finale. Proprio Cione, che era stato il "vaccariello" di Croce su tutt'altra sponda etica e politica.

Prospettare un viaggio elettorale in un'Italia da anni disabituata alle elezioni di ogni genere, politiche e amministrative, era un segnale di apertura, di eresia e di non conformismo. È vero: la prefazione era semplificatrice ed un po’liquidatrice, respirava l'aria disinvolta dei tempi, tendeva a ridurre il valore di quella esperienza di puntiglioso rispetto di una democrazia in fasce.

L'edizione curata da Denis Mack Smith nel luglio '83, per la collana delle Lettere dell'editore Passigli – edizione ricercata, raffinata, di un'eleganza quasi anglosassone – si muove in un clima del tutto diverso. Lo storico che l'ha firmata è uno dei "dissacratori" del filone moderato del Risorgimento italiano, è il radicale esaltatore di Garibaldi e piuttosto critico di Cavour, nel filone di una certa storiografia anglosassone in camicia rossa.

E infatti il De Sanctis che prevale nel ritratto di Mack Smith è il fautore di un autentico bipartitismo, con l'alternanza al potere di due partiti omogenei, in grado di offrire al Paese "governi più onesti e efficienti". Un democratico animato da un'assoluta fede nella dialettica politica come dialettica di forze, contro tutti gli aggiustamenti trasformisti e compromissori del costume nazionale. Quasi bipartitismo all'inglese, certo non rispecchiato dalla rivoluzione parlamentare, così enfaticamente ostentata nel 1876, al passaggio delle consegne fra Destra e Sinistra.

Attenta al giorno per giorno, priva di grande respiro ideale, senza una prospettiva politica di fondo, lacerata da conflitti interni rispecchianti la composita realtà di un Paese parcellizzato, bloccata dai legami clientelari e locali che De Sanctis riassumeva nella sprezzante espressione "le due piaghe" d'Italia, la Sinistra di Depretis, cioè la Sinistra di governo, non rispondeva alle attese dello storico di Morra Irpina: non rispettosa, al pari della Destra, dei diritti fondamentali previsti dallo Statuto e soprattutto della loro evoluzione democratica, incapace di dare un'autentica impronta progressista alla vita della nazione.

"Partito omnibus", lo definiva De Sanctis, "insieme conservatore, progressista, radicale, democratico, liberale, autoritario". Una Sinistra che già inclinava a passare da Depretis a Crispi. Una Sinistra così, lontana da quella "Sinistra giovane", che era brillata nel programma di De Sanctis del 1864, un programma elaborato per rispondere a un'esigenza profonda di rinnovamento della vita politica italiana. Un programma che non a caso invocava la fine delle divisioni settarie e delle "lottizzazioni" di campanile, che guardava a coagulare nell'interesse supremo di una nazione avanzante, tutte le forze vive che domandano "piena, compiuta libertà di sviluppo».

Uomo di centro-sinistra, sempre, l'antico ministro di Cavour e più tardi di Cairoli: lontano nei suoi programmi da promesse miracolistiche e da suggestioni demagogiche, sempre attento alle riforme concrete in campo finanziario e amministrativo, ai reali e capillari bisogni della società. Quasi un presentimento di giolittismo, quasi una vena di pragmatismo anglosassone, che si innestava sul fondo di una cultura dominata dal pensiero classico tedesco.

La conoscenza effettiva della sua gente, le reali condizioni del suo collegio. Ecco il motivo di fondo che ispira questo "viaggio elettorale", in occasione delle elezioni del 1875. È un motivo per noi di confronto con lo stile e con le dimensioni delle elezioni dei nostri tempi.

Ricordiamo i fatti. 8 novembre 1874. Le consultazioni politiche nel collegio di Lacedonia (comprendente la nativa Morra Irpina) vedono De Sanctis candidato del "comitato elettorale dell'opposizione", in seconda posizione, con 250 voti contro 278 andati a Serafino Soldi, avvocato avellinese con precedenti patriottici. Escluso dal ballottaggio il terzo candidato, Saverio Corona. Risultato ribaltato il 15 novembre, in sede appunto di ballottaggio: 377 voti a De Sanctis, su 689 votanti, 303 al Soldi. Accogliendo il reclamo, in realtà infondato, della parte soccombente, la Giunta delle elezioni disporrà la ripetizione del ballottaggio, il 17 gennaio 1875. Attenzione: De Sanctis aveva vinto, nelle stesse elezioni, con suffragio quasi plebiscitario a Sansevero. Poteva quindi sottrarsi alla prova. Ma era una questione di stile, venata da un'ombra di affetto possessivo verso la sua terra.

