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    26/09/2017

Costume e società/Quando il soprannome fa da carta d'identità

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Piazza Libertà, Caffé Roma negli anni CinquantaAVELLINO – Sarebbe bello se anche qui ad Avellino, come capita per gli abitanti di Chioggia, fosse ufficializzato nel registro dell’anagrafe il soprannome che popolarmente individua una persona o, addirittura, un’intera famiglia. Nella cittadina veneta, ricorrendo a questo espediente, si è fatto di necessità virtù per contrastare i tanti casi di omonimia che si verificano in uno stesso gruppo familiare. I soprannomi, anche se bizzarri, vengono inseriti, a tutti gli effetti di legge, in ogni documento ufficiale come la patente e la carta d’identità.

Qui da noi, specialmente se parliamo di quelli più strani, potrebbero servire per testimoniare oltre l’arguzia, l’intelligenza e l’ironia di chi battezza il malcapitato, anche il modo di vivere allegro e scanzonato di una comunità. Il luogo dove quasi sempre veniva celebrata questa funzione era il circolo o, meglio ancora, il caffè, come capitò a Raffaele. Il personaggio per la verità, si faceva notare. Un vero dandy.  Sempre adeguato e perfettamente a suo agio nei gessati, nei tweeds che indossava e portava con naturale eleganza. Si intratteneva spesso con il giovane rampollo di una famiglia che esibiva un modesto titolo nobiliare. Di domenica, liberi da impegni lavorativi, specialmente nel periodo estivo, amavano scarrozzare per Avellino su di un’auto scoperta o starsene seduti ai tavolini del caffè dove, con gli altri habitué si intrattenevano in chiacchiere e pettegolezzi.

Si racconta che una domenica d’estate, come sempre, dopo la solita corsa in auto i due si fermarono al caffè  per prendere  l’aperitivo. I tavolini posti all’esterno del locale erano tutti occupati. Avvocati, professori , commercianti, impiegati  tutti conosciuti per antica frequentazione e per questo motivo il “marchesino”, scendendo per primo dall’auto, li salutò con un sonoro “Signori”, ma  resosi conto di essere sceso con la pipa in mano, senza distogliere lo sguardo dai tavolini e portando indietro, disteso,  il braccio sinistro nella cui mano stringeva l’oggetto, rivolgendosi all’amico che in quel momento si apprestava a scendere disse “Raffaele, posa ‘a pippa”. Ne venne fuori una vera presentazione teatrale, una presentazione, per intendersi, di quelle che fanno i presentatori  in teatro. Da allora  Raffaele per tutti diventò “Posapippa” .

 

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