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    23/11/2017

«Carissimo papà mio…», le lettere di Mancini dal seminario di Ariano

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Pasquale Stanislao Mancini (1817-1888)CASTEL BARONIA – Le lettere di Pasquale Stanislao Mancini adolescente – il grande giureconsulto irpino di Castel Baronia di cui ricorre quest’anno il bicentenario della nascita – presentano una comune caratteristica: lasciano già trasparire con chiarezza le doti e il temperamento dell’uomo adulto. Rileggendole, infatti, colpisce la personalità matura, la capacità di gestire rapporti, di assumere iniziative, di affrontare difficoltà, la padronanza di parole e di concetti,  oltre ovviamente alla già celebrata inclinazione per lo studio (gli avevano affibbiato il nomignolo di Pico della Mirandola).

Si tratta delle lettere che il piccolo Mancini scrisse al padre, l’avvocato Francesco Saverio Mancini, dal seminario di Ariano nel periodo compreso tra il dicembre del 1827, all’età di dieci anni, e l’aprile dell’anno successivo. Da esse emerge uno spaccato assai significativo della personalità del giovanissimo Mancini, ma anche dei rapporti con i genitori (la madre era Maria Grazia Riola), soprattutto per il profilo dei metodi educativi, e delle dure condizioni di vita dell’epoca, sia pure in un contesto sociale relativamente elevato.

La prima lettera [MCRR, B. 879/22 (1)] fu scritta alla vigilia del Natale del 1827, il 22 dicembre. “Carissimo Papà mio, sarei un ingrato se in queste Sante Festività, a chi mi ha dato la vita, non ce l’augurassi santa, lunga e colma di tutte quelle prosperità che desiderar possa un cuore umano. Ciò non attribuite a queste ricorrenze, che mi stimolano a darvi questa testimonianza di gratitudine, la quale in nessun tempo potrà cambiarsi nell’animo mio; ma bensì mi avvalgo di questa occasione per assicurarvi che non v’ha cosa che possa farmi perdere così giusti sentimenti. Vi bacio la mano, chiedendovi la S. Benedizione”. La lettera recava in allegato un sonetto sul Natale, che è stato pubblicato, senza la lettera, in Vicum (cfr Michele Cogliani, Mancini poeta a dieci anni, Vicum, Mar-Giu 1987) .

La seconda lettera [MCRR, B 879/22(2)] fu stilata nel febbraio dell’anno successivo, il giorno 6. “Carissimo Sig.r Padre, scusate se pe’l mal carattere e per gli errori furono le mie lettere pessime: dovete ciò alla fretta attribuire perché non vi è tempo di far lettere e nello studio far non se ne possono: onde mi sarà la vostra lettera di avvertimento per l’avvenire.

Intorno al catarro e al callo al piede quando venne D. Giuseppe Giovanniello era sano del catarro, ma del callo al piede era da molto tempo fattosi e di riscontro alla vostra vi dico che ora sto bene, ma che per lo passato sono stato male, mentrecchè il catarro sfogò a tre febbri fortissime, onde è bisognato star molto a letto, dove ho conosciuto la grande assistenza che da tutti ho avuta, specialmente dal Vice Rettore e Rettore, il quale sempre mi ha fatto fare un piattino dolce e limonata ogni sera.

Ciò non potè provenire dallo star scoverto di testa, perché ho tenuto sempre la berretta in testa, benchè non fosse la mia, che non ancora ho avuto; né dal cambiamento di stanza, mentre due o tre notti ivi dormii, che lo dissi al Vice Rettore che subito mi pose all’antico luogo. Pe’l callo al piede già Zio Marcello che m’ha assistito sempre, e che fin’ora mi ha fatto lavare 16 pezzi di biancheria,  che mi facea fare le nuove scarpe da un altro maestro. Per la filosofia, prendendone lezione, non attrasserei  la propria scuola; ma giacchè non vi riesce a grado, non più se ne parlerà.

Vi porgo i saluti del Rettore, del Vice Rettore, Maestro, Maestro di Casa e Prefetto e, baciandovi la mano, vi chiedo la S. Benedizione, ringraziandovi sommamente della pezza da me non meritata. Vostro subordinatissimo, amante figlio Pasqualino vostro caro”. La lettera dunque ci restituisce un Mancini “umano”, anche lui artefice di errori e  soggetto ai severi rimproveri del padre.

Assai significativa da questo punto di vista è la lettera del successivo 1 aprile, nell’imminenza della Pasqua del 1828. Da essa emerge per intero  la natura severa ed autoritaria del padre, nonché l’idea da questi  professata di educazione rigorosa, quasi militare.

