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    24/06/2019

Un prefetto, una storia: Avellino ricorda Guido Sorvino

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Da sx: Picone, Mancino, Sessa, Bocci, Lamorgese, Sorvino, BarraAVELLINO – Tanti ricordi, forti emozioni, anche momenti di commozione oggi pomeriggio presso la sala degli specchi del palazzo di governo della città di Avellino in occasione della presentazione del libro di Stefano Sorvino Una vita, più vite: ricordando il prefetto Guido Sorvino, dedicato al padre, esemplare figura di servitore dello Stato. Numerosi gli interventi, moderati dal responsabile della redazione avellinese del Mattino, Generoso Picone, volti a ricordare e raccontare l’esperienza di vita amministrativa di Sorvino e, più, in generale a sottolineare il ruolo dei prefetti operanti sul territorio italiano. Del resto l’occasione del dibattito – che ha visto la partecipazione di molti esponenti dell’istituto prefettizio italiano – ha permesso di comprendere come nel tempo sia andato modificandosi – attraverso il fondamentale ruolo del prefetto, trait d’union tra istanze locali ed istanze nazionali – il rapporto Stato/enti locali.

Su una prospettiva di lungo periodo ha insistito, nel suo inquadramento storico, il prof. Francesco Barra, ordinario di storia moderna presso l’Università di Salerno, che prendendo a simbolo l’intera carriera di Sorvino – iniziata nel 1952 a Grosseto e terminata nel 1990 a Campobasso, attraversando un periodo abbastanza lungo negli ambienti amministrativi durante i quali la funzione stessa del prefetto è andata evolvendos – ha tracciato una vera e propria storia dell’istituto prefettizio italiano, partendo dalla sua origine francese. Del resto fu durante il decennio francese che la monarchia di Giuseppe Bonaparte prima e di Gioacchino Murat poi, introdusse nell’ordinamento del Regno di Napoli la figura dell’intendente: l’intendenza, che «comportava un forte accentramento dello Stato e al contempo un maggiore decentramento burocratico», sarebbe stata il principale esempio di quella monarchia amministrativa che i francesi andarono costruendo in Italia e in Europa durante il periodo napoleonico. L’importanza delle intendenze, ha ricordato Barra, non si limitava però alla semplice funzione amministrativa, ma permetteva «nelle città capoluogo di intendenza una rivalutazione del tessuto urbanistico», come del resto accadde ad Avellino a partire dal 1806, per merito del primo intendente Giacomo Mazas. Con la caduta del regno borbonico e la nascita dello Stato italiano il ruolo del prefetto subì una prima evoluzione: spettò al prefetto, secondo Barra, «il ruolo più importante nella costruzione dello Stato unitario».

A questo punto Barra ha ricordato le importanti figure di Francesco De Sanctis, che proprio dalla sala degli specchi annunciò i risultati del plebiscito del 21 ottobre 1860, e di Nicola De Luca, che ebbe un ruolo importante nella lotta al brigantaggio. Con la legge del 20 marzo 1865 il prefetto veniva dotato di ampi poteri, in quanto era considerato «il capo della provincia», in quanto presiedeva la deputazione provinciale per diritto. A quel punto si andò creando, soprattutto nel Mezzogiorno, un vero e proprio sistema di potere dominato dal prefetto, «un sistema della clientela», al quale le riforme del 1889 cercarono di porre rimedio. Soltanto nel 1927, in epoca fascista, infatti, il prefetto tornò ad essere protagonista della vita politica provinciale, contribuendo a rafforzare le strutture totalitarie che il regime fascista andava costruendo; soprattutto nel Mezzogiorno, lì dove non arrivavano gli squadristi, era il prefetto il principale costruttore delle istituzioni del regime: un fenomeno che Barra ha definito «fascismo prefettizio». In epoca repubblicana, infine, il prefetto ha continuato a mantenere le sue funzioni di rappresentante dello Stato nel territorio provinciale, contribuendo a creare e rinsaldare la dialettica Stato-enti locali che a partire dagli anni ’70, con l’istituzione delle Regioni, si è arricchita di nuovi protagonisti.

Dopo la puntigliosa ricostruzione storica di Barra è toccato a Stefano Sorvino, autore del volume, spiegare il perché di questo lavoro: «lo stimolo per questa ricerca è stata certamente la memoria personale; tuttavia si è cercato di dare anche il contributo ad una storia» – della nostra provincia, del ruolo del prefetto – abbastanza recente, «con un focus particolare sulla vicenda del 23 novembre 1980».

