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    21/11/2017

Stato, comunità locali e giovani: l’appello per i protagonisti di una rinascita del Sud

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura4_dorso_roma.jpgROMA – “Come può rinascere il Sud?”: questo il tema del dibattito, organizzato dall’Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno e dal Centro di ricerca “Guido Dorso” di Avellino, che si è svolto presso il complesso di Santa Maria in Aquiro a Roma. L’occasione di un convegno così ricco di interventi di spessore è stata data dalla presentazione dei volumi Lezioni sul meridionalismo a cura di Sabino Cassese (Bologna, il Mulino, 2016) e Idee per lo sviluppo dell’Irpinia, curato da Luigi Fiorentino (Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2016).

La manifestazione, che ha visto una intensa partecipazione di pubblico – oltre i rappresentanti del Centro Dorso nelle persone della segretaria Giuliana Freda, del vice presidente Nunzio Cignarella,  di Elisa Dorso, figlia del grande meridionalista avellinese Guido, della studiosa Cecilia Valentino, erano presenti, fra gli altri, l’ex questore di Avellino e di Firenze Carlo De Stefano, sottosegretario all’Interno nel governo Monti, e l’ex magistrato Antonio Spagnuolo, entrambi avellinesi doc, già allievi del liceo Colletta, il parlamentare Luigi Famiglietti, il sindaco di Sant’Angelo dei Lombardi Rosanna Repole e il sindaco di Mirabella Eclano Francescantonio Capone, il presidente del Consiglio comunale di Avellino Livio Petitto – si è svolta nell’ambito delle manifestazioni previste dal comitato nazionale per il bicentenario della nascita di Francesco De Sanctis. Il perché di questa scelta l’ha evidenziata l’on. Gerardo Bianco, in apertura di convegno, sottolineando come «i primi protagonisti della questione meridionale, come Pasquale Villari, con cui significativamente si apre il volume curato da Cassese, sono strettamente legati al magistero di Francesco De Sanctis». Entrando, poi, nel merito dei due volumi Bianco ne ha evidenziato i meriti: «nell’introduzione al volume da lui curato, Sabino Cassese ha parlato di questioni meridionali. Il volume curato da Fiorentino, invece, è una vera e propria inchiesta sul modello di quella dei grandi meridionalisti: una ricerca sul campo che supera alcuni stereotipi, come quello del totale fallimento della ricostruzione post-terremoto 1980. Certamente vi sono stati delle falle nella ricostruzione, ma il terremoto ha rappresentato anche un volano di sviluppo per alcune aree, come dimostra la stessa ricerca coordinata da Fiorentino».

Proprio Luigi Fiorentino, da un mese nuovo presidente del Centro Dorso, subentrato al dimissionario Cassese, nel ringraziare le parole di elogio di Bianco, ha auspicato una «fattiva collaborazione fra le due associazioni». Il suo intervento si è poi sviluppato nella necessità di individuare una «nuova base culturale per lo studio della questione meridionale. L’analisi condotta sull’Irpinia ci dice che accanto a problemi strutturali vi sono aree di sviluppo. Proprio l’esperienza di queste aree ci permette di affermare che il Sud può rinascere». Ma affinché il Mezzogiorno possa rinascere «vi è bisogno di un nuovo protagonismo che deve avere, come suoi principali attori, i giovani». Di qui la centralità del Centro Dorso che, ha ricordato Fiorentino sottolineando i meriti dell’esperienza del suo predecessore, «deve continuare lungo la linea tracciata da quell’esperienza».

