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    23/03/2019

Il libro/Castelli medievali in Irpinia: conoscenza storica, memoria, futuro

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura4_castel.jpgAVELLINO – «La ritrovata sensibilità per la ricerca storica e per la valorizzazione delle testimonianze del passato è la più certa garanzia affinché resti viva l’attenzione di tutti i cittadini e delle istituzioni per il nostro patrimonio». Con queste parole, pronunciate da Ortensio Zecchino, si è conclusa la presentazione del volume Castelli medievali in Irpinia. Memoria e conoscenza, curato da Giovanni Coppola e Giuseppe Muollo e pubblicato da Paparo editore, svoltasi stamattina presso la sala blu dell’ex carcere borbonico.

Al dibattito, moderato da Generoso Picone, sono intervenuti, oltre Domenico Gambacorta, presidente della Provincia di Avellino, e Francesca Casule, soprintendente Sabap, studiosi del tema, che hanno valorizzato l’opera di Coppola e Muollo come importante per lo sviluppo della conoscenza storica della regione topografica dell’Irpinia.

In effetti il volume, come ha evidenziato il prof. Francesco Barra, ordinario di storia moderna dell’Università di Salerno, non si limita soltanto allo studio «delle testimonianze storiche ed architettoniche del medioevo», ovvero quei castelli richiamati nel titolo del volume e che «costituiscono un patrimonio importante per l’Irpinia», ma «allarga l’orizzonte anche al fenomeno del feudalesimo mediterraneo, che giuridicamente ebbe fine soltanto nel 1806, con le leggi eversive della feudalità emanate dal governo francese». «I castelli – ha evidenziato Barra – vanno studiati, così come i feudi, in tutte le loro caratteristiche; dunque non solo quelle architettoniche ma anche quelle economico-sociali». Il castello ha costituito, durante il medioevo e l’età moderna, una parte centrale del tessuto urbano, soprattutto quello irpino. «Il pregio del volume – ha concluso Barra – è quello di essere organizzato in maniera omogenea come una vera mappatura del nostro patrimonio castellano, con ricognizioni iconografiche, topografiche e fotografiche».

Sono ben 78, infatti, i castelli censiti nel volume. Questo alto numero dimostra la centralità, già richiamata da Barra nel suo intervento, del castello come parte essenziale del tessuto urbano meridionale generale ed irpino in particolare. Su questa centralità si è concentrato l’intervento di Errico Cuozzo, dell’UniSob di Napoli: «Gli abitati di età medievale erano abitati arroccati. In età greco-romana gli insediamenti erano posti in pianura. Successivamente, con l’arrivo dei Longobardi e con l’abbandono delle vie di comunicazione di origine romana, gli abitanti si ritirarono costruendo gli abitati intorno ad una fortificazione chiamata “castrum”. Tuttavia non tutti i castelli – ha sottolineato con arguzia Cuozzo – debbono considerarsi di origine medievale. La nascita del sistema feudale comportò, infatti, un ripensamento sull’utilità di quelle strutture architettoniche e molti nuovi castelli furono costruiti o ripensati». In effetti il 90% dei castelli censiti nel volume sono originari di un’età compresa tra il 1000-1100, dunque nell’età in cui si andava costituendo quel regime feudale sopra richiamato. L’importanza di una ricerca del genere, che permette ai cittadini di una regione storico-topografica come quella irpina di conoscere alcune testimonianze del proprio passato, è da ricercarsi, secondo Cuozzo, «nella possibilità di ritrovare le radici storiche delle nostre regioni meridionali, affinché esse possano, forti di questa rinnovata conoscenza, portarsi al centro dei nuovi scambi commerciali e culturali che interessano la società contemporanea».

Fernando Maurici, funzionario della Regione Sicilia, autore di un’opera simile, condotta sui castelli siciliani, ha evidenziato, sulla scorta dell’intervento di Cuozzo, il ruolo centrale del castello nella costruzione del tessuto urbano meridionale, sintetizzando la storia urbana meridionale alla luce di due tappe fondamentali: «la colonizzazione greco-romana, che ha portato alla fondazione delle più importanti città meridionali, e l’arrivo dei Longobardi in età medievale, con la costruzione dei castelli, che rappresentano la più importante caratteristica del tessuto urbano meridionale». Maurici ha infine ricordato l’importante ruolo svolto dalla provincia di Avellino nel supportare il volume curato da Coppola e Muollo, ricordando come le province, nonostante i decreti dell’autorità legislativa che vogliono privarla delle sue funzioni, «continuino a vivere. Del resto – ha concluso – la provincia è, insieme al municipio, la realtà storica italiana più antica ed è alla base della costruzione dello Stato unitario».

Ortensio Zecchino, già ordinario di istituzioni medievali presso l’UniSob di Napoli, ha ricordato l’importanza delle ricerche storiche che hanno come base di studio i castelli. «I castelli, infatti, rappresentano ancora oggi l’esempio delle nostre radici storiche, che non sono poste nell’antichità, bensì nel Medioevo. Già Jacques Le Goff affermava che “il Medioevo è la nostra infanzia”». Questa ricerca, ha continuato Zecchino, «suggella una lunga tradizione di riconquista della memoria storica, che si è avviata negli ultimi anni, dopo il terremoto del 1980. Dopo il terremoto del 1962, infatti, si attivò, da parte della politica, anche di quei politici che si definivano progressisti, una politica di vocazione alla tabula rasa della memoria storica. Soltanto con il terremoto del 1980 si ebbe una grande svolta e si avviò un trend di crescita della sensibilità per la propria storia».

L’ex ministro dell’Università e della ricerca si è poi fermato sul problema dell’uso e del riuso delle strutture architettoniche medievali come i castelli, auspicando, come già aveva fatto Cuozzo, una loro utilità in vista di una valorizzazione dell’intero Mezzogiorno: «Bisogna costruire intorno a queste nostre testimonianze storiche le valorizzazioni del nostro territorio».

Dopo il dibattito, al quale hanno partecipato autorità, studiosi e scolaresche, è stata aperta al pubblico la mostra sui castelli medievali irpini, che sarà visitabile, al secondo piano del carcere borbonico, fino al prossimo 4 maggio.

 

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