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    25/09/2017

Il Mezzogiorno di fronte all’armistizio: esercito e popolazione nel volume di De Prospo

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Un momento del dibattito al GodotAVELLINO – Una delle date significative della storia del nostro Paese – insieme a quella del 17 marzo 1861 e del 2 giugno 1946 – è certamente quella dell’8 settembre 1943. L’armistizio – che come è noto fu firmato, in gran segreto, qualche giorno prima, il 3 settembre, a Cassibile – ha rappresentato una data spartiacque nella storia dell’Italia liberale, tanto che si è soliti indicare in quella data la “morte della Patria”. Tuttavia se sono risapute le conseguenze dell’armistizio nel Nord Italia, meno conosciuti sono i risvolti dello stesso nel Mezzogiorno. A far luce su questi aspetti, in chiave di storia sociale ed istituzionale, è il volume di Mario De Prospo, Resa nella guerra totale. Il regio esercito nel Mezzogiorno continentale di fronte all’armistizio, recentemente pubblicato dai Quaderni di Storia de Le Monnier.

Il libro, frutto di un lavoro intenso che dura ormai da anni – precisamente da quando, nel 2007, De Prospo iniziò la sua ricerca di dottorato su Mezzogiorno 1943. Soldati allo sbando, sotto la direzione del prof. Paolo Macry – è diviso in cinque capitoli nei quali il giovane ricercatore – già autore di un libro sui bombardamenti del settembre 1943 ad Avellino – ripercorre le vicende di quei pochi mesi (marzo-settembre 1943) che segnarono indubbiamente la vicenda storica del Regno d’Italia.

La presentazione del volume presso il Godot di via Mazas è stata l’occasione per riflettere su temi ancora sconosciuti all’opinione pubblica italiana, riguardanti l’atteggiamento non solo dei militari, ma, soprattutto, delle popolazioni del Mezzogiorno colpite dalla guerra. Se, infatti, come ha spiegato l’autore, il volume si concentra su una particolare istituzione – l’esercito regio richiamato nel titolo – questo lo si deve al fatto che «l’esercito rappresenta l’istituzione-architrave di uno Stato impegnato in guerra». Parlare dell’esercito è, tuttavia, un pretesto per avviare una più intensa indagine sui comportamenti delle popolazioni del Mezzogiorno continentale – sono escluse, infatti, dalla trattazione di De Prospo la Sicilia e la Sardegna – e del rapporto tra cittadini e Stato in un momento in cui, con l’armistizio dell’8 settembre, tale rapporto – che è alla base del potere legittimo dell’istituzione statale – si andò sfaldando.

L’armistizio dell’8 settembre rappresenta, dunque, non soltanto un avvenimento, ma l’avvenimento che accelera e provoca il crollo dello Stato. Lo provoca perché con esso lo Stato perde la sua legittimità; lo accelera perché porta alla luce le difficoltà, già evidenti nell’impossibilità di garantire protezione – che è forse la principale funzione dello Stato come istituzione – ai suoi cittadini, dello Stato nei confronti delle popolazioni meridionali presi nella guerra totale tra i due fuochi, «quello tedesco e quello alleato».

Sulle colpe, responsabilità e tradimenti della classe dirigente – cioè quella classe a cui spetta l’esercizio della funzione governativa – si sono concentrati gli interventi del prof. Giuseppe Moricola, associato di Storia economica presso l’Università Orientale di Napoli, e del prof. Giovanni Cerchia, associato di Storia contemporanea presso l’Università del Molise. Entrambi, nei loro interventi, moderati dal giornalista Norberto Vitale, hanno riconosciute le colpe e le responsabilità di una classe dirigente, colpevole di aver spaccato il Paese.

Secondo Moricola, infatti, «la spaccatura del Paese nasce prima della guerra civile. Essa prende avvio dal 25 luglio, quando un’intera classe dirigente andò squagliandosi. Badoglio e il sovrano cercarono inutilmente di superare Mussolini cercando di perpetuare il proprio potere. Questo avvenimento causò una frattura nel Paese. In questo senso il 25 luglio chiama l’8 settembre. L’8 settembre muore un’idea di patria che è quella del fascismo. Ma l’8 settembre, al tempo stesso, è anche un momento di rinascita: sono quelli, infatti, i giorni che porteranno alla nascita della Repubblica».

Cerchia non solo ha riconosciuto le colpe dei livelli più alti della classe dirigente, ovvero del sovrano e di Badoglio, colpevoli di aver abbandonato il Paese alle loro sorti e di aver «confuso gli interessi del Paese con quelli personali», ma ha voluto anche ricordare gli effetti più significativi dell’8 settembre sulle popolazioni del Mezzogiorno: «la lettura del Paese spaccato tra un Nord occupato dalle forze tedesche e un Sud liberato dagli Alleati è veritiera, ma, tuttavia, semplicistica. Del resto, fino a quel momento è il Mezzogiorno che ha conosciuto la guerra: la città più bombardata durante il conflitto non a caso è Napoli. Ma quale diventa il ruolo del Mezzogiorno dopo l’armistizio? Le regioni meridionali non scompaiono dalla scena, ma continuano ad essere protagoniste. Non solo perché alcuni soldati continuarono a combattere, ma anche perché molto attivo fu il ruolo delle donne e degli uomini meridionali nell’aiutare quei soldati allo sbando che rischiavano di diventare manodopera per i soldati tedeschi. Il ruolo della resistenza meridionale va dunque indagato a fondo perché il Mezzogiorno è presente fortemente in questa storia di resistenza».

Il crollo dello Stato – così come descritto da Mario De Prospo nel suo volume – comporta anche il crollo di una cultura politico-istituzionale che aveva presso avvio nel Risorgimento e nella fondazione dello Stato unitario: la cultura della guerra. Infatti – ha spiegato il giovane autore, ora collaboratore del Centro di ricerca “Guido Dorso” – «la dimensione bellica è un sentire comune dell’Italia liberale in tutta la sua fase storica, non solo del fascismo. La cultura della classe dirigente è una cultura autoritaria. È su questo autoritarismo che si fonda la legittimità dello Stato, che crolla con l’armistizio dell’8 settembre. Dopo l’8 settembre, con il rifiuto dell’arruolamento nei ranghi dell’esercito e, dunque, con la perdita di centralità di quell’istituzione che è stato il regio esercito, perde legittimità l’intero Stato italiano nato dal Risorgimento».

Così il tema della morte della Patria va ad intrecciarsi con quello del crollo dello Stato e, forse, solo inquadrandolo in questa prospettiva esso assume un nuovo e più completo significato. E sono libri come quelli di Mario De Prospo che ci aiutano a comprendere la realtà storica in tutta la sua complessità.

 

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