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    26/09/2017

Un libro su Corridoni, il sindacalista rivoluzionario che amava la politica

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura4_corridoni.jpgAVELLINO – «La riscoperta del pensiero di Corridoni – condannato all’oblio negli anni della Repubblica – può aiutarci a capire come ricostruire un corpo intermedio tanto fondamentale, ma che ha perso ruolo ed importanza in quest’epoca di “crisi della rappresentanza”, come il sindacato»: è questa la conclusione alla quale giunge Luca Lezzi, giovane salernitano, firma de “L’Intellettuale dissidente”, autore del volume Corridoni. Un sindacalista rivoluzionario, edito dal Circolo Proudhon, che è stato oggi presentato presso la libreria “L’angolo delle storie”, in via Fosso Santa Lucia.

Spesso accostato al fascismo, in realtà Corridoni (1887-1915) rappresenta una figura interessante di quel movimento politico – il sindacalismo rivoluzionario, dal quale pure provenivano Alceste De Ambris e Benito Mussolini – che rappresentò una delle minoranze più attive nel sistema politico italiano del tempo. Un ideale politico, quello di Corridoni, che parte da Marx: del resto egli stesso scrive, in apertura del suo Sindacalismo e Repubblica, pubblicato postumo nel 1921, e che Lezzi pone in appendice al suo saggio, che «il sindacalismo, per noi, non è che un completamento del marxismo. È, quasi diremo, la sua anima, la sua parte morale». Il suo stampo marxista, il suo anarchismo, il suo ruolo nella nascita dell’Unione sindacale italiana – dal quale sarebbe poi uscito Giuseppe Di Vittorio, storico esponente del sindacalismo repubblicano – così come il suo passaggio da posizioni neutraliste a quelle interventiste – che anticipano il medesimo passaggio compiuto da Mussolini – ne fanno, certamente, una personalità controversa. «In realtà – ha ribadito Lezzi più volte nel corso del suo intervento – non è possibile stabilire se Corridoni sarebbe diventato fascista o meno, semplicemente perché è morto nel 1915, dunque ben prima che il fascismo salisse al potere: quello del Corridoni fascista è – in definitiva – un mito creato dal fascismo e che ha condannato all’oblio il suo pensiero».

Un pensiero che, come si è visto, nasce e si sviluppa durante una intensa attività sindacale e politica. Proprio questo ha portato il prof. Carmine Pinto, professore di storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Salerno, a parlare di Corridoni come di «un professionista della politica: nel senso che tutta la sua vita è dominata dalla politica. Una cosa non molto comune all’epoca, quando, invece, lo spazio politico e il sistema politico italiano era dominato, come oggi, da professionisti, siano essi medici, avvocati o imprenditori agricoli, che si dedicavano alla politica. Anche Corridoni, del resto, era un professionista, un tecnico industriale diremmo oggi, che, tuttavia, a differenza della maggior parte degli uomini del suo tempo, vive la politica quotidianamente». L’intervento di Pinto, dopo una breve disamina sulla vicenda biografica del sindacalista emiliano, si è concentrato su quell’universo di movimenti politici, repubblicani, anarchici e rivoluzionari che costituivano la minoranza nel panorama politico del tempo. «Il sistema politico liberale si basava su una forza-sistema, quella dei liberali che al loro interno potevano dividersi in “liberali di sinistra” e “liberali di destra”. Vi era poi una grande seconda forza politica, i socialisti, che al tempo stesso rappresentavano sia il sistema, sia una forza anti-sistema. Vi era, infine, una terza forza, che non faceva parte del sistema politico ma che vi sarebbe entrata a breve, ovvero i cattolici. Tutte quelle forze politiche che erano estranee a queste tre grandi aree politiche del Paese rappresentavano una minoranza. Minoranza – ha precisato Pinto – nel senso che non avevano una strategia politica, come la potevano avere i liberali. Del resto – ha ricordato il professore – il grande stratega dell’Unità italiana è stato Cavour e non Mazzini: questo perché  Mazzini rappresentava, appunto, una minoranza».

Una minoranza che, con lo scoppiare della guerra, avrebbe trovato il modo per imporsi nel Paese.  «La grande guerra – ha spiegato Pinto – ha rappresentato un importante spartiacque nella storia italiana. Senza di essa non sarebbe crollato il sistema politico creato da Cavour e ricostruito da Giolitti. Senza di essa non sarebbe sorto il fascismo». Guidato anch’esso da un sindacalista rivoluzionario, appunto. Ma che si differenziava da Corridoni, da De Ambris e dalle altre minoranze per una particolarità. «Mussolini – ha concluso Pinto – aveva qualcosa che le altre minoranze non avevano: l’intelligenza. E grazie a questa intelligenza riuscì a prendersi gioco di politici più esperti di lui, come Giolitti. E grazie ad essa si diede una strategia politica che sarebbe durata per un ventennio».

Moderatore del dibattito è stato Vincenzo Fiore, giovane autore avellinese, e collaboratore del “Quotidiano del Sud”.

 

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