Dignità e orgoglio: ecco le motivazioni che spingeranno De Sanctis a buttarsi a capofitto nel ballottaggio, dopo essersi quasi astenuto dalla battaglia elettorale nella fase precedente. Ecco l'impegno massiccio e diretto, nell'intento di spazzar via camarille e intrighi municipali, nel sogno persistente di imporre la moralizzazione nella battaglia elettorale, consentendo il superamento delle fazioni con una candidatura "al di sopra delle parti", nel segno di un superiore interesse nazionale.

A muovere De Sanctis è il sogno di raccogliere l' unanimità, o quasi, dei consensi. C'è qui una punta di superbia paesana, di autocoscienza del legame organico fra la sua cultura e la sua terra. De Sanctis si rivolge con pari lealtà e disponibilità, nel corso del "viaggio", ad amici ed avversari; è largo di riconoscimenti per tutti, si muove come un notabile già segnato da un destino nazionale. Ma tutte le sue speranze sono infrante dall'esito dell'urna. Solo venti voti in più, così modesti e così faticati, rispetto alla prova  precedente. Venti voti che gli confermeranno il seggio a Montecitorio (De Sanctis aveva già rinunciato all'altro, relativo a Sansevero) ma non gli risparmieranno struggenti delusioni e costanti amarezze, tali da solcare quello che gli rimane della sua travagliata vita politica.

Quel viaggio di De Sanctis, non privo di malinconie angustianti, è un viaggio contro gli interessi locali e contro le affioranti camorre, contro le litigiosità nominalistiche e le rivalità di campanile. Ma è anche un viaggio contro gli "ukase" della nascente e devastante macchina dei partiti. Lo stesso comitato centrale elettorale dell'opposizione si era schierato contro De Sanctis, sostenendo il rivale Soldi. "De Sanctis ingiustificabile": si legge in un telegramma di Nicotera emblematico e rivelatore.

I "superiori interessi di partito" tendevano ad imporre a De Sanctis l'opzione per Sansevero, che avrebbe consentito la presenza di un parlamentare di opposizione in più. "Non riconosco a nessun comitato e a nessun partito – ecco la ferma posizione di De Sanctis – e neppure all' Italia intera diritto di decidere questioni riguardanti mio onore, mia posizione morale nel mio collegio nativo". Una coerente e rigorosa intransigenza morale che vanificava tutti gli ammiccamenti conciliatoristi.

Coerenza morale. Ostile alla Destra ma critico distaccato della Sinistra, più vicino a Ricasoli per natura e forma mentis che a Depretis, contrario a ogni tattica trasformistica,  Francesco De Sanctis ubbidiva unicamente al partito della propria coscienza. Fedele, sempre, alla parola data; rispettoso dei diritti altrui e insieme deciso a farsi riconoscere i propri, puntuale nell'onorare gli impegni assunti, come politico e come criti-co letterario: ecco il più alto esempio di una classe intellettuale dove l'impegno politico si identificava sempre con l’impegno morale.

Povero, come povero è chi si guadagna onestamente la vita col lavoro di ogni giorno, non nascondeva né ostentava questa sua specchiata povertà. "Vivo del mio lavoro, e lavoro per vivere", scriverà un giorno a Francesco Protonotari, il direttore della "Nuova Antologia" che accoglieva nelle pagine delle sua rivista, tra  '68 e  '73, i saggi critici dell'autore della Storia della letteratura italiana, compensandoli con "due-cento franchi" ad articolo. Preciso, il collaboratore illustre, nella consegna dei testi nei tempi concordati, e preciso, egualmente, nell'esigere tempestivamente i compensi, che troppe volte - per la carente liquidità dell'amministrazione della rivista - tardavano.

"Il decoro dei tuoi collaboratori è il tuo stesso decoro", ricordava allora, con una punta di risentimento, all' amico direttore. In quella limpida povertà, unita al decoro, sta intera la grande lezione di De Sanctis, cittadino intero di un'Italia nuova: "nazione" nell'identità culturale prima che politica.

 

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