«Come può rinascere il Sud?»: a questa domanda – significativamente al centro del dibattito – ha cercato di rispondere Sabino Cassese, individuando, sulla base della precedente esperienza storica, la prospettiva per una risoluzione dei problemi della questione meridionale. «Cinque sono state le strade battute dallo Stato italiano fin dal 1861 nel trovare le soluzioni al problema delle questioni meridionali. La prima soluzione proposta, quella di Cavour e della prima classe dirigente nazionale, era una soluzione “ottimistica”: l’idea cioè – ha spiegato Cassese – che portando delle istituzioni sviluppate nelle regioni del napoletano, come allora era definito il Mezzogiorno, questo si sarebbe sviluppato. Alla luce del fallimento della soluzione cavouriana, fu proposta una seconda opzione, quella delle leggi speciali, ovvero un insieme di deroghe per zone specializzate, come Napoli e la Basilicata. Dopo la parentesi del periodo fascista – ha proseguito nella sua ricostruzione il giudice emerito della Corte Costituzionale – si pose un nuovo problema alla classe dirigente repubblicana. L’idea di De Gasperi era quella della creazione di un Istituto per il risorgimento del Mezzogiorno che sarebbe diventata, dopo un intenso dibattito parlamentare, la Cassa per il Mezzogiorno. Questa costituiva una sorta di Stato parallelo che operava grazie ad un’attività straordinaria. Tuttavia l’aumento delle sue attività lentamente tradì le sue funzioni e quella che, nelle idee originali, doveva essere un’attività straordinaria si andò trasformando in una attività ordinaria. Un altro motivo che contribuì alla crisi della CasMez fu la nascita, nel 1970, dei Consigli regionali e, connessi a questi, dell’idea che le regioni meridionali dovessero caricarsi del problema dello sviluppo del Mezzogiorno. Superata la CasMez si andò ad aprire, in ultima analisi, un nuovo capitolo, quello della coesione territoriale e regionale».

Conclusa la ricostruzione delle vicende storiche delle varie soluzioni proposte per superare il problema della questione meridionale, Cassese si è concentrato, nell’ultima parte del suo intervento, sulla situazione odierna del Mezzogiorno. Questa va inquadrata «alla luce di tre criteri: 1) il rapporto tra il Mezzogiorno di ieri e il Mezzogiorno di oggi; 2) il rapporto esistente tra il Mezzogiorno e quelle aree che, al momento dell’Unità, costituivano aree depresse del Paese; 3) il rapporto tra il Mezzogiorno di oggi e il Nord di oggi. Rispetto al primo punto quello che va evidenziato è il notevole sviluppo del Mezzogiorno di oggi rispetto al Mezzogiorno di ieri. La situazione, tuttavia, si fa meno positiva a partire dall’analisi rispetto al secondo criterio: alcune aree che al momento erano depresse, come il Veneto, oggi rappresentano, invece, il principale volano allo sviluppo del Paese Italia. Dunque se è vero che il Mezzogiorno si è sviluppato negli ultimi 150 anni è anche vero che, purtroppo, la forbice con il Nord si è allargata: mentre il Sud cammina, il Nord corre. Quale soluzione, allora? Io – ha concluso Cassese – credo che l’intervento straordinario, soprattutto nell’idea originale di De Gasperi dell’Istituto per il risorgimento del Mezzogiorno, ha messo in pratica l’idea dei 100 uomini d’acciaio teorizzati da Dorso. E credo che solo l’intervento straordinario possa rappresentare, ad oggi, l’unica soluzione possibile ai problemi delle questioni meridionali».

Dopo il breve intervento di mons. Lorenzo Leuzzi, vescovo ausiliare di Roma, che ha ribadito la necessità di «pensare la soluzione ai problemi del Mezzogiorno non in termini assistenzialistici, ma in termini di sviluppo», riflettendo sul ruolo che può avere la Chiesa nella «promozione della partecipazione delle comunità di base», è toccato al presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, snocciolare alcuni dati sulla questione meridionale in termini di «questione industriale. Puglia e Campania rappresentano il perno della questione industriale nel Mezzogiorno, ne rappresentano le locomotive». Tuttavia continuano ad esistere, ha sottolineato Boccia, «divari all’interno delle stesse aree meridionali. Divari che interessano cittadini e Stato, cittadini ed imprese, imprese ed imprese».