Dal contesto della lettera, infatti, risulta che il piccolo Mancini è sottoposto alla durissima punizione, per un bambino della sua età e sopratutto senza neanche averne  spiegazione, di dover trascorrere la Pasqua in seminario, solo e lontano dalla famiglia. E degna di nota appare, al riguardo, l’umiltà e la sottomissione con cui la stessa punizione è accettata. Questo forse rappresenta il paradigma dei rapporti di Mancini col padre per come gli stessi si dispiegheranno anche in futuro: difficili, con contrasti ma sempre improntati, da parte di Pasqualino, all’umiltà e al profondo rispetto del genitore.

Assai diversi invece appaiono quelli con la madre, fatti di affetto e di complicità. “Carissimo Sig. Padre, ho ricevuto e moltissimo gradito il bravo casatello, i taralli, le cosce di agnello arrostite, il capicollo, la soppressata, il tortano di pane benedetto, la querciatella ed altro che con tanta gentilezza contro il mio merito mi avete favorito.

Io vi riàguro colla centuplicazione le correnti feste Pasquali, tranquille e felici e ricolme di tutte quelle felicità che può il mio cuore desiderarvi. Possan esser esaudite le mie preghiere, come spero. Precibus non linquar inultis. È il venusino poeta Orazio che sta nelle mie mani.

Ho ancora ricevuto i regali per i miei superiori, che tanto m’amano. Ma avendo avuto un agnello per darlo a Tutolo, ed essendo egli andato al suo natio paese, a Montefalcone, ed avendo saputo che difficilmente più vi verrà, perciò attesa la grande assistenza ed amore sincero che per me il Vice Rettore, D. Pasquale Perrelli, in seno nutrisce, mi ho presa la confidenza di regalarcelo segretamente, con dirli tali parole: avendo avuto un altro agnello da mia casa, me ne fo’ un pregio di regalarvelo. E ciò ho fatto poiché mi è sembrato tenuissimo il regalo, atteso l’amore che il D. [detto, ndr] mi porta. Io sono afflittissimo poiché non ho saputo ritrovare la cagione che non vi avete voluto degnare di farmi conoscere alcuno de’ vostri caratteri.

Caro Papà mio, se è stato (come senza dubbio credo) perché ho scritto impertinentemente a voi sulla mia venuta costà  a Pasqua, io ve ne cerco le maggiori scuse. Se per qualche altro motivo qualunque, qui anche fo l’istesso.

Ho avuto molto piacere in sentire la vostra venuta qua poi domani. Ma di maggior gradimento mi riuscirebbe se portassimo qua anche Mammà quanto più presto potessimo. Io ve ne supplico se han più luogo nel vostro bel cuore, a me primo, le mie preghiere. Se mi direte: la porterò al casino d’afflitto [parola non meglio leggibile, ndr] oh, io vi dico che poco o niente piacere, anzi gran dolore vi troverei giacchè per un’ora il dovrei vederla, e poi subito lasciarla dovrei.

Infine baciandovi le mani vi chieggo la S. Benedizione ! Vostro affezionatissimo e amantissimo figlio Pasqualino.

La stessa lettera reca un post scriptum:“Caro Papà, quando mi vide il maestro di carattere, mi dimostrò tanta affezione e fin’anche giunse a farmi, oltre la scuola corrente e comune, una scuola ogni giorno particolare: sicchè quando verrete, porterete, vi prego, qualche cosa di denaro per pagare la mesata al D. [detto, ndr] Maestro, la quantità della quale ignoro, e cinque carlini e tre grana a Vincenzo Cirillo, il quale me le imprestò per farne il seguente uso: 2 carlini me li diede per comperare il pane ed altre cose essendo vacuo lo stipo in tempo di quaresima; 26 grana per mandare a comprare la carta torchina per la scuola di carattere ed altra per comperarmi i frutti a spasso. Portate anche qualche cosa a me. Zio Marcello mi ha portato a mangiare in casa sua domenica e lunedì e questa mattina sarò invitato dal tesoriere”.

Un ultima lettera [MCRR, B. 879/22(4)] risulta inviata il 29 aprile del 1828: “caro papà, io sto bene ed attendo allo studio per quanto possono le mie forze. Ho ricevuto le due bottiglie di rosolio, la fiasca di vino, ed il bicchierino come ancora i taralli, i mostacciuoli ed i dolci. Ho adempiuto ciò che m’avete imposto di mandare al Guardiano ed al Padre Giuseppantonio e gli asparagi al Rettore che l’ha tanto graditi e vi ossequia. Ho ricevuto il collare, cioè il cartone ma non la roba: non ho ricevuto la cotta e la camiciola: la cotta mi farò arricciare per venire a far il panegirico, se volete. Vi bacio le mani”.

 

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