È stato poi il momento degli interventi più personali, volti a ricordare alcuni aspetti della vita e dell’impegno di Sorvino. Luciana Lamorgese, nuovo prefetto di Milano, ha ricordato l’esperienza di Sorvino negli anni ’70, impegnato, insieme al padre, Italo Lamorgese, prefetto di Avellino dal 1970 al 1975, nell’affrontare le grandi emergenze di quegli anni, in particolare quelle della grande nevicata del 1973. «Due vite – ha ricordato Lamorgese – che vanno ad intrecciarsi. Quella di Sorvino non è, come afferma nel volume Stefano, una storia minore dell’amministrazione. Il prefetto, infatti, c’è sempre nei momenti di difficoltà. È il trait d’union delle diverse istanze locali. È sul territorio che il prefetto raggiunge il massimo della consapevolezza della propria funzione». Carlo De Stefano nel suo intervento ha ricordato l’altra emergenza degli anni ’70, ovvero il terrorismo. La strage di Patrica, nella quale furono uccisi il procuratore capo della Repubblica di Frosinone, Fedele Calvosa, l’agente di scorta e l’autista, vide coinvolti, infatti, tre giovani avellinesi. «Ricordo in quella occasione – ha sottolineato De Stefano che nella sua lunga carriera di funzionario dello Stato è stato, tra l’altro, responsabile della sicurezza della presidenza della Repubblica durante il mandato di Sandro Petrini, questore di Avellino e di Firenze, capo dell’Ucigos, fino all’ultimo prestigioso incarico di sottosegretario all’Interno nel governo Monti – il ruolo di raccordo che Sorvino seppe svolgere con la città particolarmente scossa da quegli eventi con il coinvolgimento di alcuni suoi figli in un contesto terribile qual è stato il terrorismo».

Bruno Frattasi, presidente Anfaci e capo dipartimento dei vigili del fuoco, ha ricordato «la grande dedizione di servitore dello Stato» di Sorvino, che ha definito, riprendendo l’intervento iniziale di Barra, «un grande, umile, prezioso servitore dello Stato». Raffaele Cannizzaro, prefetto di Perugia, ha definito il libro di Sorvino «un libro degli amori e dei pretesti. Un piacevole ed interessante racconto di storia irpina e di storia degli irpini». Fra questi irpini illustri Cannizzaro ha voluto ricordare anche il prefetto Carmelo Caruso, il prefetto del terremoto, invitando il prefetto Carlo Sessa ad intitolargli la sala degli specchi.

Vincenzo Cardellicchio ha voluto ricordare le competenze di Sorvino, volte quasi a creare «un modello organizzativo della prefettura». Claudio Meoli, ex prefetto di Avellino, ha sottolineato il merito del volume di Sorvino di compiere un lavoro non solo sull’attività di un grande funzionario dello Stato quanto di storia dell’amministrazione prefettizia.

Le conclusioni del dibattito sono state affidate a Nicola Mancino e a Gianpiero Bocci, sottosegretario di Stato del ministero dell’Interno. L’ex presidente del Senato prendendo la parola ha ricordato di essere stato in gioventù un sostenitore di Einaudi che in un celebre articolo, Via il prefetto, era contrario alla ricostituzione dell’istituto prefettizio nella Repubblica italiana. Tuttavia lo stesso Mancino ha ricordato le grandi qualità di Sorvino, «un grande prefetto», che ebbe modo di incontrare quando il prefetto napoletano fu segretario generale della Giunta regionale campana, guidata dallo stesso Mancino. Il politico di Montefalcione ha poi ricordato la proficua collaborazione tra Sorvino e la classe politica irpina in vari momenti, ma soprattutto nell’occasione storica del terremoto del 23 novembre. «Lo scontro tra il potere politico e quello amministrativo – ha chiosato Mancino – non è mai esistito». Nell’ultima parte del suo intervento Mancino ha poi ricordato la necessità di valorizzare la funzione del prefetto e del ruolo degli enti locali senza arrivare a stravolgere la Carta costituzionale.

Il sottosegretario Bocci ha parlato del ruolo del prefetto nella società contemporanea italiana. «Il prefetto non è un dirigente dello Stato. Il prefetto è un percorso che porta lontano. Il prefetto deve essere utile, collaboratore. Deve sapere usare i toni. Deve saper scegliere tra il dire e il non dire. Ha il dovere della coesione. Qual è la maggiore responsabilità del prefetto oggi?,  si è chiesto infine. Il prefetto ha il ruolo della coesione sociale. Il ministero dell’Interno è il ministero delle autonomie locali. Oggi la prefettura – ha concluso Bocci – è la più grande casa della coesione sociale».

Il dibattito, che ha visto la partecipazione di un pubblico numeroso, di autorità politiche e militari, è stato aperto dai saluti istituzionali del prefetto Carlo Sessa, del presidente della provincia Domenico Gambacorta e del sindaco di Avellino Paolo Foti.

Le foto sono dell'ufficio servizi informativi della prefettura di Avellino

 

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