Su un piano strettamente politico si è sviluppato l’intervento del presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che in apertura di intervento si è posto una significativa domanda: «per quale motivo nell’arco di qualche decennio la questione meridionale è scomparsa dal panorama politico?». «Sono diverse le ragioni che hanno portato alla scomparsa del problema meridionale. Innanzitutto – ha ricordato De Luca – essa è collegata alla scomparsa di quei grandi aggregati politici, come la Dc e il Pci, che si erano poste, fra gli altri, l’obiettivo di proporre soluzioni al problema dello sviluppo meridionale. In secondo luogo è andata emergendo, anche a causa di una cosiddetta cultura leghista, una questione settentrionale. In terzo luogo la classe dirigente meridionale, a causa dei suoi antichi vizi, siano essi chiamati “trasformismo” o “clientelismo”, ha dimostrato tutta la sua pochezza: in particolare negli ultimi tempi, soprattutto a Napoli, vi è stata la propensione a risolvere i problemi con la demagogia – chiara, in questa occasione, la stoccata al sindaco di Napoli de Magistris. Tutto questo ha fatto sorgere un anti-meridionalismo».

Quali, allora, le soluzioni politiche proposte da De Luca? In primo luogo l’obiettivo «di far comprendere al Nord che lo sviluppo del Sud è un’opportunità non solo per il Paese Italia, ma per le stesse regioni meridionali. Infatti – ha ribadito l’ex sindaco di Salerno – la competizione fra i territori penalizza il Sud. Io sono per le risorse standard, ovvero per la possibilità di dare le stesse risorse a tutti i cittadini». Ma se il problema della questione meridionale è anche un problema di classi dirigenti, «è necessario un monitoraggio rigoroso delle stesse classi dirigenti meridionali».

Le riflessioni conclusive del dibattito, moderato dal giornalista de Il Sole 24 Ore Giorgio Santilli, sono state affidate al ministro per la Coesione territoriale e del Mezzogiorno Claudio De Vincenti. L’economista romano ha ricordato come negli ultimi anni, soprattutto a partire dall’azione governativa del ministero Renzi, «il Sud è tornato al centro del dibattito politico. Basti pensare che nell’ultimo Def approvato il Mezzogiorno ha un rilievo importante. È giusto riprendere in mano la questione meridionale, tenendo conto che essa, come giustamente ha affermato Cassese, è formata da varie questioni meridionali. Tuttavia non concordo con il professore quando questi propone un ritorno all’intervento straordinario. Certamente – ha continuato nelle sua disamina De Vincenti – l’intervento straordinario ha rappresentato una svolta: per la prima volta in modo sistematico si è infatti posto il problema di portare il Mezzogiorno dentro l’Italia unita. Il Mezzogiorno che noi conosciamo è frutto di quell’intervento straordinario. Tuttavia quella stagione, anche per i motivi che sono stati precedentemente ricordati, è fallita. Vi è stata poi un’altra fase, la sesta strada battuta dallo Stato per risolvere il problema dello sviluppo meridionale – riprendendo la terminologia utilizzata da Cassese nel suo intervento – che è quella del regionalismo che io definisco snervante: attraverso questa strada lo Stato si è ritirato dalle sue funzioni di aiutare lo sviluppo delle zone depresse del Paese. La globalizzazione in questo senso può essere un’opportunità: infatti il Sud propende verso il Mediterraneo. Per questo motivo, nonostante i drammi sociali che lo caratterizzano, il Mezzogiorno è l’area che ha maggiori potenzialità. Negli ultimi anni abbiamo cercato di abbandonare questo regionalismo snervato e abbiamo cercato di consegnare nuovamente allo Stato le sue funzioni. Dalla prossima legge di bilancio ci deve essere un nuovo criterio di equa distribuzione delle risorse. La riscossa del Mezzogiorno può partire solo se lo Stato, Regioni e comunità locali riescono a fare sistema. Solo in questo modo possiamo superare la questione meridionale che, bisogna ricordarlo, è soprattutto una questione italiana».

 

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